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La Catalogna senza una guida alla resa dei conti con Madrid

Con Puigdemont detenuto in Germania e gli altri leader separatisti in carcere o in esilio, la Catalogna rimane senza una guida, esposta alla linea dura madrilena. Una doppia corsa contro il tempo scandisce il destino dell’uomo simbolo della lotta contro Madrid e quello dell’indipendentismo 

Manifestanti davanti al consolato tedesco dopo l'incarcerazione di Puigdemont in Germania. Barcellona. REUTERS/Albert Gea
Manifestanti davanti al consolato tedesco dopo l'incarcerazione di Puigdemont in Germania. Barcellona. REUTERS/Albert Gea

Barcellona - Le forti tensioni dell’autunno catalano sono tornate ad infiammare le strade della Catalogna, nuovamente occupate dai partitari dell’indipendentismo in risposta all’arresto di Carles Puigdemont da parte delle autorità tedesche, che hanno dato esecuzione al nuovo mandato di detenzione europeo spiccato nei suoi confronti dalla giustizia spagnola.

Il fermo dell’ex presidente catalano, intercettato mentre cercava di raggiungere il Belgio in macchina proveniente dalla Finlandia, è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, epilogo di un malumore crescente tra le fila degli indipendentisti, già provati dalla mano dura usata da Madrid dopo la celebrazione del Referendum, che si sono visti fino ad ora stroncare ogni tentativo di eleggere un proprio candidato alla guida della Generalitat.

Ad oltre tre mesi dalle elezioni regionali, che hanno sancito una nuova affermazione della maggioranza indipendentista nel parlamento regionale, la Catalogna è ancora senza un governo, dopo la mancata rielezione dello stesso Puigdemont, il primo nome proposto dai separatisti catalani, e di Jordi Sanchez, l’ex presidente dell’Assemblea Nazionale Catalana che era stato indicato come candidato presidenziale in seconda battuta.

Entrambi uomini forti dell’indipendentismo, sono infatti incappati nei divieti imposti dalla giustizia spagnola, che ne ha reso impossibile l’elezione, impedendo a Puigdemont di essere eletto a distanza, stante la sua condizione di auto esiliato in Belgio, mentre Sanchez si è visto negare il permesso di uscire temporaneamente dal carcere per essere investito presidente.

Junts Per Catalunya ed Esquerra Republicana, le due principali anime del fronte separatista, si sono quindi affrettate a proporre Jordi Turull, ex Consigliere del Governo catalano e fedelissimo di Puigdemont, come candidato. Una candidatura, la sua, stroncata sul nascere dal giudice Pablo Llarena del tribunale supremo, convertitosi ormai in nemico giurato dell’indipendentismo, che ha sancito il carcere preventivo per Turull come misura cautelare alla chiusura della fase istruttoria del processo aperto nei confronti della cupola indipendentista capitanata da Puigdemont.

«Mi auguro che Llarena non decida di mettere Turull in carcere» aveva dichiarato l’ex premier spagnolo Felipe Gonzalez poche ore prima della decisione presa dal giudice del tribunale supremo. Parole, pronunciate da un politico tutt’altro che affine all’indipendentismo, che sapevano di vaticino, pronosticando un’eventuale escalation di tensione e violenze puntualmente verificatosi.

Il tribunale supremo ha formalmente incriminato tutti i componenti dell’ex governo catalano per reati che vanno dalla ribellione alla disobbedienza, insieme ai leaders delle principali associazioni indipendentiste ed all’ex presidente del parlamento catalano Forcadell. L’ufficializzazione delle accuse ai responsabili dell’organizzazione del Referendum e della successiva dichiarazione d’indipendenza della Catalogna – sono in ballo pene fino a 30 anni di reclusione – è stata seguita dalla riattivazione dell’ordine di detenzione europeo nei confronti degli imputati auto esiliatisi fuori dalla Spagna, tra cui Carles Puigdemont, che è stato il primo a pagarne gli effetti.

Se il destino dell’ex presidente catalano è adesso nelle mani della giustizia tedesca, che dovrà decidere nel giro di due mesi se estradarlo in Spagna, quello della coalizione indipendentista appare più che mai incerto e difficile da decifrare. Gli arresti e le fughe all’estero per sfuggire alla stretta dei tribunali spagnoli – il segretario di Esquerra Republicana, Marta Rovira, è stato l’ultimo leader indipendentista a scegliere la via dell’esilio in ordine di tempo – hanno materialmente privato il fronte separatista di uomini decisivi sul campo e complicato, al tempo stesso, la definizione di una linea d’azione precisa ed unitaria.

La celebrazione della prima sessione d’investitura del nuovo presidente catalano lo scorso 22 marzo, conclusasi con la mancata elezione di Turull, ha ufficialmente avviato il conto alla rovescia per la formazione di un governo. Entro due mesi da quella data, la Catalogna dovrà infatti essersi dotata di un nuovo esecutivo, altrimenti si tornerà alle urne a metà luglio.

Gli indipendentisti sono quindi chiamati ad operare tenendo lo sguardo fisso sul calendario, cercando di eliminare i profondi dissapori registrati tra la candidatura d’Unitat Popular (Cup), ovvero l’ala radicale del separatismo catalano, ed il resto del blocco indipendentista costituito da Esquerra Republicana e Junts per Catalunya, accusati dalla Cup di non voler dare concreta esecuzione alla proclamazione della Repubblica catalana, in nome di un obiettivo comune come la formazione di un nuovo governo che appare decisivo per le sorti dell’indipendentismo.

@MarioMagaro.

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