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Brexit deal: il governo grazia la May, ma il parlamento può affondarla

L’esecutivo si spacca ma dà il via libera all’accordo raggiunto con la Ue. Ora serve un’impresa per avere l'appoggio della Camera dei Comuni,  dove già oggi i falchi potrebbero tentare di sfiduciare il premier. Quattro gli scenari possibili, tutti più o meno foschi per il Regno 

La dichiarazione del premier britannico Theresa May, davanti a Downing Street. Londra, 14 novembre 2018. REUTERS/Henry Nicholls
La dichiarazione del premier britannico Theresa May, davanti a Downing Street. Londra, 14 novembre 2018. REUTERS/Henry Nicholls

Londra - «Lasciatemi concludere così: credo sia mio dovere verso il Paese prendere decisioni nell’interesse nazionale. E credo fermamente, con la mente e con il cuore, che questa decisione sia nel migliore interesse di tutto il Regno Unito».

Theresa May chiosa così la breve dichiarazione con cui, ieri sera, ha annunciato che il suo governo ha ‘collettivamente’ approvato l’accordo tecnico di divorzio fra Regno Unito e Unione Europea. Ci sono volute migliaia di ore di negoziato e poi, all’ultimo miglio, le più delicate, quasi sei, due più del previsto, per convincere i ministri euroscettici.

«È stato un dibattito lungo, dettagliato ed appassionato. Una decisione non facile».

E in tarda serata emergono in dettagli: la decisione è stata collettiva ma niente affatto unanime.

Si è conclusa 18 a 11, con 9 decisamente contrari: fra questi pesi massimi come il responsabile del Commercio con l’Estero Liam Fox, quello degli Esteri Jeremy Hunt, quello per Brexit Dominic Raab, il ministro dell’interno Sayid Javid  e il capogruppo alla Camera dei Comuni Andrea Leasdom.  Un tweet di Laura Kuenssberg, instancabile corrispondente parlamentare della Bbc, ieri chiariva il contesto: “Una fonte governativa dice che quelli intervenuti contro l’accordo non hanno parlato di alternative o criticato il contenuto, ma espresso riserve sulla possibilità di superare il voto parlamentare”.

La svolta di ieri consente alla May di respirare: la firma dell’esecutivo significa poter convocare il cruciale summit europeo del 25 novembre, in stand by fino all’ultimo.

Ma resta l’ostacolo più grande, il sostegno della Camera dei Comuni, che a oggi appare molto improbabile. Al momento, al governo manca l'appoggio della maggior parte del Labour - salvo forse 15-20 ribelli - degli unionisti nord-irlandesi, che ieri hanno promesso gravi conseguenze di fronte a un accordo che sostengono minacci l’integrità territoriale del Regno Unito; dei Lib-Dem; degli indipendentisti scozzesi e di un drappello di Conservatori remainers impegnati nella battaglia per restare in Europa.

Quanto ai falchi Brexiteers, ieri si è diffusa la notizia che siano furibondi, e che il loro leader Jacob Rees-Moog abbia dato l’autorizzazione all’invio delle lettere necessarie, secondo il regolamento interno del Partito conservatore, per porre una mozione di sfiducia. Oggi sapremo se hanno raggiunto le 48 missive necessarie in questa legislatura e se il governo sia davvero a rischio caduta. Ma attenzione: alla May bastano 158 voti favorevoli per scongiurare il peggio, e la sfiducia non può più essere posta per un anno intero.

Rees-Moog lo sa, ed è quindi probabile che il suo sia un avvertimento per la vera posta in gioco, il meaningful vote di dicembre.  Su questo, gli scenari possibili a questo punto sembrano quattro. Il primo è che l’accordo sia approvato, e che il Regno Unito si rassegni a una Brexit molto meno trionfale di quella prospettata all’inizio anche dalla stessa premier.

La bozza di accordo, 585 pagine pubblicate ieri dal Dipartimento per Brexit e dal sito della Commissione Europea, la tiene di fatto nell’unione doganale, soggetta a regole europee che non avrà più il potere di negoziare, e con una clausola di revisione che non prevede l’uscita unilaterale. Non esattamente un recupero di sovranità. «Il biglietto di suicidio più lungo della storia», ha ironizzato il parlamentare laburista David Lammy.

«È il miglior accordo negoziabile», ha commentato il Premier, dimostrando la consapevolezza di non aver portato a casa il migliore dei mondi possibili.

Ma al momento i numeri non sembrano esserci.

Il secondo scenario è che il deal venga rigettato, e allora legalmente il Regno Unito si troverebbe fuori dall’Ue senza rete. Fonti parlamentari ci assicurano che le profezie apocalittiche che a questa ipotesi si accompagnano non siano realistiche, perché non se le augura nemmeno la Ue, e che in quel caso estremo sarebbe possibile ottenere una estensione dell’articolo 50.

Per farne cosa? Il terzo scenario ipotizza elezioni. È il sogno di Jeremy Corbyn, naturalmente, ma un esito del genere è possibile solo se votato anche dai Tory, e sarebbe un suicidio politico. Resta il quarto: il secondo referendum, con opzione Remain.

Ipotesi problematica per molte ragioni. Ma il Regno Unito si è messo quasi da solo di fronte a un bivio fra una catastrofe e un disastro. 

@permorgana

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