Jerry la talpa e la grande morìa di spie americane in Cina

L’arresto dell’ex agente della Cia Jerry Chun Shing riapre il caso del clamoroso smantellamento della rete spionistica Usa in Cina. E getta nuove ombre su un thriller da guerra fredda

Una Aston Martin DB5 dal film di James Bond Goldfinger. REUTERS/Benoit Tessier/Files
Una Aston Martin DB5 dal film di James Bond Goldfinger. REUTERS/Benoit Tessier/Files

I nostalgici della guerra fredda sono serviti, perché si è riaperto un caso di spie che già nel 2017 era arrivato sulle pagine dei principali giornali americani e cinesi. E ieri l'arresto - con l'accusa di detenzione illegale di materiale classificato - di Jerry Chun Shing Lee, agente della Cia tra il 1994 ed il 2007, ha riaperto l'intera vicenda. Sarebbe lui, infatti, ad aver rivelato nomi e indirizzi di agenti Cia in Cina. Secondo il New York Times potrebbero essere addirittura 22 gli agenti americani torturati, spariti e uccisi tra il 2010 e il 2012 in Cina. Ma non mancano gli interrogativi.

Nel maggio del 2017 – ne avevamo dato conto su eastwest.eu – il New York Times pubblicò un articolo nel quale veniva sottolineato come, improvvisamente, le rete delle spie americane in Cina fosse stata completamente smantellata da Pechino. La Cina aveva risposto attraverso i propri media più vicini al governo definendo questa ipotesi una “fantasia”.

Però è indubbio che dalla fine del 2010 alla fine del 2012 – come scriveva il Nyt - “è stata una strage di spie. Una di queste sarebbe stata uccisa di fronte a un suo collega nel cortile di un edificio governativo, una sorta di messaggio a tutti coloro che collaboravano con la Cia. Molti sono invece finiti dietro le sbarre. Le vittime in un caso e nell'altro sarebbero complessivamente almeno 18, ma qualcuno parla di 22”.

L'arresto di Jerry Chun Shing Lee, 53 anni, sembrerebbe dunque fornire una risposta a questa “moria” di spie americane in Cina, ma in realtà molti dubbi rimangono ancora.

Chi è Jerry Chun Shing Lee

Noto anche come Zhen Cheng Li, Lee ha servito l'esercito degli Stati Uniti tra il 1982 ed il 1986. Nel 1994 avrebbe cominciato a lavorare per la Cia. Secondo le informazioni diffuse dai media americani, sarebbe stato addestrato per operazioni di sorveglianza, reclutamento, gestione e pagamento di vari agenti e informatori dell'agenzia nelle zone in cui si sarebbe trovato a operare.

Nel 2007 avrebbe lasciato la Cia deluso perché la sua carriera non sarebbe progredita come si aspettava. Secondo il New York Times, infatti, abbandonò proprio per questi motivi il suo ruolo trasferendosi ad Hong Kong.

Da quel momento Lee sarebbe rimasto a Hong Kong tornando negli Stati Uniti solo nel 2012, proprio in concomitanza con l'inizio delle indagini dell'Fbi sulle sparizioni e le morti degli agenti americani in Cina. L'Fbi, infatti, di fronte al fenomeno di sparizioni e uccisioni degli agenti in Cina, indirizzò subito le proprie indagini alla ricerca di una “talpa” interna al sistema di spionaggio americano.

E Lee fin da subito attirò i sospetti dell'Fbi. È in quel periodo infatti che – stando alle ricostruzioni di questi giorni - vennero perquisite le stanze degli alberghi nel nord della Virginia e alle Hawaii dove Lee aveva soggiornato con la famiglia. E su questi dettagli si affacciano i primi interrogativi: perché Lee, ben sapendo di poter essere un potenziale sospettato era tornato negli Stati Uniti? E ancora: perché - nonostante nel corso delle perquisizioni l'Fbi avesse ritrovato due libri con note a mano sui “veri nomi ed i numeri di telefono degli asset e degli agenti sotto copertura della Cia” - Lee non venne arrestato? Domande legittime anche perché l'Fbi, a quanto è dato sapere, lo avrebbe interrogato per ben cinque volte. Nonostante questo Lee nel 2013 lasciò gli Stati Uniti.

Due giorni fa, appena atterrato all'aeroporto John F. Kennedy International è stato arrestato e incriminato da una corte della Virginia settentrionale. Sono misteriosi – ancora una volta – i motivi che avrebbero spinto Lee a tornare negli States, mentre l'Fbi, secondo i media americani, non avrebbe risposto alle domande che chiedevano conto del mancato arresto di Lee già nel 2012.

Le accuse e gli altri agenti incriminati

Tra l'altro Lee è accusato di “detenzione illegale di materiale classificato”, un reato che potrebbe costargli anche dieci anni di carcere. Sempre meglio, però, di un'accusa di spionaggio che potrebbe addirittura valere la pena di morte. Secondo i quotidiani americani questa scelta di incriminazione sarebbe dettata dalla volontà da parte delle autorità di non svelare segreti di stato in tribunale.

Ma la storia delle relazioni pericolose tra Cina e Stati Uniti a livello di spie emerge da altri particolari forniti dalla stampa americana: nel giugno scorso, ad esempio, secondo i pubblici ministeri americani “l'ex ufficiale, Kevin Patrick Mallory, 60 anni, di Leesburg, in Virginia”, sarebbe stato in possesso di documenti riservati e avrebbe intrattenuto rapporti sospetti con alcuni membri di un noto think tank cinese.

E ancora, a marzo, i pubblici ministeri annunciarono “l'arresto di una dipendente del Dipartimento di Stato, Candace Marie Claiborne, accusata di aver mentito agli investigatori sui suoi contatti con i funzionari cinesi”. La funzionaria americana, che si è dichiarata non colpevole, avrebbe ricevuto bonifici sul proprio conto da parte di “agenti cinesi”.

Insomma, nonostante l'arresto di quello che ha tutte le sembianze di essere la talpa responsabile del più grande collasso della storia recente delle spie americane in Cina, sono ancora tanti i misteri collegati a questa vicenda. Le eventuali dichiarazioni di Lee potranno risolvere o complicare ancora di più una storia che rimanda ai tempi della guerra fredda.

@simopieranni

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

GUALA
GUALA