Il conflitto ha radici antiche, ma il Camerun vive ora la crisi più grave della sua storia. Le spinte secessioniste nelle province anglofone sono sempre più forti e il potere risponde con una repressione durissima. Senza riforme, il Paese rischia una disintegrazione violenta

Un manifestante coperto da una maschera nell'immagine presa da un video. REUTERS/via Reuters TV
Un manifestante coperto da una maschera nell'immagine presa da un video. REUTERS/via Reuters TV

Negli ultimi giorni, l’ambasciatore statunitense in Camerun, Peter Henry Balerin, ha focalizzato l’attenzione dei media locali, che lo hanno accusato di aver finanziato la campagna di tre candidati dell’opposizione alle elezioni presidenziali in programma a ottobre.


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I tre politici in questione, Joshua Osih, Maurice Kamto e Akere Muna, avrebbero ricevuto da Balerin 2,7 milioni di Franchi Cfa ciascuno equivalenti a circa 4.800 dollari americani. La notizia però è stata smentita dal portavoce dell’ambasciata statunitense in Camerun, Lee McManis, che l’ha definita falsa e infondata, chiarendo che «Gli Stati Uniti non sostengono nessun candidato alle prossime elezioni e che rispettano la volontà del popolo camerunese di decidere sul proprio leader».

Tuttavia, è evidente che l’ambasciatore Balerin non vede di buon occhio l’attuale presidente Paul Biya, al quale ha suggerito di farsi da parte dopo più di 35 anni ininterrotti al potere. Come deplora l’approccio repressivo con cui Yaoundé sta tentando di domare la ribellione delle provincie anglofone del Nord-ovest e del Sud-ovest.

A riguardo, lo scorso 18 maggio, Balerin ha accusato il governo camerunese di aver ordinato omicidi mirati, detenzioni arbitrarie e incendi e saccheggi di villaggi nelle due regioni anglofone. Anche se, al tempo stesso, aveva puntato il dito contro i separatisti, responsabili di omicidi di gendarmi e sequestri di funzionari.

Scontri quotidiani

Da oltre un anno, nelle aree di lingua inglese del Camerun occidentale si registrano scontri quasi quotidiani tra le forze di sicurezza locali e gli attivisti anglofoni. Secondo le ultime stime delle Nazioni Unite, almeno 160mila persone sono state costrette a lasciare le loro abitazioni, di queste circa 40mila hanno attraversato il confine con la Nigeria. 

La crisi ha avuto inizio nell’ottobre del 2016, quando un gruppo di avvocati delle due regioni anglofone scioperò contro la nomina di giudici di lingua francese nei tribunali locali. Nessuno poteva però prevedere che la mobilitazione forense avrebbe rilanciato le spinte secessioniste nelle due regioni abitate dalla minoranza inglese, che rappresenta il 20% della popolazione locale.

Alla protesta degli avvocati, si unirono fin da subito studenti e insegnanti che denunciavano la discriminazione del governo del presidente Paul Biyanei confronti delle due province anglofone.

Dalle pacifiche manifestazioni di piazza, si è arrivati presto alle violenze e lo scorso primo ottobre i secessionisti hanno proclamato simbolicamente l’indipendenza dell’Ambazonia e nominato suo “presidente” Sisiku Ayuk.

Trascorsi ormai ventuno mesi, il dissenso è dilagato in entrambi i territori e il Camerun si trova ad affrontare la crisi più dura dal tempo dell’indipendenza. 

Decine di video testimoniano le violenze

A testimonianza visiva della drammatica evoluzione della crisi, negli ultimi sei mesi decine di videoclip sono stati ampiamente condivisi sui social media, alcuni dei quali sono stati analizzati dalla BBC Africa Eye.

In una delle immagini esaminate, un uomo appicca indisturbato le fiamme a una casa di Azi, un villaggio nella regione anglofona sud-occidentale. L’episodio avviene sotto lo sguardo di almeno dodici persone con indosso uniforme, elmetti e cinture nere come quelli dell’unità d’élite dell’esercito camerunense, il Rapid Intervention Battallion (Bir) equipaggiato e addestrato dagli Stati Uniti e da Israele.

BBC Africa Eye ha confermato la località dell’accaduto associando gli edifici alle immagini satellitari e confrontando i danni provocati dall’incendio con un video successivo girato ad Azi.

Tuttavia, il ministro della Comunicazione camerunense Issa Tchiroma Bakary ha affermato che «L’identità degli uomini non è chiara e che i separatisti sono in grado di acquisire uniformi militari del Bir o di qualsiasi altra brigata delle forze di difesa per perpetrare i loro crimini e far ricadere la colpa sui militari».

Anche altri video mostrano villaggi in fiamme oppure registrano torture e omicidi, mentre altre riprese sono troppo dure per essere mostrate. Sebbene spesso si tratta di filmati confusi e difficili da verificare, tali sequenze mostrano una nazione che sta scivolando verso una brutale guerra  civile, mentre il governo cerca di sopprimere l’insurrezione armata.

Le radici lontane del conflitto

Il conflitto in atto ha radici lontane che risalgono all’epoca coloniale, quando il Camerun fu assoggettato dalla Germania e poi diviso in aree britanniche e francesi dopo la prima guerra mondiale.

Dopo che il Camerun amministrato dalla Francia ottenne l’indipendenza il primo gennaio 1960, le due parti del Paese si fusero in un’unica nazione. A questo, nel 1961, fece seguito un referendum con il quale la zona settentrionale della colonia decise di unirsi alla Nigeria, mentre quella meridionale votò per confluire nella Repubblica del Camerun, all’interno della quale, le aree ex-francesi ed ex-inglesi mantennero un elevato grado di autonomia, costituendosi in una federazione.

La fusione dei due Camerun diede così vita a una federazione bilingue, che mantenne una forte autonomia regionale fino al 1972, quando l’allora presidente francofono Ahmadou Ahidjo, per timore di conflitti etnici, abolì il governo federale per introdurre un sistema di potere sempre più accentratore.

Trascorso quasi mezzo secolo, le politiche delle autorità centrali di Yaoundé ancora pesano sulla parte occidentale del Paese, discriminando l’uso della lingua inglese e del diritto di origine anglosassone (Common Law), a beneficio della lingua francese e del diritto di stampo francese.

La ripresa del dialogo

La crisi attuale è dunque la preoccupante ripresa di un vecchio problema, che per essere risolto ha bisogno di aperture al dialogo da parte delle forze separatiste e del governo.

Lo stallo attuale potrebbe trovare una soluzione nell’attuazione da parte del governo di un sistema di decentramento amministrativo, peraltro stabilito nella nuova costituzione del 1996, attraverso cui la minoranza anglofona potrebbe gestire autonomamente le proprie finanze ed essere responsabile dei servizi pubblici locali.

Una soluzione pratica che potrebbe arginare le spinte secessioniste, considerando che in vista delle imminenti elezioni, Yaoundé ha tutto l’interesse di salvaguardare la propria integrità territoriale.

@afrofocus

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