La stampa filo-saudita descrive Jamal Khashoggi come un fiancheggiatore dei jihadisti. Un  tentativo grossolano di far condonare la sua barbara uccisione. Ma anche la lettura del suo pensiero prevalente sui media occidentali è fuorviante. Ritratto di un intellettuale complesso

Cartelli di protesta contro l'omicidio del giornalista Jamal Khashoggi davanti all'Ambasciata dell'Arabia Saudita a Londra, Gran Bretagna, 26 ottobre 2018. REUTERS / Simon Dawson
Cartelli di protesta contro l'omicidio del giornalista Jamal Khashoggi davanti all'Ambasciata dell'Arabia Saudita a Londra, Gran Bretagna, 26 ottobre 2018. REUTERS / Simon Dawson

Un mese dopo la scomparsa di Jamal Khashoggi, oltre all’ammissione da parte del governo saudita della morte del giornalista, sono molti gli aspetti che rimangono da chiarire. Una delle poche certezze è che il regime saudita è riuscito ad arrecare a se stesso un danno d’immagine di proporzione internazionale che i suoi peggiori nemici, Qatar e Iran, non avrebbero mai potuto infliggergli. Alcune testate hanno sottolineato come la violenta scomparsa di Khashoggi abbia provocato l’indignazione dell’opinione pubblica mondiale più della guerra condotta in Yemen da Riyad.


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Si è assistito, soprattutto sulla stampa estera - meno in quella italiana - a due narrative contrapposte sull’identità e il pensiero politico del giornalista scomparso. Partiamo da qui.

Capire il motivo per cui Khashoggi fosse divenuto così inviso al regime saudita è un aspetto fondamentale, come lo è sempre la ricerca del movente  in un caso di omicidio.

Per parafrasare una celebre frase di Katharine Graham, storico editore del Washington Post ai tempi del Watergate - lo stesso giornale per cui Khashoggi scriveva critici articoli contro il sistema instaurato dal principe ereditario saudita Mohamad Bin Salman (Mbs) - le notizie sono quelle che qualcuno non vuole fuoriescano, tutto il resto è propaganda.

Assistiamo, nelle ultime settimane, a due versioni diametralmente opposte della vita e del pensiero politico di Khashoggi. La prima, che vede il Washington Post chef de file, lo descrive come un coraggioso dissidente, difensore della libertà di stampa e della democrazia. La seconda, guidata in primis da testate saudite, lo dipinge come un pericoloso membro della Fratellanza Musulmana, spingendosi in alcuni casi a sostenere la tesi di un Khashoggi jihadista che avrebbe appoggiato l’ideologia di Osama Bin Laden.

Prima di proseguire all’analisi del complesso pensiero di Khashoggi, è importante sottolineare che per quanto riguarda la stampa arabofona, circa il 75% è diretta dai sauditi e il rimanente 25% da Al Jazeera del Qatar. Non sorprende quindi che la maggior parte delle testate regionali abbia seguito una linea che contrasta quella del Washington Post e la maggior parte delle testate estere. Il Qatar invece, sempre più  in contrasto con il suo ingombrante vicino saudita, si è schierato a spada tratta nel descrivere Khashoggi come un paladino della libertà di espressione e democrazia.

Per queste ragioni è utile fare maggiore chiarezza su chi fosse Jamal Khashoggi, il suo lavoro e le sue posizioni politiche. Nato a Medina, Arabia Saudita, nel 1958, dove è vissuto e ha studiato fino ai tempi dell’università che ha frequentato in America, laureandosi in business administration alla Indiana State University. Suo nonno era stato il medico personale del re Abdulaziz al Saud, fondatore del regno. Khashoggi era il nipote di Adnan Khashoggi, noto imprenditore e trafficante di armi e primo cugino di Dodi Al Fayed. Il giornalista aveva lasciato l’Arabia Saudita, per timore di ritorsioni del nuovo potere instauratosi con Mbs, transferendosi negli Stati Uniti, in Virginia, dove aveva preso la residenza ufficiale.

Khashoggi era un intellettuale complesso. L’interesse a mostrarlo come sostenitore della Fratellanza Musulmana è sia dei sauditi che dei sostenitori di Trump, nel tentativo di far apparire l’efferato crimine come meno grave. Tuttavia questa lettura è non solo fortemente animata da motivi di propaganda ma fattualmente inesatta e fuorviante.

Come spiegato da Peter Bergen, analista di sicurezza della Cnn noto per aver prodotto la prima intervista televisiva con Osama Bin Laden nel 1997, Khashoggi era un giornalista e non un jihadista. Bergen, che conosceva personalmente il giornalista, aiuta a spiegare alcuni aspetti del suo pensiero politico sciogliendo perplessità su quelle che, a prima vista, potrebbero apparire come contradizioni ed essere strumentalizzate. Contattato da eastwest.eu, Bergen ricorda come Khashoggi, in un’intervista, gli disse che non credeva nella creazione di uno Stato islamico, citando esempi come l’Iran per mostrare come questo modello secondo lui avesse fallito. Affermava che sarebbe stato auspicabile trovare un modo per far coesistere l’islam con il laicismo.

