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Chain gang: la manodopera in catene dei penitenziari USA

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Nel 1990, il sistema Law and Order fu pretesto, per alcuni stati, di reintroduzione della chain gang, una pratica che nasce all'indomani dell'abolizione dello schiavismo, come espressione del 13^ emendamento.

Detenute che scontano la pena costrette a lavorare incatenate a Phoenix in Arizona. REUTERS/Shannon Stapleton

“All day long they work so hard till the sun is going down/Working on the highways and byways and wearing, wearing a frown/You hear they moaning their lives away/Then you hear somebody say” recita un grande successo di Sam Cooke. E' il “sound degli uomini che lavorano incatenati”, file di detenuti che negli USA scontano la pena con le catene alle caviglie.

Origini

La Emancipation Proclamation (1863) apre un nuovo scenario per gli stati del Sud americano: la forza lavoro principale viene a mancare e i campi coltivati (un tempo perno economico di molte realtà) hanno bisogno di braccia. Tuttavia, il 13^ emendamento (sezione I), che completa la legislazione abolizionista, lascia aperto uno spiraglio per lo sfruttamento del lavoro:

“La schiavitù o altra forma di costrizione personale non potranno essere ammesse negli Stati Uniti, o in luogo alcuno soggetto alla loro giurisdizione, se non come punizione di un reato per il quale l'imputato sia stato dichiarato colpevole con la dovuta procedura”.

Infatti, quel “se non” manca di distinguere chiaramente il penal labour dalla servitù.

Il dibattito

Negli Anni Trenta del Novecento, negli USA si inizia a discutere della legittimità della chain gang, che verrà sospesa a metà degli Anni Sessanta, decennio nel corso del quale l'America fa i conti con la sua identità e con il suo passato. Sono anni di profonda trasformazione, durante i quali le divisioni e le lacerazioni sociali non passano solo per penitenziari: a Neshoba, Missisipi, nel 1964 puoi morire uccisio da polizia e dal Ku Klux Klan se ti metti contro le politiche segregazioniste, spesso difese dalle stesse istituzioni. D'altronde, mentre a Washnigton John Fitzgerald Kennedy sostiene l'uguaglianza di tutti i cittadini, il governatore democratico del Mississipi Ross Barnet si schiera con coloro che vorrebbero impedire allo studente nero James Meredith di iscriversi all'Università (1962).

Il ritorno

Dopo tre decenni di sospensione, il primo stato a reintrodurre la chain gang è l'Alabama nel 1995, seguito dall'Arizona nel 1996 che estende il “servizio” ai detenuti di sesso femminile. Ma non tutti i penitenziari ricorrono alle catene: negli USA esiste un'azienda (UNICOR-Federal Prision Industries) che fa profitto sull'impiego di carcerati nei pubblici servizi (bonifica di parchi e interventi sulle strade) e nella produzione di fabbrica, attività commerciale che alcune associazioni dei diritti umani definiscono schiavitù commerciale.

Quanto ancora?

Per quanto cruda e fuori tempo, la chain gang non è l'unica preoccupazione per le associazioni dei diritti umani che si occupano della quotidianità e del re inserimento dei carcerati.

Nell'occhio del ciclone, infatti, c'è ancora il 13^ emendamento che, catene o no, permette lo sfruttamento dei detenuti. Nel settembre 2016, il Free Alabama Movement guidato dall'attivista Melvin Ray ha invitato i carcerati di 26 penitenziari del paese e di 40 strutture di lavoro correttivo a entrare in scipero in virtù del fatto, spiega Ray al The Guardian, che “il lavoro è una buona cosa; il problema è che noi ci facciamo carico della produzione di beni e servizi per i quali non riceviamo compenso”.

@marco_petrelli

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