Il giornalista inviso all’erede al trono di Riyad è stato ucciso nel consolato saudita a Istanbul? Ankara avrebbe prove capaci di mettere all’angolo anche Trump, che ha scommesso sull’alleanza con il principe. E il Congresso Usa può forzare l’apertura di un’indagine cruciale:120 giorni per sapere quanto pesa oggi la libertà di stampa 

Le foto del giornalista saudita Khashoggi sono poste sulle barriere di sicurezza durante una protesta davanti al consolato saudita a Istanbul, in Turchia, 8 ottobre 2018. REUTERS / Murad Sezer
Le foto del giornalista saudita Khashoggi sono poste sulle barriere di sicurezza durante una protesta davanti al consolato saudita a Istanbul, in Turchia, 8 ottobre 2018. REUTERS / Murad Sezer

Se non ci fosse di mezzo una persona scomparsa, quasi sicuramente morta ammazzata, e una famiglia che la rivedrà mai più, la strana storia della sparizione di Jamal Khashoggi sarebbe degna di una sceneggiatura hollywoodiana, a metà tra thriller, spy-story con tratti horror e commedia nera. Non mancano infatti i connotati misteriosi, le tensioni latenti fra diplomazie, il tutto intervallato da alcuni dettagli raccapriccianti.


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Ma cominciamo dalla cosa più importante, ovvero dalla vittima: Jamal Khashoggi era un cittadino saudita, un tempo addirittura consigliere della famiglia reale, ma negli ultimi anni era diventato molto critico dell’attuale erede al trono e uomo forte di Riyadh, Mohammed bin Salman. Anche per questo, da alcuni anni si era trasferito negli Usa, in Virginia, da dove scriveva editoriali su diverse testate internazionali, soprattutto il Washington Post, spesso molto critici sul governo dell’Arabia Saudita. Da un po’ di tempo Khashoggi era fidanzato con una donna turca, con la quale era intenzionato a sposarsi. Si trovava in Turchia proprio per perfezionare le pratiche del matrimonio e si doveva recare al consolato saudita di Istanbul per ottenere i documenti attestanti il divorzio dalla sua precedente moglie. Da quel consolato, però, non è mai uscito.

La sparizione viene denunciata quasi subito e, altrettanto presto, appare chiaro che la verità va cercata dietro le mura invalicabili della sede diplomatica saudita. Ma invalicabili quanto?

Da una parte gli ufficiali governativi turchi, Erdogan in testa, sembrano mantenere un basso profilo nelle loro dichiarazioni, mentre dall’altra, tempo due giorni, i media internazionali vengono investiti da leak provenienti, pare, dagli stessi servizi di sicurezza di Ankara, i quali sembrano piuttosto sicuri di quanto accaduto all’interno del consolato. Khashoggi sarebbe entrato nell’edificio, dove è stato subito sequestrato, torturato e ucciso da un gruppo di killer arrivati appositamente da Riyadh due giorni prima e ripartiti dopo poche ore dall’omicidio. Con loro trasportavano alcune valigie protette dal segreto diplomatico. All’interno – e qui siamo ai dettagli horror – il corpo fatto a pezzi dell’editorialista del Washington Post, di cui si sarebbero disfatti con modalità ancora da chiarire.

I sauditi naturalmente negano tutto: ma quale omicidio? Khashoggi è sparito dalla circolazione di sua volontà, perché aveva deciso che non voleva sposare la fidanzata turca. Ora – e qui siamo ai tratti da commedia nera – sarebbe corretto ricordare che sulla vicenda, ad oggi, il mondo può scegliere solo tra la versione trapelata dalla autorità turche e le giustificazioni addotte da quelle saudite.

È notevole che, come nota Steven Cook su Foreign Policy, nonostante i precedenti non certo lusinghieri di Ankara in materia di verità e libertà di stampa, il mondo intero sembra non avere dubbi nel credere ai turchi piuttosto che a Riyadh. La ragione, che dovrebbe far riflettere non poco i vertici sauditi, risiede certamente in alcuni dei grotteschi episodi cui il nuovo corso saudita firmato Bin Salman ci ha abituato da un paio d’anni a questa parte.

C’è, prima di tutto, il tragicomico rapimento del premier libanese Saad Hariri lo scorso novembre, costretto a dichiarare in diretta da Riyadh le proprie dimissioni, poi ritirate appena tornato in patria grazie alla mediazione francese. Vi è poi la vicenda dell’hotel Ritz-Carlton di Riyadh trasformato in carcere di lusso per miliardari sauditi, compresi membri della famiglia reale, attirati in trappola con l’inganno – ricorda qualcosa? – e poi costretti a contrattare la propria liberazione in cambio di decine di miliardi di dollari.

