Il sequestro di 79 studenti conferma l’escalation della crisi iniziata due anni fa. Il conflitto tra forze governative e separatisti fa strage di civili. Nelle zone anglofone divampa anche l’emergenza alimentare.  E la rielezione dell’ultraottantenne Biya peggiora le cose

Gli studenti rapiti e poi rilasciati. REUTERS/Josiane Kouagheu
Gli studenti camerunensi rapiti e poi rilasciati. REUTERS/Josiane Kouagheu

Il sequestro dei i 79 studenti della scuola secondaria presbiteriana nel villaggio di Nkwen, si è concluso con il rilascio dei ragazzi avvenuto nella notte tra martedì e mercoledì scorso, vicino ad una chiesa presbiteriana nei pressi di Bamenda, capoluogo di una della due regioni di lingua inglese del Camerun.


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Nelle mani dei rapitori, che farebbero parte degli Amba boys, un gruppo secessionista anglofono, restano ancora il preside, un docente e un autista dell’istituto. Il gruppo è sospettato di aver rapito di recente altri alunni della scuola, in seguito liberati in cambio di un riscatto di 2,5 milioni di franchi Cfa (circa 4mila dollari americani).

A causa di quest’ultimo episodio, la dirigenza della scuola presbiteriana ha deciso di sospendere le lezioni per i suoi 700 alunni, affermando che la sicurezza di studenti e personale scolastico «non è garantita dallo Stato mentre i gruppi armati continuamente li attaccano e li rapiscono».

Da circa un anno e mezzo, nelle due aree di lingua inglese del Camerun occidentale si registrano scontri quasi quotidiani tra le forze di sicurezza locali e gli attivisti anglofoni. Secondo le ultime stime dell’Unhcr, quasi 200mila civili sono stati costretti a lasciare le loro abitazioni, di questi oltre 40mila hanno attraversato il confine con la Nigeria. L’instabilità ha inciso anche sulla sicurezza alimentare nelle aree anglofone, con circa mezzo milione di persone che si trovano a dover affrontare una grave emergenza nutrizionale.

L’inizio della crisi

La crisi ha avuto inizio nell’ottobre del 2016, quando un gruppo di avvocati delle due provincie anglofone del nord-ovest e del sud-ovest decise di scioperare contro la nomina di giudici di lingua francese nei tribunali locali. Nessuno poteva però prevedere che la mobilitazione forense avrebbe rilanciato le spinte secessioniste nelle due regioni abitate dalla minoranza di lingua inglese, che rappresenta il 20% dei quasi 25 milioni di abitanti del Camerun.

Alla protesta degli avvocati, si unirono fin da subito studenti e insegnanti che denunciavano la discriminazione del governo del presidente Paul Biya nei confronti delle due province anglofone. Dalle pacifiche manifestazioni di piazza, si arrivò ben presto alle violenze e alla dichiarazione della secessione dal resto del Paese. Poi, il primo ottobre 2017, in occasione dell’anniversario dell’unificazione del Camerun, i separatisti hanno simbolicamente proclamato uno Stato indipendente, chiamato Ambazonia, e nominato presidente Sisiku Ayuk.

Trascorsi più di due anni, il dissenso è dilagato in entrambi i territori e la violenta repressione condotta dai militari durante gli scontri con i diversi gruppi secessionisti ha provocato la morte di almeno 420 civili.

Retorica incendiaria

I militari hanno dapprima etichettato i separatisti come “terroristi”. Questo ha giustificato la mobilitazione del Battaglione di intervento rapido (Bir), l’unità d’élite dell’esercito impiegata nella lotta ai jihadisti nigeriani di Boko Haram. Alla retorica incendiaria dell’esercito ha fatto seguito quella dei secessionisti, che hanno accusato i militari di “genocidio”.

Un recente report di Human Rights Watch ha rilevato che sia le forze governative che i separatisti armati hanno commesso gravi violazione nei confronti di civili nella parte occidentale del Paese. I secessionisti anglofoni hanno rapito e ucciso civili, impedendo ai bambini di andare a scuola. I soldati camerunesi hanno risposto agli attacchi dei separatisti con brutali ritorsioni, incendiando interi villaggi, uccidendo, arrestando e torturando indiscriminatamente dozzine di “sospetti” separatisti nelle regioni anglofone.

Lo scorso 24 agosto, in vista delle elezioni presidenziali di ottobre, monsignor Samuel Kleda, arcivescovo di Douala e presidente della Conferenza episcopale nazionale del Paese e altri leader religiosi del Camerun, hanno rivolto un appello al governo e ai partiti politici, perché dessero priorità nei loro programmi alla risoluzione della crisi e al ritorno alla normalità nelle provincie anglofone.

L’appello però non ha sortito alcun effetto e lo scorso primo ottobre, l’esecutivo di Yaoundé ha imposto una serie di nuove misure restrittive volte a prevenire ulteriori manifestazioni nelle province anglofone.

La rielezione di Paul Biya

Il Camerun continua dunque ad affrontare la crisi più dura dal tempo dell’indipendenza, ottenuta il primo gennaio 1960 dalla Francia. Una crisi che rischia di protrarsi ancora per molto tempo considerato che l’ottantacinquenne presidente Paul Biya, al potere dal 1982, lo scorso 22 ottobre è stato proclamato vincitore dal Consiglio costituzionale delle elezioni del 7 ottobre.

Biya è tornato per la settima volta a reggere le sorti del Paese dell’Africa centroccidentale. Dovrà governare fino al 2025 insieme al suo partito, l’Unione democratica del popolo camerunese (Rdpc), che pur avendo più volte affermato di essere «pronto al dialogo» con i separatisti, non è riuscito a offrire un percorso valido e concreto per uscire dall’impasse.

La scelta di etichettare i separatisti come “terroristi” e di reprimere violentemente le manifestazioni pacifiche ha contribuito all’escalation e ha armato la mano degli elementi più radicali tra gli attivisti anglofoni. 

Senza dimenticare, che attraverso il sostegno di una diaspora camerunese molto coinvolta nella crisi e dotata di risorse, i separatisti armati si sono imposti con fermezza alla guida della rivolta. Inoltre, l’aspra e indiscriminata repressione delle forze di sicurezza camerunesi e le numerose perdite inflitte ai ribelli, hanno contribuito a rafforzarne la determinazione.

Le autorità camerunesi, nel frattempo, hanno cercato di far rispettare lo status quo a tutti i costi, spinte dal timore che concedere una maggiore autonomia agli anglofoni possa a sua volta incoraggiare richieste di maggiore apertura democratica e rispetto dei diritti umani tra la popolazione generale. Ma questo approccio ha prodotto un’impasse politica e militare, ponendo una seria minaccia al futuro del Camerun, che rischia di sfociare in una lunga e sanguinosa guerra civile.

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