La prima condanna per genocidio non dissipa i dubbi sulla volontà di Phnom Penh di fare luce sul periodo dei Khmer rossi. Le indagini potrebbero inguaiare anche esponenti del governo, incluso il premier Hun Sen, ansioso di bloccare i processi in nome della riconciliazione nazionale

Musulmani cambogiani in attesa del verdetto contro due ex leader storici dei khmer rossi
Musulmani cambogiani in attesa del verdetto contro due ex leader storici dei khmer rossi. Reuters/Samrang Pring

La scorsa settimana due ex leader storici dei Khmer rossi, Nuon Chea, 92 anni e Khieu Samphan, 87 anni, sono stati condannati all'ergastolo per genocidio con riferimento alle politiche di sterminio di minoranze (musulmane e vietnamite) durante il breve ma drammatico periodo di vita della Kampuchea Democratica in Cambogia. Secondo il tribunale speciale cambogiano, coadiuvato dalle Nazioni Unite, i khmer rossi provarono a "creare una società atea ed etnicamente omogenea".


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L'accusa di genocidio è particolarmente rilevante, perché in precedenza – nel 2014 - i due imputati, insieme ad altri vecchi leader, erano già stati condannati all'ergastolo ma per crimini contro l'umanità, una sentenza che seppure parzialmente aveva reso giustizia agli oltre 1,7 milioni di vittime dei Khmer rossi. Quel processo si concentrava in particolar modo sull'evacuazione forzata delle aree urbane della Cambogia mentre i Khmer rossi attuavano la propria rivoluzione agraria.

Quella del tribunale supremo di Phnom Penh è una sentenza importante, storica, che pone quanto meno un riferimento giudiziario a quel periodo storico, ma secondo molti osservatori non significa affatto aver chiuso la partita legata all'irruzione dei Khmer rossi nella storia della Cambogia (e dell'Asia). Pesano non pochi elementi, non ultimo il fatto che l'attuale primo ministro del Paese è Hun Sen, un ex khmer rosso (pur passato nel momento giusto con i filovietnamiti quando venne posto fine al regno di Pol Pot).

Il giudizio storico sui Khmer rossi è controverso – così come furono controverse le notizie che giungevano dalla Cambogia tra il 1975 e il 1979 quando il Paese venne chiuso ermeticamente all'esterno. Non venne impedito a tutti di entrare nella Kampuchea Democratica. In Il sorriso di Pol Pot (Iperborea) il giornalista svedese Peter Fröberg Idling racconta la storia di una delegazione dell’Associazione Svezia-Cambogia, guidata da Jan Myrdal, influente intellettuale svedese del suo tempo, figlio dei premi Nobel Alva e Gunnar Myrdal, che nell'estate del 1978 si recò in Cambogia. Gli svedesi furono tra i pochi a poter viaggiare nella Kampuchea Democratica, ma in mille chilometri non videro niente di particolarmente grave.

Ma durante il periodo di regno dei Khmer rossi i dubbi su quanto stesse avvenendo nel Paese permearono non pochi osservatori. In Fantasmi Tiziano Terzani ripercorre quella vicenda – ricordando anche i pregressi, ovvero l'invasione statunitense del territorio cambogiano per stanare i vietcong: le notizie che arrivavano dall'interno del Paese erano contraddittorie; si conoscevano gli spostamenti ingenti di persone dalle città alle campagne, alcuni fuoriusciti avevano cominciato a raccontare le brutalità che accadevano. Ma Terzani, come tanti altri osservatori, pur sospettando di brutalità il regime misterioso dei Khmer rossi, sottolineava anche le fake news di allora, come ad esempio la diffusione di video falsi su esecuzioni e torture.

Solo alla caduta dei Khmer, il giornalista italiano tornerà in Cambogia per constatare i massacri avvenuti. In Fantasmi Terzani ricorda anche la genesi del movimento dei khmer rossi quando - nel 1975 - scriveva: “Fu Sihanouk che li chiamò per primo Khmer rossi e ogni volta che qualcuno di loro veniva catturato lui dava l’ordine di ucciderlo a bastonate perché non valeva la pena sprecare pallottole. All’inizio, i Khmer rossi erano vecchi quadri cambogiani che avevano combattuto contro i francesi a fianco dei vietminh; a questi, nel 1967, si erano aggiunti giovani intellettuali di Phnom Penh, stanchi del regime individualistico e stravagante di Sihanouk. Fra questi ultimi c’era Khieu Samphan, un economista, laureatosi alla Sorbona, che andò alla macchia per sfuggire alla polizia segreta cui Sihanouk aveva dato l’ordine di assassinarlo. Nel 1970 i guerriglieri cambogiani erano poco più di 3000 e non controllavano che un’insignificante parte di territorio. Oggi hanno un esercito di almeno 60.000 uomini e amministrano il 90 per cento del Paese”.

La sentenza di genocidio non ha dissipato i dubbi sui processi e sulla reale volontà di fare chiarezza su quel periodo storico cambogiano. Come rilevano i media internazionali, uno dei problemi è proprio l'attuale leader del Paese, Hun Sen. Quest'ultimo è infatti un ex comandante dei Khmer rossi che disertando in Vietnam contribuì a rovesciare il regime Pol Pot nel 1979. Hun Sen si è ripetutamente opposto a nuovi processi, sottolineando il rischio che riaprire quel periodo storico potrebbe portare il Paese a una guerra civile.

Come ricorda Asia Nikkei Review, “Ad agosto, il giudice investigativo internazionale del tribunale ha richiesto che le accuse di genocidio arrivassero anche contro Ao An, vice segretario della zona centrale del regime. L'omologo cambogiano della corte ha chiesto il rigetto del caso”.

Il succo del discorso è il seguente: secondo gli osservatori internazionali se le indagini fossero consentite ad ampio spettro, tra gli indagati finirebbero anche attuali rappresentanti del governo e del partito comunista cambogiano, allora molto giovani ma con ruoli di responsabilità (quasi tutti i Khmer rossi erano giovanissimi quando conquistarono il potere). Ma questo – naturalmente – comporterebbe mettere sotto inchiesta anche l'attuale leadership che al momento resiste come può, e con alcuni svolte autoritarie come le più recenti di Hun Sen, negando dunque la possibilità di arrivare a una verità più ampia su chi furono i responsabili dei massacri operati dai khmer rossi.

Brad Adams, direttore esecutivo della divisione asiatica di Human Rights Watch ha citato un rapporto Hrw del 2015, “30 anni di Hun Sen”, nel quale si accusava il primo ministro di essere coinvolto in un massacro di musulmani Cham nel 1975, dopo aver lanciato una violenta ribellione a est. Hun Sen ha negato le affermazioni.

«Penso che Hun Sen abbia la coscienza sporca e che ci siano molti alti funzionari del Pcc che erano molto giovani allora che probabilmente hanno fatto cose terribili», ha detto Adams, a sottolineare come le condanne recenti, quella più recente e quella del 2014, potrebbero essere le uniche possibile con Hun Sen al potere.

@simopieranni

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