Ma chi fa la politica estera Usa?

Nel pieno della crisi, i consulenti nordcoreani provano a interpretare le parole di Trump. Ma il presidente segue la strategia diplomatica del "crazy guy", volutamente imprevedibile. Mentre il cordone di sicurezza dei tre generali, Kelly, Mattis e McMaster, cerca di ridimensionarne le provocazioni.

Il Segretario di Stato Rex Tillerson guarda il Presidente Donald Trump durante le celebrazioni in memoria dell'11 settembre. REUTERS/Kevin Lamarque
Il Segretario di Stato Rex Tillerson guarda il Presidente Donald Trump durante le celebrazioni in memoria dell'11 settembre. REUTERS/Kevin Lamarque

A Pyongyang non sanno bene cosa pensare. Da settimane il regime coreano cerca di assumere dei consulenti veterani della politica estera Usa di area repubblicana in cerca di una interpretazione alle parole di Donald J. Trump. “Chi fa la politica estera americana? A chi dobbiamo credere?”, si domandano nei palazzi del regime nordcoreano nel pieno di una crisi dalle conseguenze potenzialmente apocalittiche. Abituati a un capo che comanda, quando leggono i tweet  del  presidente Usa, si domandano se si tratti della posizione ufficiale della prima potenza mondiale o dei capricci mattutini di un apprendista che invece del briefing di intelligence si informa guardando Fox&Friends, la trasmissione del mattino di Fox News, il canale all news ultraconservatore.

L’ultimo caso clamoroso di voci discordanti provenienti dall’amministrazione repubblicana in carica è quello dei tweet di Trump diretti al Segretario di Stato Tillerson che aveva dichiarato qualcosa di simile a “abbiamo canali diplomatici aperti con la Corea del Nord”. La risposta del presidente è stata in 140 caratteri: “il tentativo di Tillerson di negoziare con l’uomo missile è una perdita di tempo” e poi, “Tranquillo Rex, faremo quel che c’è da fare”. Non sappiamo se quel che c’è da fare è l’annichilimento della Corea del Nord - che nel frattempo potrebbe usare i suoi missili contro i vicini.

Chi è dunque che fa la politica estera americana? Le tensioni all’interno di un’amministrazione sono una cosa normale: abbiamo visto l’apparato di politica estera neocon interno all’amministrazione Bush sbriciolarsi lentamente dal 2004 in poi e le tensioni sull’Afghanistan tra Obama e parti dell’apparato militare sono state evidenti in più di un’occasione, producendo diverse dimissioni di generali. Nel caso dell’amministrazione Trump, siamo ben oltre. Il presidente ha contraddetto molte volte il Dipartimento di Stato - dove mancano ancora decine di figure chiave perché Trump non si preoccupa di nominarle - ma anche i tre generali che sembrano essere, al momento, il cordone di sicurezza che ridimensiona la strategia diplomatica presidenziale di “fare il pazzo”. Il capo dello staff, Kelly, il Segretario alla Difesa, Mattis, e il capo del National Security Council, McMaster, tutti militari, tutti con un approccio piuttosto conservatore, sono stati smentiti dal loro capo in diverse occasioni. Come anche il chairman del Joint Chief of Staff, generale Dunford, o il capo del Us Strategic Command, generale Hyden. Sulla Corea, sull’accordo nucleare iraniano, sulle sanzioni contro la Russia, sulla crisi diplomatica tra Qatar e Arabia Saudita, su Cuba, il presidente ha smentito i suoi con toni belligeranti o li ha costretti a precipitarsi a interpretarne le parole in maniera da mitigarne gli effetti. Tillerson chiede a Riad e Doha di sedersi a un tavolo proponendosi come figura di mediazione (gli usa sono alleati dei sauditi ma hanno una enorme base in Qatar)? Trump si schiera con casa Saud. Il generale Hyden spiega che Teheran sta rispettando gli accordi sul nucleare? Trump sostiene che se fosse per lui questi andrebbero denunciati.

Il problema di tutte queste persone è che, come ha detto l’ex capo dello staff di Ronald Reagan James Baker durante un’intervista: «Quando il presidente parla sta dettando una policy». «Fossi nei panni del Segretario di Stato o di quello della Difesa non dormirei granché la notte», ha aggiunto quella che è una delle figure più rispettate dell’establishment politico americano, detestato dai conservatori reaganiani perché non lasciava “Reagan essere Reagan”.

