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La nuova onda femminista che scuote il Cile

Tutto è iniziato con una ribellione studentesca contro un docente molestatore. Poi le proteste sono divampate con marce oceaniche e centinaia di facoltà occupate in tutto il Paese. Il movimento punta a cambiare una società profondamente sessista. E manda in crisi anche il governo

Dimostranti tengono uno striscione con scritto "Il mio corpo non è per il tuo consumo. Se violi una di noi, ci violi tutte" durante una manifestazione che chiede la fine del sessismo e la violenza di genere nell'educazione a Santiago, Cile, 16 maggio 2018. REUTERS / Ivan Alvarado
Dimostranti tengono uno striscione con scritto "Il mio corpo non è per il tuo consumo. Se violi una di noi, ci violi tutte" durante una manifestazione che chiede la fine del sessismo e la violenza di genere nell'educazione a Santiago, Cile, 16 maggio 2018. REUTERS / Ivan Alvarado

Né il fatto di essere una superstar del giornalismo nazionale né la sua nota dissidenza a Pinochet hanno salvato dalle dimissioni Juan Pablo Cárdenas. Docente presso la prestigiosa Universidad de Chile, Premio Nacional de Periodismo nel 2005, intellettuale tra i più noti, Cárdenas sarebbe anche, stando alle molte denunce, un molestatore sessuale nonostante la non più verde età, oltre che prepotente e sessista. L'allontanamento del 68enne professore dal suo incarico - sia pure camuffato da gesto volontario - era tra le richieste delle studentesse della facoltà dell'Istituto di Comunicazione e Immagine e il fatto che sia stata accolta, dopo mille tentennamenti e passi indietro, è un successo non soltanto per le ragazze di quel dipartimento ma per il nuovo movimento femminista che da due mesi scuote il Cile con un effetto dirompente e con dinamiche che non si erano mai viste. Marce oceaniche, occupazioni ovunque, l'onda femminista ha messo in crisi le istituzioni accademiche e perfino il governo.

A scatenare la protesta è stata, due mesi fa, la ribellione delle studentesse della Universidad Austral della città meridionale di Valdivia contro l'ennesimo caso di docente acosador di cui hanno chiesto la rimozione. Quella miccia ha dato fuoco ovunque. Più di venti gli atenei coinvolti, centinaia le facoltà in occupazione o in sciopero.

A guidare le proteste la Cofeu, la Coordinadora Feminista Universitaria, che da costola della Confederación de Estudiantes de Chile ha deciso di vivere di vita propria quando si è accorta che le sue battaglie erano il fanalino di coda, come ci spiega Andrea Cifuentes, 23 anni, studentessa della Universidad Católica di Santiago. Benché questo ateneo sia per antonomasia una roccaforte conservatrice, non solo partecipa alle proteste ma ha realizzato una delle iniziative più spettacolari e inattese: durante la marcia del 16 maggio scorso, che ha visto sfilare a Santiago oltre 150 mila donne, sono uscite dalla Casa Central dell'ateneo almeno cento ragazze a seno nudo e con passamontagna viola, a mo’ di Pussy Riot. «Un segno forte che ha colpito l'immaginazione giocando con i corpi, usati in questo caso come strumento di lotta e non mercificazione», spiega Cifuentes.

Che cosa reclamano? Una istruzione non sessista e molte più donne nei post direttivi e di docenza, visto che il gap è enorme. Una rivoluzione strutturale che solo il governo può stimolare: il fatto è che da qualche mese la Moneda è in mano al centro-destra di Sebastián Piñera e del suo entourage (ultra)conservatore «Che non ha la minima idea di cosa significhi la parola femminismo e non capisce cosa stia succedendo nel Paese», dice Amanda Mitrovic, portavoce della Confeu.

Il presidente si dice disposto a sedersi a un tavolo ma ogni volta rimane vittima delle sue note gaffes e della sua ben poca empatia. Le misure di cosmesi che ha provato a proporre hanno indignato le ragazze: «Quelle misure esistevano già, il presidente ci prende in giro», ripetono. Piñera ha provato a rivolgersi alla presidente della Camera dei deputati, la socialista Maya Fernández ma è finito con uno sgradevole apprezzamento paternalista: «Lei è così bella, com'è che è così dura?».

Anche la Confeu è pronta al dialogo, «Ma prima devono dimettersi il ministro dell'Istruzione e quello della Salute», anche loro beccati in dichiarazioni sessiste e machiste.

