Civili uccisi in chiesa a colpi di machete. E cadono anche i caschi blu dell’Onu. Dopo oltre cinque anni, la guerra in Centrafrica fra gli ex ribelli della Séléka a maggioranza musulmana e le milizie cristiane-animiste anti-balaka tocca nuovi picchi di violenza

Un membro della milizia armata anti-balaka posa mentre mostra le sue armi nella città di Bocaranga, Repubblica Centrafricana, il 28 aprile 2017. REUTERS / Baz Ratner
Un membro della milizia armata anti-balaka posa mentre mostra le sue armi nella città di Bocaranga, Repubblica Centrafricana, il 28 aprile 2017. REUTERS / Baz Ratner

Prosegue senza sosta la guerra tra bande armate rivali nella martoriata Repubblica Centrafricana, dove martedì scorso le milizie anti-balaka[1] hanno assaltato una base temporanea della locale missione dell’Onu (Minusca), nel villaggio di Tagbara, situata a 60 km a nord-est di Bambari, nella prefettura di Ouaka. Nell’attacco, è rimasto ucciso un casco blu delle Nazioni Unite, nativo della Mauritania, e altri undici peacekeeper sono stati feriti.


LEGGI ANCHE : Centrafrica, si intensifica il conflitto: decine di civili uccisi


Nel corso dell’offensiva, andata avanti per diverse ore, sono stati uccisi anche 22 assalitori degli anti-balaka. Secondo quanto riportato dai media locali, l’attacco sarebbe stato concertato con l’intento di liberare sette persone poste dalla Minusca in stato di detenzione e che stavano per essere consegnate alle autorità di Bangui.

Nelle ore successive, alcuni effettivi della Minusca hanno scoperto i corpi di 21 civili (4 bambini, 4 donne e 13 uomini) massacrati a colpi di machete, che giacevano vicino a una chiesa di Tagbara. L’aggressione è avvenuta a quattro giorni di distanza da quella contro un’altra chiesa nella vicina Séko, dove sono state trucidate più di venti persone, tra le quali anche un prete che nel luogo di culto aveva dato rifugio ad alcuni fedeli.

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha fermamente condannato queste ultime violenze contro i caschi blu e i civili, evidenziando che colpire basi che ospitano uomini impegnati in missioni di pace può essere considerato alla stregua di un crimine di guerra.

Per chiarire le dinamiche e le motivazioni dell’attentato, il massimo organo decisionale della comunità internazionale ha deciso di avviare un’indagine. Anche il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha espresso la propria indignazione per quando avvenuto a Tagbara, chiedendo alle autorità locali di fare piena luce sull’accaduto per consegnare i responsabili alla giustizia. 

Oltre cinque anni di abusi e violenze

Da questi episodi, emerge chiaramente che dopo più di cinque anni, la crisi in Centrafrica è ben lungi da una soluzione. Le violenze nel Paese esplosero infatti nel dicembre 2012, quando una coalizione di gruppi ribelli a maggioranza musulmana chiamata Séléka - che nella locale lingua sango significa “alleanza” - con l’appoggio di mercenari provenienti dal Ciad e dal Sudan, diedero vita a una rivolta e tre mesi più tardi presero il potere con un colpo di Stato, destituendo l’allora presidente Francois Bozizé. Da allora il Paese è dilaniato dalle violenze tra gli ex ribelli della Séléka e le milizie cristiane-animiste anti-balaka, nate in opposizione all’ex presidente Michel Djotodia ma presto orientatesi verso il contrasto armato contro i musulmani.

A questo, si sono aggiunti gli scontri interni tra le fazioni appartenenti alla Séléka, che si contendono il controllo e le risorse del territorio. Tra queste, l’Unione per la pace nella Repubblica centrafricana (Union pour la paixen Centrafrique - Upc), un gruppo costituito principalmente da fulani sorto dalla scissione del Fronte Popolare per la riparazione (Front populaire pour le redressement, Fpr), un gruppo di ribelli del Ciad guidato da Abdel Kader Baba-Laddé. L’altra fazione protagonista delle violenze è il Fronte popolare per la rinascita del Centrafrica (Front populaire pour la renaissance de la Centrafrique - Fprc), capeggiato dagli ex comandanti della Séléka, Michel Djotodia e Noureddine Adam.

Gli attacchi persistono esponendo i civili alle cicliche rappresaglie da parte dei gruppi armati. Anche i soldati della Minusca, insieme agli operatori umanitari impegnati sul territorio, sono frequenti bersagli di questi gruppi, come rilevato da un recente rapporto delle Nazioni Unite nel quale viene indicato che i peacekeeper della Minusca operano in una delle missioni di pace più pericolose del mondo.

I ripetuti episodi di violenza su base etnica e religiosa hanno fatto salire costantemente il numero degli sfollati interni, che secondo le più aggiornate stime UNHCR è arrivato a quasi 681mila, ai quali vanno aggiunti oltre 567mila rifugiati.

Un conflitto senza esclusione di colpi

Quello in corso in Centrafrica è un conflitto senza esclusione di colpi, segnato anche dall’infamia dello stupro usato come “arma di guerra”, come rilevato da un recente studio realizzato da Human Rights Wacth (HRW), che ha rilevato come «gli abusi sessuali nei confronti delle donne dello schieramento rivale siano stati tollerati, ordinati, e in alcuni casi anche commessi dagli stessi comandanti».

Lo studio sottolinea pure che «i responsabili di questi efferati crimini di guerra sono tutti liberi, alcuni anche in posizioni di potere, e non pagheranno mai per il male commesso». Una testimonianza del clima di impunità totale che ancora regna nel Paese e sottolinea l’urgenza di rendere operativa quanto prima la Corte penale speciale.

Secondo le ultime notizie, il tribunale “ibrido” istituito nel giugno 2015 dall’allora presidente di transizione Catherine Samba-Panza, dopo la nomina dei giudici nazionali e internazionali, dovrebbe cominciare a funzionare nelle prossime settimane e dalla fine di quest’anno dovrebbe cominciare i processi contro gli imputati accusati di aver commesso crimini di guerra nel corso del conflitto.

Nel frattempo, il processo di pace e di riconciliazione avviato nel maggio 2015 alla conclusione del Forum di Bangui è ancora in fase di stallo, con le autorità centrafricane e gli organismi internazionali costretti a intensificare gli sforzi intesi a ripristinare la stabilità e arginare l’insorgere di nuovi scontri armati.

@afrofocus

[1] Nella locale lingua mandja “anti-balaka” significa “anti-machete”, ma la vera origine del nome proviene da un gergo parlato da giovani analfabeti, che facevano parte dell’opposizione armata di Séléka, che si definivano anti-balles à ti laka. Nel loro slang il termine ‘laka’ indica un AK-47, mentre ‘balles’ corrisponde a proiettili. “Anti-balaka” si riferisce quindi alla credenza che i grigris, gli amuleti tradizionali che i suoi combattenti indossano, siano in grado di fermare i proiettili del Kalashnikov

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE