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Ceuta e Melilla, i centri europei di smistamento dei migranti

La chiamano la “Bella Addormentata” la piccola montagna marocchina che digrada verso il mare poco prima di Ceuta, l’enclave spagnola in Marocco. Dietro il profilo della Bella Addormentata, per tutto il 2015 e per buona parte del 2014 migliaia di uomini e donne provenienti dall’Africa sub-sahariana, dalla Siria e dalla Palestina, hanno vissuto all'addiaccio sorretti dalla speranza di riuscire a raggiungere Melilla per fare richiesta di asilo.

An African migrant is lowered down from a border fence by a Spanish Civil Guard as fellow migrants assist, at the border between Morocco and Spain's north African enclave of Melilla during the latest attempt to cross into Spanish territory. REUTERS/Jesus Blasco de Avellaneda

Qualcuno ci è riuscito, qualcun altro no. Il dettagliato rapporto “Ceuta e Melilla, centri di smistamento a cielo aperto alle porte d’Africa”, pubblicato ieri dalle organizzazioni APDHA, Cimade e Migreurop, prova a fare chiarezza su cosa siano diventate Ceuta e Melilla in questi anni di grossi spostamenti migratori verso l’Europa.

Già ai primi anni Novanta l’enclave spagnola in Marocco divenne la via principale battuta dagli aspiranti richiedenti asilo sub-sahariani in Spagna e la risposta di Madrid fu dura: gli uomini della Guardia Civil furono schierati lungo tutto il confine, che a sua volta fu ulteriormente protetto da barriere di filo spinato. Ma i muri non fermano le speranze e così nel 2005 undici persone morirono e in centinaia rimasero ferite sotto i proiettili sparati dalla polizia marocchina e da quella spagnola su tutti e due i lati della frontiera, contro chi tentò di varcare illegalmente il confine. Oggi la risposta di Bruxelles non è meno dura.

L’Europa sta puntando tutto sulla sicurezza delle frontiere e per farlo non esita a coinvolgere i paesi del sud del mondo nel ruolo di gendarmi. Il Marocco in particolare, per la sua prossimità alla Spagna e per il suo essere terra di transito, sembra essere il candidato naturale al controllo dei flussi, ruolo che il Regno sta facendo fruttare bene e che gli sta procurando una vera e propria “rendita geografica”.

Quella tra Rabat e Madrid è una cooperazione che il ministro dell’Interno spagnolo Jorge Fernandez Diaz ha definito “meravigliosa”, ma che per le organizzazioni che si muovono nella zona tra Nador e Melilla è invece indecorosa, perché ignora il rispetto dei diritti umani.

José Palazon, dell’organizzazione Prodein, con sede a Melilla, denuncia persino un accordo segreto fatto di quote in base alle quali potrebbero entrare in Spagna solo un determinato numero di migranti siriani ogni giorno. Qualche siriano passa, tutti gli altri vengono respinti sotto l’etichetta di “migrante economico” e ricacciati verso le zone interne del paese, oppure messi in uno stato di attesa così estenuante che molti stanno ripartendo per tentare la fuga verso l’Europa dalla Libia. Ulteriore dimostrazione del fatto che la cosiddetta sicurezza delle frontiere non ferma i flussi.

Perché la polizia marocchina impedisca ai richiedenti asilo di entrare a Melilla resta un’incognita.

L’organizzazione Prodein fa notare che in genere il numero di persone che riesce a entrare in Spagna varia in base alle disponibilità del CETI, che è il centro di accoglienza temporaneo situato a Ceuta, il che potrebbe confermare l’ipotesi di qualche accordo segreto tra i due paesi.

In Spagna a settembre sono state presentate diverse interrogazioni parlamentari dal deputato Jos Iñarritu, tra i più attivi sulle politiche migratorie, per chiedere spiegazioni sulle quote e sollecitare Madrid a cessare qualsiasi cooperazione segreta in materia migratoria con il Marocco, ma le domande sono cadute nel vuoto, Jorge Fernandez Diaz non ha mai risposto. E mentre a Ceuta e Melilla si smistano migranti, in Marocco, il paese a cui la Spagna sta relegando il controllo delle vite di migliaia di persone, nei sobborghi di Tangeri e di Nador la polizia continua a fare ronde contro i “negri”, cioè i migranti sub-sahariani che nel Regno sono bersaglio di numerose forme di discriminazione.

La guerra in Siria ha fatto in modo che in questo ultimo anno il numero di profughi in arrivo a Nador aumentasse, ma raggiungere la frontiera europea resta un’esperienza difficile e molto costosa anche per chi scappa dalla guerra e dunque avrebbe diritto a fare richiesta di asilo. Soprattutto perché in un clima di chiusura fioriscono mafie e corruzione, ovvero un’economia sommersa che si sviluppa sulla pelle dei migranti e che di fatto non dà alcun beneficio al paese. Le tangenti che gli “intermediari” marocchini chiedono per agevolare il passaggio, infatti, oscillano tra i mille euro a persona di maggio e giugno, ai tremila di settembre, periodo in cui il numero di arrivi aumentava a picco e l’Unione Europea, di contro, si arroccava su posizioni di maggiore chiusura.

Accanto all'economia sommersa c'è poi quella ufficiale, che invece trae vantaggio dall'arrivo dei profughi, soprattutto dei siriani, che in genere non hanno problemi economici, specifica il dossier: i ristoranti di Nador sono affollati a ogni ora del giorno e i taxi lavorano a tamburo battente soprattutto nel tratto tra Nador e Beni-Ansar, che è l’ultima città prima della frontiera.

@Seregras

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