Comportamenti grotteschi, spesso imprevedibili, che hanno reso l’Arabia Saudita guidata da Mbs (acronimo con cui è noto alle cronache Bin Salman) un partner poco affidabile agli occhi di molti alleati, soprattutto occidentali. Tranne uno. Controcorrente come sempre, l’amministrazione Trump ha fatto di Riyadh il proprio principale referente in Medio Oriente, anche assecondando le intuizioni del genero del Presidente Jared Kushner, che in questi due anni con Mbs ha sviluppato una forte amicizia personale. Proprio a questa vicinanza con Washington sarebbe dovuta l’apparente certezza di impunità con cui i sauditi avrebbero agito, una sicurezza in parte confermata dalle prime dichiarazioni di Trump. Il Presidente americano ha infatti rifiutato di discutere la possibilità di cancellare la vendita di armi per oltre 100 miliardi di dollari concordata nel 2017 durante la sua visita in Arabia Saudita.

Ma i recenti sviluppi rischiano di mettere fortemente in dubbio la determinazione della Casa Bianca.

Da Istanbul, infatti, un flusso ininterrotto di particolari e prove continua a trapelare dalle autorità turche, le quali avrebbero addirittura audio e filmati del pestaggio e dell’omicidio. E qui arriviamo alla spy-story: è infatti lecito chiedersi come sia possibile che i servizi turchi siano entrati in possesso di filmati del genere, registrati all’interno di una sede diplomatica straniera. Un dato che pone parecchie domande a chiunque abbia un’ambasciata o un consolato da quelle parti. E, soprattutto, perché mai siano disposti a bruciare una operazione di spionaggio così potenzialmente imbarazzante pur di inchiodare i sauditi. Le registrazioni, infatti, esisterebbero veramente e sarebbero già state visionate da alcuni giornalisti di grosse testate internazionali.

È possibile pensare che Ankara abbia interpretato l’operazione saudita sul proprio territorio come un affronto diretto e probabilmente con qualche ragione. Tra i due Paesi non corre infatti buon sangue, nonostante le relazioni in apparenza cordiali. A dividerli è soprattutto la diatriba relativa alla crisi diplomatica che, dal giugno del 2017, vede l’emirato del Qatar soggetto al blocco territoriale, commerciale e diplomatico di Arabia Saudita, Eau e altri Stati loro alleati, al quale Doha è riuscita finora a sopravvivere politicamente ed economicamente anche grazie al sostegno turco, che ha inviato nel piccolo emirato anche un piccolo contingente militare. Ankara, quindi, avrebbe deciso di vestire i panni, piuttosto inediti, del difensore dei rifugiati politici e della libertà di parola per far pagare ai sauditi una azione che, proprio perché compiuta in territorio turco, Erdogan sembra aver vissuto come un voluto affronto personale.

Le prove trapelate sarebbero così schiaccianti da aver indotto l’intera Commissione esteri del Senato americano - a parte un senatore - a firmare una lettera bipartisan per chiedere al governo americano di procedere a una investigazione sulla violazione dei diritti umani da parte dell’Arabia Saudita. Una lettera che non è una semplice gentile richiesta ma che è espressamente finalizzata a far scattare le clausole del Magnitsky Act, una legge molto controversa approvata nel 2012 che prevede, in caso di richiesta di indagini in materia di diritti umani formulata in modo bipartisan dal Congresso, il dovere automatico dell’amministrazione di lanciare una investigazione di durata massima di 120 giorni. Alla fine di questo periodo, l’amministrazione dovrà rendere conto al Congresso dei risultati e dei provvedimenti che, in caso siano emerse violazioni, intende prendere.

Un automatismo, quello del Magnitsky Act, che rischia di chiudere Trump in un angolo da cui è difficile uscire salvando sia lo stato idilliaco dei rapporti con Riyadh - e annesse commesse militari -, sia il possibile imbarazzo del non sanzionare un regime sempre più brutale e impunito. 120 giorni per decidere se applicare sanzioni analoghe a quelle inflitte alla Turchia per la detenzione del reverendo statunitense Brunson - rilasciato venerdì, forse addirittura in connessione con gli sviluppi del caso Khashoggi, ma questa è un’altra storia -, oppure dire pubblicamente al mondo intero che, tutto sommato, se ammazzate i vostri giornalisti in terre lontane e non americane la cosa può pure andare bene – posto, ovviamente, che abbiate firmato con l’America commissioni per armamenti multimiliardarie.

Difficile uscirne bene in entrambi i casi e, proprio per questo, la vicenda Khashoggi difficilmente si chiuderà presto, come probabilmente speravano nelle stanze del potere di Riyadh. L’orribile morte dell’intellettuale saudita si è infatti trasformata in un punto di non ritorno per chiunque si occupi di stampa e di libertà di critica nel mondo e, a seconda di come si chiuderà, sapremo quanto sicuri potremo sentirci domani a scrivere male di un regime autoritario.

In Italia e in Europa qualche segnale, non certo incoraggiante, lo abbiamo già avuto col caso Regeni. Ora siamo ad una nuova tappa, probabilmente fondamentale, per capire dove sta evolvendo - o devolvendo - il principio della libertà di espressione. 120 giorni da aspettare, per vedere quale direzione la nuova America Great Again deciderà di intraprendere su uno di quelli che, finora, abbiamo sempre pensato essere uno dei suoi valori fondamentali.

@Ibn_Trovarelli

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