«Fuimos ola y nos convertimos en un tsunami»: siamo state un'onda e siamo diventate uno tsunami, scandivano le decine di migliaia di ragazze che hanno invaso le strade della capitale anche il 6 giugno. Le donne cilene stanno vivendo la loro terza ondata femminista, dopo i movimenti sorti alla fine degli anni '40 per il diritto al voto e la mareggiata dei '60 per la libertà. Ora hanno sorpreso tutti, «Per prime noi. Fino a poco tempo fa eravamo piccoli gruppi, raccoglievamo denunce e chiedevamo diritti, quasi in solitaria. Ora si è stappato qualcosa di enorme e magnifico, popolare, trasversale», ammette Mitrovic.

La loro è una vera macchina da guerra, con un'organizzazione capillare e orizzontale. Ogni ateneo ha le sue vocalías e secretarias, ogni facoltà ha elaborato un petitorio con una lista di richieste, dagli strumenti per prevenire e punire le aggressioni sessuali alle sanzioni per i comportamenti sessisti: rieducazione a una convivenza rispettosa e sospensione dal proprio incarico nel caso si perseveri.

La Universidad de Chile, tradizionalmente la più progressista, ha una secretaria per ogni facoltà, mentre la Católica ne ha una per tutto l'istituto, in cui lavorano a pieno ritmo da tre anni 25 attiviste e che si occupa tra le altre cose di accogliere le denunce per abusi e molestie, 42 solo quest'anno, il doppio rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Gli acosos sono soltanto la punta dell'iceberg ma le discriminazioni fanno parte del quotidiano, a partire dal linguaggio.

«E' del tutto normale che un professore uomo ci dica che anche anche se andiamo male a scuola troveremo comunque un marito se siamo belle o che ci tratti come oggetti ornamentali», ci racconta una ex alunna, oggi brillante avvocatessa che preferisce restare anonima. «La dirigenza della nostra università non si occupa delle aggressioni sessuali di colleghi», spiega Andrea Cifuentes. «E il risultato è che alle vittime tocca convivere nello stesso spazio con persone che le hanno molestate o addirittura violentate. Non ci resta che denunciare a carabinieri e polizia, istituzioni super mascolinizzate in cui ti dicono di lasciar perdere perché è inutile».

La notte della toma della Casa Central, Andrea e le altre hanno presidiato quell'edificio nonostante alcuni studenti di estrema destra della stessa università si fossero avvicinati, ubriachi, minacciandole: «Vi ammazziamo tutte». Va da sé che li hanno denunciati ma le cose vanno per le lunghe. E infatti tra le richieste messe per iscritto dalle segreterie c'è quella di avvocati per assistere le donne ed evitare che vengano rivittimizzate, il tutto a spese della università.

Quelle della Católica sembrano tra le più agguerrite e non temono nessuno: sono state loro, desnudas e con passamontagna, che alla marcia del 16 maggio hanno inseguito e allontanato gli encapuchados - peraltro tutti maschi -, quelli che a ogni manifestazione si scontrano con la polizia. «Abbiamo rotto le liturgie e l'estetica delle marce», sorride Mitrovic.

L'impostazione orizzontale del movimento vuol dire che non ci sono leader ma voceras che ruotano, anche se è difficile che non si impongano figure carismatiche come quella di Andrea Cifuentes o Amanda Mitrovic.

«Il Cile è un Paese profondamente machista a tutti i livelli, il sessismo qui è sistemico e profondamente strutturato e siamo consapevoli che sarà una battaglia lunga. Intanto è una soddisfazione vedere che gli uomini si stanno spaventando», ci dice Adria Campos, ex portavoce della Uc. Ed è vero. Alcuni professori che abbiamo interpellato dicono che preferiscono «quedarse callados», stanno zitti ma ammettono di guardare con entusiasmo le battaglie nelle proprie università. Molti si dichiarano «desconcertados» per la paura di dover affrontare accuse senza contraddittorio. In molte facoltà i professori maschi non possono tenere la porta chiusa quando ricevono le studentesse e stanno ormai attentissimi ai toni da usare nel rivolgersi a una ragazza.

Non sono solo le università. Il movimento ha scatenato anche una parte delle studentesse delle superiori, ragazze giovanissime e grintose come la tredicenne C.T. che dice che non si arrenderanno, che cambieranno il mondo.

Adesso l'obiettivo, dichiarano tutte, è di allargarsi alle donne che non hanno idea del femminismo, per sensibilizzarle e coinvolgerle. In un Paese in cui il sessismo è da manuale e la violenza domestica è spaventosamente alta, la rabbia verso compagni maschilisti è diffusa in tutte le classi. Non a caso, tra le immagini più emblematiche delle proteste c'è quella di una carabinera in lacrime, mentre è in servizio, che abbraccia alcune studentesse durante la marcia del 16 maggio.