A proposito di policies, il presidente, riferisce con uno scoop Jonathan Swan per Axios, sostiene apertamente la linea diplomatica del “crazy guy”: durante una riunione sul trattato commerciale con la Corea del Sud - messo in discussione in una fase così delicata - il presidente ferma un suo negoziatore che ha appena detto “allora diamo loro 30 giorni per una nuova proposta” dicendo: «No, devi dire loro “questo è così matto che potrebbe abbandonare il trattato in qualsiasi momento…tra l’altro” (dice rivolto al suo staff), sappiate che potrei farlo».

La linea del presidente oltre a essere incoerente tende anche ad attingere dal repertorio della estrema destra complottista, muscolare e isolazionista allo stesso tempo. L’idea di aumentare il contingente in Afghanistan è stata rinviata per settimane da Trump, che in questo ascoltava Steve Bannon, l’ideologo della rivoluzione trumpiana. Le modalità stesse con le quali si esprime il presidente sembrano prese di peso da Breibart News (il sito diretto da Bannon) e dagli altri media ultraconservatori. Per mesi, prima che un pesante coinvolgimento nell’inchiesta sui contatti tra la campagna Trump2016 e il Cremlino ne ridimensionasse il ruolo, la figura di punta per la pace in Medio Oriente è sembrata essere il genero del presidente, Jared Kushner.

Cosa fanno allora i generali di fronte alla dottrina Stranamore di Trump? Contengono, aprono canali diplomatici, rassicurano gli alleati, cercano di interpretare le scelte e lo fanno, dicono decine di voci dei loro staff intervistate anonimamente a più riprese, per senso del dovere. E cercano di far funzionare al meglio la macchina ingaggiando una battaglia con la cerchia stretta del presidente: il capo dello staff Kelly ha limitato l’accesso allo studio ovale, silurato l’ex stratega Bannon e cercato di limitare il numero di fake news prodotte da media conservatori che passano sotto gli occhi  del presidente. Sulla crisi coreana, l’ambasciatrice all’Onu Nikki Halley utilizza toni accesi incontrando la stampa, ma poi negozia le risoluzioni del Consiglio di sicurezza con Cina e Russia, producendo testi che sono meno duri di come li si rappresenta. Per adesso hanno vinto loro.

La scelta di Trump di scegliere militari ed ex militari per molti posti di comando è stata astuta: i generali sono persone abituate a obbedire alla catena di comando anche se non sono d’accordo. E devote alla causa superiore che è lo Stato federale, la Patria. Non si tratta di essere d’accordo con Trump, ma di far funzionare le cose nel miglior modo possibile evitando guai all’America. Avendo, tra l’altro, una certa riluttanza nell’uso di toni forti perché, i generali lo sanno, in guerra muoiono anche i soldati americani e ai funerali ci devono andare loro.

Protezionismo, America first e flessione di muscoli ad ogni passaggio difficile delle crisi internazionali. Due versioni apparentemente in conflitto tra loro di politica estera, ottime per una campagna elettorale dove devi far dimenticare gli anni di guerra e la proiezione internazionale di George W. Bush ma al contempo attaccare le scelte multilaterali o gli accordi diplomatici e le aperture storiche fatte da Obama: e così si abbandona Parigi, si smantella l’ambasciata a Cuba, si cerca di rescindere l’accordo nucleare con l’Iran, si minaccia la Corea del Nord, si alzano i toni con il Messico. Non c’è una politica estera trumpiana se non in termini di mantenimento del consenso presso la propria base elettorale e nell’incoerenza, nei toni fuori luogo, nell’immane egocentrismo e improbabilità delle sparate estemporanee. Poi c’è la politica dell’amministrazione che media tra il presidente e la realtà.

A oggi i generali e Tillerson hanno lavorato per implementare l’agenda trumpiana in maniera digeribile alla diplomazia internazionale. Non sappiamo fino a quando questa partita a scacchi interna all’amministrazione durerà, né quanto funzionerà la riduzione del danno che i generali portano avanti. I tweet contro Tillerson sono l’ennesimo segnale di un presidente che non ama essere messo in ombra o contraddetto e che vede con sospetto l’accresciuto potere di Kelly e compagni o il rispetto bipartisan che questi ricevono da un Congresso che li vede come un’argine ai capricci presidenziali. Le fonti dei grandi giornali Usa sostengono che l’ex CEO della Exxon sia a un passo dal dimettersi. Le tensioni tra Trump e McMaster, pure, sono note a tutti a Washington. Il problema è che il presidente degli Stati Uniti non sembra rendersi conto che tra il galvanizzare la propria base e guidare la prima potenza mondiale c’è una differenza e che, quel che è buono per la prima cosa, è pericoloso per la seconda.

@minomazz

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