In Cambogia torna la dittatura

La democrazia di facciata vigente nel Paese aveva portato ad un'opposizione sempre più forte alle urne. Così il primo ministro al potere da 32 anni ha spazzato via il principale partito di opposizione per garantirsi la vittoria alle prossime elezioni. Con la benedizione della Cina

Il re della Cambogia Norodom Sihamoni e il primo ministro Hun Sen si salutano durante la celebrazione del 64 ° anniversario dell'indipendenza dalla Francia, a Phnom Penh, Cambogia, il 9 novembre 2017. REUTERS / Samrang Pring
Il re della Cambogia Norodom Sihamoni e il primo ministro Hun Sen si salutano durante la celebrazione del 64 ° anniversario dell'indipendenza dalla Francia, a Phnom Penh, Cambogia, il 9 novembre 2017. REUTERS / Samrang Pring

"Tutto cambia in Cambogia. Per esempio, una volta c'erano un sacco di foreste, oggi sono tutte sparite," ironizza un veterano del giornalismo locale. "L'unica cosa che resta sempre la stessa è il primo ministro."

Difficile dargli torto: Hun Sen è al potere da 32 anni grazie a un misto di astuzia e spregiudicatezza. Negli anni settanta fu un comandante dei khmer rossi, il gruppo rivoluzionario, xenofobo e pro-cinese che avrebbe messo sottosopra il Paese in soli quattro anni. Passò quindi dalla parte dei loro nemici, i vietnamiti filo-sovietici, che nel 1979 invasero la Cambogia e installarono Hun Sen come ministro degli Esteri. Negli anni novanta, divenuto primo ministro, si riciclò come l'unico in grado di mantenere la stabilità di una nazione ancora divisa fra forze governative e gli ultimi reduci dei khmer rossi (i guerriglieri si arresero solo nel 1998).

Il nostro si sta ora avvicinando alla Cina, la nuova potenza di turno, e tutto fa pensare che non voglia rinunciare al potere. Poco importa se questo significa schiacciare l'opposizione, che negli ultimi anni è progressivamente cresciuta alle urne: alle elezioni del 2013 il Cambodian national rescue party (Cnrp), principale alternativa al Cambodian people's party (Cpp) di Hun Sen, era arrivato a al 44% dei voti, solo quattro punti percentuali al di sotto del partito di governo, con una crescita vicina al 16%.

Con il senno di poi quella tornata elettorale è stata una svolta: per la prima volta dagli anni novanta, Hun Sen ha veramente rischiato di perdere. La risposta è stata duplice. Da un lato il Cambodian people's party ha adottato una serie di misure popolari, come il progressivo innalzamento del salario minimo nel settore tessile, che nel 2018 dovrebbe passare da 153 a 170 dollari mensili, e condizioni più favorevoli per il pensionamento.

Dall'altro, è stata lanciata una campagna d'intimidazioni contro l'opposizione, iniziata con la "riattivazione" di una causa giudiziaria contro Sam Rainsy, allora presidente del Cambodian national rescue party e figura di spicco della politica nazionale, che ha scelto l'esilio e risiede ora in Francia. E' stato quindi il turno del suo vice, Kem Sokha, coinvolto in un sospetto scandalo a luci rosse e per giorni barricato nella sede del suo partito per sfuggire alla polizia.

Non è bastato. Alle elezioni comunali di giugno, il Cambodian people's party ha racimolato circa il 50% dei voti, superando il Cambodian national rescue party di solo il 7%, un disastro dato il contesto cambogiano. Il Cambodian people's party tende infatti a raccogliere consenso nelle zone rurali - che nelle elezioni comunali contano in modo maggiore - mentre l'opposizione è radicata fra i ceti medi urbani. Il confronto con le passate tornate elettorali è impietoso: rispetto al 2012, una perdita di quasi 11 punti percentuali a fronte di una crescita del Cambodian national rescue party di oltre il 13%.

Fare retromarcia? No. A soli quattro mesi dal voto Kem Sokha è stato arrestato e il Cambodian national rescue party dissolto con una serie di leggi ad hoc. I seggi del partito sono stati distribuiti fra i piccoli gruppi che popolano il parlamento, assicurandosi così che alle elezioni nazionali del 2018 il Cambodian people's party rimarrà in sella.

Il cambiamento è significativo: pur non essendo una vera democrazia, fino a quest'anno il Paese non era nemmeno una dittatura. Le autorità controllavano la politica, dividendo i partiti dell'opposizione e ricorrendo all'intimidazione per eliminare i propri nemici ma senza cercare soluzioni sbrigative. Farlo sarebbe stato comunque rischioso, vista la dipendenza dagli aiuti umanitari provenienti dai Paesi sviluppati: secondo i dati pubblicati dall'Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo, oltre 800 milioni di dollari sono stati etichettati come aiuti ufficiali per lo sviluppo nel solo biennio 2013/2014. Sbarazzarsi dell'opposizione avrebbe potuto mettere a rischio tutto questo.

Il risultato è stato una democrazia di facciata, dove istituzioni formalmente democratiche sono asservite all'esecutivo. Questo ha impedito il ricambio della classe dirigente ma ha anche garantito una delle società più libere del sud-est asiatico: stampa relativamente libera, elezioni e una società civile forte.

La differenza con il passato è stato il progressivo consolidamento e la crescita delle opposizioni. I risultati del Cambodian national rescue party alle urne facevano sperare – o temere – una sua vittoria e questo ha sollecitato una reazione fuori dall'ordinario. Non solo è scomparso l'unico partito che potesse far fronte al governo, vari attivisti per i diritti umani sono stati imprigionati e il principale quotidiano cambogiano in lingua inglese, il Cambodia Daily, è stato costretto a chiudere. Il tutto condito da una retorica sempre più battagliera: a giugno di quest'anno il premier ha affermato che i suoi nemici farebbero meglio a “preparasi le bare”.

Un altro elemento chiave è stato la crescita dell'influenza cinese. Nel 2016 la Cina ha fornito oltre un terzo dei 732 milioni di dollari riportati dalle autorità cambogiane come aiuti. Nello stesso anno, gli investimenti cinesi hanno toccato il 20% del totale, superando gli stessi cambogiani.

Pechino difende il governo e ha scarsa simpatia per l'opposizione cambogiana che, oltre a essere pro-americana, ricalca le domande di una parte della società cinese. Più i Paesi occidentali criticano Phnom Penh, più la Cina sente la necessità di difendere il suo alleato. “La Cina sostiene gli sforzi della controparte cambogiana per proteggere la stabilità politica e raggiungere lo sviluppo economico e crede che il governo cambogiano sarà capace di guidare il popolo per fronteggiare sfide interne e straniere,” ha recentemente affermato Wang Yi, il ministro degli Esteri cinese, riprendendo la tesi secondo cui chi protesta è una minaccia per la pace, da sempre un cavallo di battaglia per il Cambodian people's party.

Questo supporto, oltre a impedire eventuali sanzioni alle Nazioni Unite, serve a diversificare aiuti e investimenti, rafforzando la posizione della Cambogia sulla scena internazionale. E spiega anche perché la decisione americana di tagliare i fondi per le elezioni e l'annuncio del divieto d'ingresso negli Stati Uniti per alcuni funzionari del governo abbiano raccolto solo indignazione. Perché, per dirla con Hun Sen, “la Cina è il più fidato degli amici.”

@Mick887

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