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Ora il Canada di Trudeau prova a chiudere le porte ai rifugiati

Il Canada non riesce a contenere l’afflusso di richiedenti asilo respinti dagli Usa. La capacità di accoglienza ormai è sull’orlo del crac, soprattutto a Toronto. Così il governo moltiplica i rifiuti e dilata i tempi, mentre Trudeau cerca un accordo con Trump. Prima di andare alle urne

Il primo ministro canadese Justin Trudeau stringe la mano a un giovane rifugiato siriano. REUTERS/Chris Wattie
Il primo ministro canadese Justin Trudeau stringe la mano a un giovane rifugiato siriano. REUTERS/Chris Wattie

Il Canada fatica a contenere l’afflusso dei richiedenti asilo in arrivo dagli Stati Uniti e tenta di correre ai ripari. Respingere o dilatare i tempi della valutazione delle istanze di protezione sembra l’unica strada percorribile dal governo di Justin Trudeau per dissuadere chi si avventura verso il confine. Accade mentre la capacità di accoglienza è in ginocchio, a partire dalla città Toronto. È qui che chi arriva trova un tetto e l’assistenza necessaria, prima di provvedere alla presentazione della richiesta di asilo in Canada.

Il flusso ha assunto una portata tale da costringere il governo locale e le organizzazioni umanitarie a delineare un piano d’emergenza. Il primo passo è stata la conversione di due campus universitari a dormitori. In tutto 800 nuovi posti letto ricavati al Centennial College di Scarborough, e al Humber College di Etobicoke, disponibili dal primo giugno sino alla fine della pausa estiva ad agosto, quando faranno rientro gli studenti.

Una finestra brevissima e una riserva di alloggi limitata visto che il flusso continua a una media di 60 arrivi al giorno, con picchi di 250 e destinati a crescere nella stagione estiva, con già 7.300 persone registrate tra gennaio e aprile. Lo ha ribadito in un’intervista al The Globe and Mail il responsabile dell’accoglienza nella città di Toronto, Paul Raftis, secondo il quale i posti disponibili saranno esauriti in due mesi, poi resterà la strada.

Dati alla mano, a sconfinare sono soprattutto haitiani e nigeriani che all’indomani dell’elezione di Donald Trump alla presidenza statunitense, hanno progressivamente preso la strada che porta al confine settentrionale. Sono loro stessi ad ammetterlo. Basta dare una scorsa alle interviste seguite all’insediamento del neopresidente, giustificando la fuga con il timore per le nuove politiche migratorie di Washington, a partire dalla possibilità di perdere lo status di rifugiato temporaneo e la prospettiva delle deportazioni di massa.

Lo spauracchio di Trump ha avuto un costo per il Canada e si conta in 27mila richiedenti asilo, riusciti a passare lungo la frastagliata frontiera con gli Stati Uniti, sfidando i controlli, la neve e il gelo.

Tanto è bastato a complicare le cose per il governo Trudeau, mai come ora vulnerabile agli oppositori politici che non lesinano nell’additarlo per i suoi eccessi di apertura. A introdurre la lista delle recriminazioni c’è l’ormai storico tweet del 28 gennaio 2017, in cui il primo ministro canadese dava il benvenuto a chi “fugge da persecuzioni, guerre e terrore, senza distinzioni religiose”.

Dichiarazione giunta all’indomani dell’ordine esecutivo con cui Trump chiudeva le porte ai rifugiati e a i visitatori in arrivo dai Paesi a maggioranza musulmana, come Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. Critiche accese giunte anche dai militanti di estrema destra del Canadian Coalition of Concerned Citizens, che lo scorso settembre hanno avviato una serie di manifestazioni al confine statunitense, assieme ad altri gruppi contrari alle politiche di accoglienza del governo.

