Pierre Nkurunziza è a un passo dalla vittoria nel referendum che gli può garantire la presidenza fino al 2034. Il suo potere si fonda su una dottrina che mescola mitologia, religione e culto della personalità. E si impone con spietata violenza a un Paese sempre più povero

Il presidente Burundi Pierre Nkurunziza viene registrato da un funzionario elettorale prima di esprimere il proprio voto in un seggio elettorale durante il referendum sull'emendamento costituzionale alla scuola Ecofo de Buye nel comune di Mwumba nella provincia di Ngozi, Burundi settentrionale, 17 maggio 2018. REUTERS / Evrard Ngendakumana
Il presidente Burundi Pierre Nkurunziza è stato registrato da un funzionario elettorale prima di esprimere il proprio voto in un seggio elettorale durante il referendum sull'emendamento costituzionale alla scuola Ecofo de Buye nel comune di Mwumba nella provincia di Ngozi, Burundi settentrionale, 17 maggio 2018. REUTERS / Evrard Ngendakumana

Come era ampiamente scontato, il referendum costituzionale tenuto giovedì scorso in Burundi per esprimersi sull’approvazione di alcuni emendamenti costituzionali sta registrando una netta vittoria del SI, con i dati preliminari che indicano una percentuale superiore all’70%.


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L’esito favorevole della consultazione consentirà al presidente in carica, Pierre Nkurunziza, di consolidare il potere prolungando la durata del mandato da cinque a sette anni edeliminando il limite di due mandati consecutivi imposto dalla Costituzione del 2005.

Le due modifiche approvate adesso permetteranno al capo di Stato burundese di rimanere al potere fino al 2034 e altri emendamenti votati nel referendum consentiranno di ridurre il numero dei vicepresidenti della Repubblica da due a uno e di reintrodurre la figura del primo ministro.

Il nuovo impianto costituzionale, nei prossimi cinque anni, prevede inoltre la revisione delle quote etniche in parlamento, governo ed enti pubblici. Tali quote, volte a proteggere la minoranza tutsi garantendole una rappresentanza del 40-50% in diverse istituzioni statali, compreso l’esercito, erano una parte fondamentale degli Accordi di Arusha, raggiunti in Tanzania nell’estate del 2000, che avevano posto fine alla guerra civile e al genocidio in Burundi.

Presentate nel corso della campagna referendaria condotta dal governo come misure necessarie a migliorare il livello di democraticità e governabilità del sistema politico burundese, le modifiche alla Costituzione sono chiaramente funzionali a cementare il potere di Nkurunziza.

Per questo, avevano ricevuto la ferma condanna delle piattaforme dell’opposizione governativa. Oltre all’invito al boicottaggio, da parte del Consiglio nazionale per il rispetto dell’accordo di Arusha (Cnared), che rappresenta l’opposizione burundese inesilio. 

L’attacco nel villaggio di Ruhamagara

I mesi precedenti al referendum erano stati segnati da numerose proteste e incidenti, oltre che dall’attacco di un commando di ribelli, che il 12 maggio scorso ha provocato la morte di 26 civili (tra cui dieci donne e undici bambini) nel villaggio di Ruhamagara, nella provincia di Cibitoke, sessanta chilometri a nord-ovest della capitale Bujumbura.

Le autorità locali hanno inquadrato la carneficina nel contesto dell’atavica contrapposizione tra tutsi e hutu nella regione dei Grandi Laghi, ma è molto più plausibile l’ipotesi che l’accaduto sia assimilabile alla protesta anti-governativa, che si protrae dall’aprile 2015, quando Nkurunziza si rifiutò di lasciare la presidenza alla scadenza del suo secondo mandato.

Secondo un report pubblicato lo scorso settembre dalla Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sul Burundi, la ricandidatura per un terzo incostituzionale mandato e la conseguente rielezione hanno prodotto centinaia di esecuzioni extragiudiziali, migliaia di arresti arbitrari, sparizioni, torturee oltre centomila sfollati interni.  

La grave crisi economica

Ad aggravare ulteriormente lo scenario c’è la difficile congiuntura economica rilevata da una recente stima del Fondo monetario internazionale, secondo cui l’instabilità politica ha trascinato il Burundi in una pesante crisi finanziaria.

A partire dal 2015, il Paese africano è stato gravemente colpito dalla perdita degli aiuti esteri e dalla fuga del capitale umano e finanziario, mentre si sono bloccati i progressi registrati dall’inizio degli anni duemila nel settore della salute e dell’educazione primaria. La carenza di valuta e la scarsità di carburante hanno colpito tutte le attività, mentre circa 430mila burundesi sono fuggiti nei Paesi vicini, la maggior parte in Tanzania.

Sembra inoltre incredibile, che mentre molti burundesi lottano per la sopravvivenza, il governo stia introducendo nuove tasse e prelievi fiscali mirati. E nel frattempo, è poco probabile che l’impatto degli investimenti privati ​​nel settore minerario produca effetti significativi sull’economia del Burundi, almeno nel breve periodo.

Nel marzo 2016, l’Unione europea e i suoi Stati membri hanno deciso di sospendere la cooperazione con il Burundi, a causa delle gravi violazioni dei diritti umani da parte del governo di Bujumbura. Da allora, il presidente e i suoi alti funzionari dipingono la politica e le sanzioni europee in materia di aiuti, deliberatamente mirate a colpire il popolo burundese. 

Culto della personalità, religione e rilettura storica

Senza dubbio, l’approvazione degli emendamenti costituzionali consolida tangibilmente la complessa struttura di potere creata da Nkurunziza e dal suo partito, il Consiglio nazionale per la difesa della democrazia – Forze per la difesa della democrazia (Cndd-Fdd), i quali hanno sviluppato una dottrina che mescola culto della personalità, religione e mitologia storica per giustificare la prolungata permanenza al potere del 54enne capo di Stato africano.

Un culto della personalità evidenziato dal titolo di Imbonezayamaho, che in lingua kirundi significa “guida suprema ed eterna”, con il quale di recente il presidente era stato insignito dal Cndd-Fdd.

Riguardo al fattore religioso, l’International Crisis Group di Bruxelles rileva che sia il presidente sia la moglie, Denise Bicumi, sono attivi nelle nuove chiese evangeliche pentecostali e organizzano incontri di crociate di preghiera. E che Nkurunziza è un cristiano rinato che coltiva una visione teocratica basata sulla fusione del potere tradizionale con l’origine divina delle attribuzioni del capo assoluto.

Il manicheismo religioso della leadership burundese si riflette anche nella decisione del governo di costruire un grande centro di preghiera a Gitega, dove i membri del partito al potere saranno chiamati a partecipare a lunghi ritiri spirituali. 

Mentre la rilettura della storia del Paese in chiave mitologica recita che il Burundi precoloniale era una nazione prospera e saggiamente amministrata, rovinata successivamente dalle macchinazioni di poteri esterni, in particolare dall’ex colonizzatore belga.

Con simili premesse, non sorprende che alla vigilia del referendum, il presidente abbia affermato che «chiunque si fosse opposto alle riforme avrebbe dovuto affrontare la potenza divina». 

@afrofocus

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