Parli con le ragazze, di vent'anni o poco più, e ti stupisce il grado di consapevolezza, la complessità dei ragionamenti, le doti strategiche. Sono centinaia di movimenti che si completano e si affiancano, in una sostanziale omogeneità di intenti. Le componenti della Asamblea Feminista Separatista della Icei, sono andate di aula in aula durante le lezioni per reclutare militanti e adesso sono un gruppo agguerrito e molto ascoltato. La responsabile della comunicazione, Valentina Camilla Araya, ci spiega che hanno avuto molti problemi ad aprire un tavolo di dialogo e solo quando questi sono falliti hanno cominciato le occupazioni. La AFM è stata quella che si è impuntata per le dimissioni di Juan Pablo Cárdenas e chiede corsi obbligatori sulla comunicazione non sessista per gli studenti. Il loro riferimento è soprattutto la femminista Julieta Kirkwood, sociologa, autrice del libro Ser politica en Chile, las Feministas y los partidos.

Su Cárdenas, un intoccabile, c'è stato un braccio di ferro ma l'hanno avuta vinta. D'altronde c'era un precedente, quello del professore di diritto Carlos Carmona, le cui avance sessuali denunciate da una studentessa hanno provocato l'occupazione della facoltà nell'aprile scorso. «Le nostre riunioni non sono aperte agli uomini, a meno che non vogliano assistere in silenzio, e infatti sono pochi e di quei pochi quasi tutti gay. Gli uomini etero dell'Icei non sono molto interessati al tema», ci spiega Valentina.

Non c'è documento che non incisti il femminismo “dentro le coordinate di classe, generazionali, etniche” si legge ad esempio nel Manifesto della Chile “e pure come soggetti che possono transitare tra il femminile e il maschile, come categorie culturali e non biologiche”. Queste giovani femministe sembrano aver assimilato tutta la lezione del queer, molto più di qualunque altro movimento europeo.

«Allargarsi e radicalizzarsi», sottolinea Mitrovic: «significa stringere alleanze prima di tutto con le donne indigene e immigrate, le più vulnerabili».

Tra le battaglie vinte dalla Secretaría della Católica c'è ad esempio il pagamento dei salari legali ai lavoratori haitiani sottopagati dalle università. Gli haitiani infatti sono la nuova ondata migratoria che ha colpito il Cile da qualche anno e, anche se trovano lavoro, sono di solito sottopagati e discriminati.

Se negli anni '80 il femminismo era parte della dissidenza a Pinochet, quello di oggi è autonomo ma riannoda molti fili di quel passato immettendo nuovi significati. Una delle prime a muoversi è stata l'Università del Cile con una Oficina de Ingualdad de Oportunidades de Género nel 2013 e pochi mesi dopo è nato l'Observatorio contra el acoso callejero (Ocac), fondato da tre neolaureate, passato dalle minacce e dalle burle dei primi mesi a un successo tale da venire copiato in tutta l'America Latina. Anche l'Ocac partecipa alle marce. Gridano insieme alle altre: «Piñera, Piñera, Piñera machista, te va a a derrocar una ola feminista». Oppure portano cartelli con scritto: «Abajo el patriarcado que va a caer, que va a caer». Intervistate dalle televisioni locali, le militanti non mostrano eccessiva soggezione verso il presidente quando lo definiscono maschilista e inadeguato.

Una recente lettera di 200 importanti accademiche ha dato il proprio appoggio al movimento, tra loro c'è il premio nazionale di antropologia e femminista storica Sonia Montecino, 63 anni, che della nuova onda dice che è un fenomeno meraviglioso, prodotto di quel laboratorio che è sempre stato il Cile per il femminismo. «Le differenze tra le proteste di queste settimane e il femminismo della mia generazione è il contesto politico e democratico, benché si tratti di una democrazia incompleta per le donne. Qui la protagonista è il sujeto mujer estudiante, in cui è centrale il corpo femminile violentato o aggredito e la lotta per la autonomia di questo corpo».

Per tutte vale lo striscione che campeggiava all'ultima marcia: «No nací mujer para morir por serlo». Non sono nata donna per morire per il solo fatto di esserlo. È quello che non hanno mai osato dire le cilene che mai avrebbero pensato di diventare femministe.

 @fabiobozzato @GabriellaSaba1

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