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Così il Messico aspetta il ritorno dei dreamers

Il Messico dovrà fare i conti con la cancellazione del DACA. Nieto accoglierà a braccia aperte i dreamers che torneranno, se torneranno. Le conseguenze di questo rientro avranno ripercussioni anche sugli Stati Uniti.  

Sostenitori del DACA durante una protesta a San Diego. REUTERS/John Gastaldo
Sostenitori del DACA durante una protesta a San Diego. REUTERS/John Gastaldo

C’è qualcosa di nuovo sul fronte settentrionale per il Messico. E non si tratta di buone notizie. Già alle prese con un presidente americano che non perde occasione per mancargli di rispetto, che vorrebbe costringerlo a pagare un muro lungo il confine e che minaccia continuamente di abbandonare un importante trattato di libero scambio stipulato ventitré anni fa, da martedì il paese dovrà anche fare i conti con la cancellazione – voluta da Donald Trump e annunciata dal procuratore generale Jeff Sessions – del Deferred Action for Childhood Arrivals (DACA).

Il DACA, molto in breve, è un programma introdotto nel 2012 da Barack Obama che garantiva l’immunità dalle espulsioni a quegli immigrati irregolari, con la fedina penale pulita, giunti negli Stati Uniti da bambini al seguito dei loro genitori: i cosiddetti dreamers (“sognatori”), persone americane per lingua e cultura ma non per nascita, che in America hanno famiglia, studiano o lavorano e che il più delle volte non possiedono alcun ricordo del loro paese d’origine. I dreamers che beneficiano del DACA sono circa 800.000; di questi, 618.342 sono di nazionalità messicana, e provenienti principalmente da alcuni degli stati più poveri del centro-sud, come Michoacán, Guerrero, Puebla e Oaxaca. L’età media dei dreamers al momento del loro ingresso negli Stati Uniti era di sei anni e mezzo: oggi sono perlopiù ventenni, molti di loro hanno scoperto di essere dei migranti irregolari soltanto durante l’adolescenza e non è scontato che sappiano parlare fluentemente lo spagnolo.

Il presidente Enrique Peña Nieto ha detto che «il Messico si dispiace profondamente per la cancellazione del DACA» ma che «accoglierà a braccia aperte i giovani che faranno ritorno» e offrirà loro tutto l’appoggio necessario «per integrarsi pienamente nel paese». In un comunicato, il governo federale messicano ha fatto sapere di non potersi sottrarre all’«imperativo morale» di proteggere i suoi giovani connazionali sul suolo statunitense, per i quali dice di aver disposto forme di assistenza legale e diplomatica e tutta una serie di programmi speciali per favorirne l’inserimento nel mondo del lavoro, l’ottenimento di finanziamenti o il proseguimento degli studi. Tramite l’ambasciatore a Washington l’amministrazione Peña Nieto cercherà inoltre di promuovere l’immagine dei dreamers messicani di fronte alle autorità americane e di ricordare il contributo positivo che questi apportano all’economia degli Stati Uniti. Secondo un recente studio, rimuovere i dreamers dai loro posti di lavoro provocherà infatti alle finanze di California e Texas – i due stati in cui si concentra la maggior parte di questa categoria di immigrati, e dove la componente ispanica della popolazione è molto forte – un danno stimato di rispettivamente 11,3 e 6,1miliardi di dollari all’anno.

Tra le motivazioni elencate martedì da Jeff Sessions per giustificare la fine del DACA ci sono anche, oltre alla difesa dell’interesse nazionale a colpi di America First, le «terribili conseguenze umanitarie» generate dall’«impennata di minori non accompagnati al confine meridionale», a sua volta provocata dal programma di Obama. Il riferimento implicito è al 2014, quando effettivamente si verificò un significativo aumento del numero di migranti bambini provenienti dal Centroamerica e soli, ma la dichiarazione di Sessions – come scrive anche il Washington Post – è falsa: il DACA si applicava infatti solo a quei ragazzi, studenti, arrivati negli Stati Uniti prima del 2007 e del compimento dei sedici anni e per di più in compagnia di almeno un genitore; la crisi migratoria, tra l’altro precedente al 2014, era dovuta all’aumento delle violenze negli stati di Honduras, Guatemala ed El Salvador.

Questo non significa che una crisi umanitaria al confine tra il Messico e gli Stati Uniti non esista. Anzi. 231 migranti, prevalentemente centroamericani, sono morti o scomparsi lungo la frontiera nei primi sei mesi di quest’anno, fa sapere l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, il che significa un aumento del 38% rispetto allo stesso periodo del 2016. Gli arresti sono però diminuiti del 40%: meno migranti tentano dunque la traversata verso gli Stati Uniti, ma prendono rotte più pericolose. L’ulteriore inasprimento delle politiche migratorie (già particolarmente dure sotto Obama) potrebbe costituire una delle cause di questo fenomeno, ma non bisogna dimenticare le responsabilità messicane. Dal 2014, anno in cui è stato avviato il programma Frontera Sur – finanziato dagli Stati Uniti –, il Messico ha ulteriormente militarizzato il suo territorio e aumentato di conseguenza non soltanto le espulsioni e gli arresti di “clandestini” centroamericani, ma anche le violenze: nel 2016 nel solo stato di Chiapas, direttamente confinante con il Guatemala, le denunce di abuso nei confronti di migranti sono aumentate del 221% rispetto al 2013. I crimini attribuiti alle autorità sono cresciuti dell’86% dal 2014 al 2015. Le organizzazioni umanitarie accusano il governo messicano di voler soffocare i flussi migratori provenienti da sud e di negare l’asilo politico alle vittime della violenza nel Triangolo del nord, procedendo con rimpatri indiscriminati. Il pugno di ferro non risparmia neanche i bambini: solo all’1% di loro è stato concesso lo status di rifugiato nel 2015, denuncia Human Rights Watch.

Oltre ventunomila migranti sono stati arrestati da quando Donald Trump si è insediato alla Casa Bianca (il 32,6% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno), e l’espulsione è stata disposta verso altri cinquantamila (+30% circa); quelli deportati in Messico soltanto nel suo primo mese di governo sono 11.328. Sempre meno messicani, comunque, scelgono di recarsi negli Stati Uniti, mentre sono in aumento quelli che ritornano nel loro paese natio: dal 2009 al 2014 870.000 messicani sono emigrati in America, mentre un milione di loro rimpatriava.

L’amministrazione Peña Nieto ha lanciato nel 2014 Somos Mexicanos, un programma specifico per il reinserimento lavorativo e sociale dei messicani tornati in patria, ma è ancora presto per giudicare l’effetto che avrà la “tolleranza zero” trumpiana sul Messico: sappiamo però che la sua economia dipende moltissimo dalle rimesse dei concittadini all’estero, che nel 2016 hanno raggiunto il massimo storico di 26,9 miliardi di dollari, pari al 2,6% del PIL.

Il programma DACA si concluderà ufficialmente il 5 marzo 2018. Trump vorrebbe che il Congresso lo sostituisse con una nuova legge, ma sei mesi potrebbero rappresentare una finestra di tempo troppo breve per uno scopo del genere, considerate le divergenze tra i Repubblicani e i Democratici e anche quelle interne ai singoli partiti. Lo stesso DACA, non a caso, altro non era che un “surrogato” del DREAM Act, un disegno di legge risalente al 2001 e mai approvato dalle due camere che avrebbe permesso agli immigrati irregolari giunti negli Stati Uniti da bambini di ottenere la cittadinanza americana.

@marcodellaguzzo

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