C’era stato un cambiamento nel pensiero di Khashoggi. Da giovane, quando aveva tra i 24 e 25 anni, il giornalista credeva in un islam politico e nel ’87 intervistò Osama Bin Laden in Afghanistan, sul ruolo dei mujahideen arabi in quel Paese. In seguito all’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre, Khashoggi pubblicò un articolo nel quale, in riferimento alla radicalizzazione ed Al Qaeda, scriveva: “Che Dio ci aiuti. Gli americani si leccheranno le ferite e si riprenderanno. Noi adesso abbiamo un problema da risolvere che prenderà molto tempo”.

Fu proprio per via delle sue posizioni sull’islam politico che venne licenziato nel 2003, perché permise la pubblicazione nel giornale saudita Al Watan, di cui era editore, di un articolo in cui si criticava il wahabismo nel Paese.

In seguito al suo licenziamento, Khashoggi venne assunto come consulente dal principe Turki Al Faisal – a capo dell’intelligence saudita dal 1979 al primo settembre 2001 - durante il suo mandato come Ambasciatore per l’Arabia Saudita, prima a Londra e poi a Washington. Per ricevere una simile offerta d’impiego è chiaro che dovesse godere del favore del principe ma questo conferma il semplice fatto che Khashoggi fosse figlio del sistema saudita e del funzionamento della sua società. Prima del suo esilio auto-imposto, negli articoli e dichiarazioni del giornalista non si trovano riferimenti a uno smantellamento del regime monarchico saudita.

Khashoggi al contrario, come citato dall’analista Nasser Weddady, che aveva anche lui parlato e intervistato il giornalista, era a favore del regime saudita, nella misura in cui lo aveva conosciuto per più di 40 anni prima dell’avvento di Mbs. Weddady, contattato da eastwest.eu, spiega che, pur trattandosi di un sistema di monarchia autoritario consentiva e prevedeva tuttavia un margine di dibattito all’interno della famiglia reale in quello che potremmo definire un sistema di consiglio monarchico. Proprio il fatto che Khashoggi era stato portavoce della monarchia saudita per 40 anni, con una profonda conoscenza del regime e del suo funzionamento oltre che dei retroscena, quindi una fonte estremamente ben informata e attendibile, lo rendeva una voce pericolosa. Con l’ascesa al potere di Mbs questo sistema ha subito una rapida e radicale trasformazione in quello che può essere definito de facto un sistema di governo totalitario, concentrato solo nella sua persona. Un sistema che non prevede alcuno spazio per il dibattito per nessuno, neanche all’interno della famiglia reale, a meno che non si vogliano passare lunghi periodi di vacanze forzate al Ritz di Riad.

Khashoggi era, come si legge nei suoi articoli e interviste, chiaramente a favore della Primavera Araba, riconoscendo la necessità di un cambiamento, auspicando e chiedendo maggiore libertà di stampa e di espressione e, di conseguenza, libertà politica. Il suo alto profilo e reputazione in occidente con i media e i policy makers gli fornivano una piattaforma straordinaria dalla quale lanciare le sue critiche. Critiche che i milioni di dollari investiti da Mbs in campagne di pubbliche relazioni non riuscivano a contrastare con efficacia.

Se da un lato, quindi, non esistono dichiarazioni o articoli da parte di Khashoggi che palesino la sua appartenenza alla Fratellanza Musulmana ma solo strumentalizzazioni da parte di media che hanno interesse al suo discredito, è importante non cadere in semplificazioni fuorvianti sul suo pensiero politico. Come spiegato, la sua richiesta di cambiamento a favore di una maggiore libertà di stampa e di espressione va intesa all’interno del sistema monarchico saudita, almeno per l’evoluzione di pensiero che Khashoggi aveva raggiunto al momento della sua violenta scomparsa. Ne consegue che, una lettura che lo pone come portavoce di una forma di democrazia occidentale per l’Arabia Saudita, rischia anch’essa di divenire fuorviante.

Nel suo ultimo articolo per il Washington Post, pubblicato come opera postuma il 17 ottobre, dopo la conferma della sua prematura scomparsa, Khashoggi sostiene: “Quello di cui il mondo arabo ha più bisogno è la libertà d’espressione”. Paragona il momento politico attuale del mondo arabo al periodo della Cortina di Ferro in occidente, aggiungendo che per i Paesi arabi, oggi, la situazione non sia causata da fattori esterni ma da poteri domestici che lottano per la supremazia. E sottolinea l’importanza della creazione di una piattaforma che possa fornire uno spazio alle voci arabe, libere dall’influenza e propaganda di governi nazionalisti.

Khashoggi ha pagato un prezzo altissimo per non aver accettato di rimanere in silenzio.

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