Difficile dire se all’esodo canadese abbia contribuito il cinguettio di Trudeau, o la stretta promessa da Trump. Forse è una combinazione di entrambi, probabilmente né l’uno né l’altro, ma è solo un’evoluzione dei flussi migratori che negli Stati Uniti e in Nord America trovano una destinazione ideale. Ciò non allevia l’emergenza in corso, con l’accumularsi di nuovi sconfinamenti, strada scelta per aggirare uno storico accordo che rende inammissibili le richieste di asilo presentate in Canada da chi si trova negli Stati Uniti. «Arrivare attraverso il confine in modo da eludere la legge o le procedure non è un biglietto gratuito per il Canada» ha recentemente dichiarato il ministro della Sicurezza Pubblica canadese Ralph Edward Goodale.

Una conferma arriva dalla scarsa ammissibilità registrata finora. Secondo l’Immigration and Refugee Board, il 90% di chi arriva non sembra avere i requisiti per ottenere lo status di rifugiato in Canada. Ciò riguarda soprattutto i richiedenti haitiani e nigeriani, le cui istanze hanno indici di approvazione molto bassi, rispettivamente 9% e 33,5% sul totale delle domande.

C’è poi la lentezza del processo di valutazione e responso da parte dell’ufficio preposto. Nel primo trimestre del 2018, solo il 40% delle nuove richieste sono state prese in esame, un netto calo rispetto alla media del 53% dell’intero 2017. Questo malgrado il governo canadese abbia aggiunto 173 milioni di dollari nell’ultimo budget destinato alla copertura dei costi per lo smaltimento delle richieste di asilo, e per il pattugliamento dei confini.

E se questa lentezza nella valutazione delle richieste di asilo fosse voluta? Del resto ora la priorità per Ottawa è ridimensionare gli arrivi e di conseguenza la pressione sui meccanismi di accoglienza. Rallentare le procedure di richiesta asilo, almeno per chi arriva illegalmente, potrebbe bastare a dissuadere nuovi sconfinamenti, sgonfiando così i numeri.

Qualcosa di simile è accaduto anche alle porte dell’Europa, sulle isole egee, in Grecia. Qui, dall’indomani dell’accordo tra l’Ue e Turchia (marzo 2016) sulla gestione dei migranti, le procedure di smaltimento delle istanze di asilo per i nuovi arrivati hanno subito forti rallentamenti, condannando migliaia di richiedenti a mesi, talvolta più di un anno di attesa entro i campi allestiti sulle isole.

Il governo Trudeau sta tentando anche la via diplomatica, a partire dal recente viaggio in Nigeria del ministro per l’immigrazione e i rifugiati Ahmed Hussen, che ad Abuja ha ribadito la necessità di collaborare per scoraggiare i cittadini nigeriani a tentare il passaggio illegale in Canada. Richiesta ribadita a Washington, cui ha raccomandato il ridimensionamento della concessione di visti turistici per i nigeriani, usati poi per accedere ai confini dei Grandi Laghi.

Al momento la strategia di Trudeau è stata un mezzo fiasco e la diplomazia non sembra portargli i risultati sperati. Lo dimostra il silenzio avuto in cambio da Washington dopo le ripetute richieste di rivedere il Safe Third Country Agreement (Stca), un trattato comune sulla gestione dei rifugiati ai confini.

Il governo canadese vorrebbe risolvere la questione dei passaggi, semplicemente respingendo negli Stati Uniti chi sconfina illegalmente, ma serve l’accordo con l’altra parte. Proposta fatta passare sotto silenzio da Washington per non rischiare la contraddizione con le richieste, uguali, presentate al governo del Messico: respingere direttamente chi supera il confine.

Anche se gli Stati Uniti accettassero la modifica del Stca, sarebbe materialmente impossibile estendere i controlli su migliaia di chilometri di confine. Se non bastasse, come insegna la frontiera messicana, pur di sottrarsi all’arresto i migranti in arrivo sarebbero disposti a rischiare la vita, gettando il governo canadese in pasto alle organizzazioni per i diritti umani. Evenienza scomoda per Justin Trudeau, la cui immagine di liberale e paladino dei migranti ha bisogno di un restyling in vista delle elezioni federali di ottobre 2019, quando cercherà una rielezione mai come ora in bilico.

@EmaConfortin 

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