Il boom degli oppioidi sintetici ha creato un nuovo profilo di narcotrafficante, senza legami con le gang criminali. Buona parte del fentanyl che invade il mercato nordamericano arriva dall’Asia, sfruttando gli scarsi controlli in Cina e le falle del servizio postale Usa. E Trump incolpa Pechino

Cassette postali dell’Usps presso un ufficio postale a Encinitas, California, Stati Uniti. REUTERS / Mike Blake
Cassette postali dell’Usps presso un ufficio postale a Encinitas, California, Stati Uniti. REUTERS / Mike Blake

Yan Xiaobing non ha niente dello stereotipo del signore della droga: niente abiti pacchiani, macchine di lusso o pistole placcate d’oro. Bloomberg, che l’ha incontrato e gli ha dedicato un articolo, scrive che sembra un normalissimo impiegato d’ufficio. E invece Yan, quarantuno anni e nazionalità cinese, è stato accusato dagli Stati Uniti di essere un narcotrafficante internazionale.


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Lo scorso ottobre il dipartimento di Giustizia ha incriminato Yan Xiaobing e un altro cittadino cinese, Jian Zhang, per il reato di contrabbando di fentanyl sul suolo statunitense. Il fentanyl è un oppioide sintetico, un farmaco analgesico simile alla morfina ma molto più potente, che nel 2017 ha provocato la morte per overdose di 29mila americani. È il principale responsabile della cosiddetta epidemia degli oppioidi – categoria in cui rientrano anche l’eroina e gli antidolorifici come l’OxyContin – che sta flagellando il Nord America da anni ma che minaccia anche l’Europa e l’Italia.

L’ascesa degli oppioidi sintetici, facili da produrre anche in piccoli laboratori, ha creato un nuovo profilo di narcotrafficanti, assolutamente insospettabili, che non sono affiliati a potenti organizzazioni criminali ma che al contrario operano in proprio, instaurando spesso un rapporto diretto con i clienti. Nel caso specifico di Yan, il dipartimento americano di Giustizia sostiene che l’uomo sintetizzasse analoghi del fentanyl – sostanze che provocano effetti simili a quelli del fentanyl ma che hanno una struttura molecolare leggermente diversa e che quindi non sono illegali – e che dalla Cina li rivendesse poi su Internet ad acquirenti negli Stati Uniti e altrove nel mondo, spedendoli a domicilio tramite corriere.

Da una parte, lo schema seguito da Yan Xiaobing e da Jian Zhang sfruttava la debolezza dei controlli effettuati in Cina sulle sostanze sintetiche: nessuno degli analoghi del fentanyl venduti da Yan erano, infatti, illegali nella Repubblica popolare al momento delle indagini negli Stati Uniti. Dall’altra parte, i due trafficanti si approfittavano degli enormi volumi del commercio online, che rendono impossibile controllare il contenuto di ogni pacco, e delle vulnerabilità del servizio postale americano, che ha problemi nel tracciamento delle spedizioni internazionali.

Il caso di Yan e Zhang non è anomalo, anzi. Gli Stati Uniti ritengono, infatti, che proprio la Cina sia il Paese d’origine della maggior parte del fentanyl presente illegalmente sul territorio americano. La Dea, l’agenzia antidroga, ha scritto nel suo ultimo rapporto annuale che il fentanyl viene prodotto principalmente nei laboratori cinesi e da qui viene spedito negli Stati Uniti in via diretta oppure attraverso il Canada e il Messico. Dalla Repubblica popolare provengono anche i precursori chimici che le organizzazioni messicane utilizzano per sintetizzare autonomamente il fentanyl da contrabbandare oltre il confine. La Dea aggiunge che i pacchi di provenienza cinese che contengono fentanyl sono difficili da tracciare per gli ispettori americani, poiché passano sotto la custodia di diversi corrieri.

Il presidente Donald Trump ha più volte puntato il dito verso Pechino, che ritiene essere uno dei grandi responsabili, insieme al Messico, dell’epidemia degli oppioidi negli Stati Uniti. Lo scorso agosto aveva definito «vergognoso» che il fentanyl proveniente dalla Cina inondasse il sistema postale americano. In precedenza aveva addirittura detto che il traffico di droghe dalla Cina fosse quasi paragonabile ad una forma di guerriglia.

La Repubblica popolare ha respinto le accuse della Casa Bianca con non poca irritazione, sostenendo che il governo americano non avesse le prove per affermare che la Cina fosse la fonte principale del fentanyl presente in America.

Un rapporto della Commissione Usa-Cina risalente a febbraio 2017 aveva però, appoggiandosi ad indagini americane, stabilito esattamente questo: e cioè che Pechino è il principale fornitore di fentanyl non solo negli Stati Uniti ma anche in Canada e in Messico.

Un lungo studio del Senato degli Stati Uniti, pubblicato lo scorso gennaio dopo un anno di ricerche, era giunto a conclusioni simili: in Cina ci sono migliaia di laboratori che producono sostanze illegali e che le vendono online ad acquirenti americani; preferiscono i pagamenti in criptovaluta e le spedizioni indirette – i pacchi vengono prima fatti passare in Paesi diversi da quello di destinazione ultima – per complicare i tracciamenti e ridurre il rischio di sequestri alla dogana.

La Customs and Border Protection, il braccio del dipartimento della Sicurezza interna che si occupa di controllo doganale, ha difficoltà ad intercettare il fentanyl. Oltre ai motivi già visti, c’entra anche il fatto che fino a pochi anni fa le ispezioni antidroga si concentravano sulle grandi quantità e su sostanze voluminose come la cocaina. Il fentanyl, al contrario, viene solitamente spedito in piccole dosi per pacco, data la sua potenza: due soli milligrammi possono già bastare ad uccidere chi li assume. A gennaio, l’amministrazione Trump ha stanziato 9 milioni di dollari per fornire agli agenti della Customs and Border Protection nuovi dispositivi che possano permettergli di rilevare sostanze illecite con più efficacia. Ad aprile il Congresso ha finanziato la polizia di frontiera con ulteriori 284 milioni in strumenti tecnologici, di cui 71 serviranno specificatamente a rilevare gli oppioidi.

Il problema principale, tuttavia, risiede nel servizio postale americano. I corrieri privati, come ad esempio Ups, sono obbligati da una legge federale del 2002 ad ottenere i dati elettronici di ogni spedizione: il nome e l’indirizzo del mittente e del destinatario, oltre ai dettagli sul contenuto del pacco, in modo da facilitare le operazioni di monitoraggio. Ma il servizio postale degli Stati Uniti è esente da questo obbligo, principalmente per ragioni di costo e per evitare possibili contrasti con i sistemi postali di altri Paesi. Una vulnerabilità immediatamente sfruttata dai narcotrafficanti cinesi che, infatti, preferiscono spedire il fentanyl attraverso lo United States Postal Service piuttosto che con società di trasporto private, dove il rischio di sequestro è più alto.

A queste vulnerabilità cerca adesso di porre rimedio lo Stop Act – sigla che sta per Synthetics Trafficking and Overdose Prevention Act –, approvato dal Senato a settembre dietro pressione del presidente. Il decreto imporrà anche al servizio postale americano di raccogliere i dati elettronici delle spedizioni: dovrà ottenere informazioni su almeno il 70% delle spedizioni internazionali – ma sull’interezza di quelle provenienti dalla Cina – entro la fine dell’anno e raggiungere progressivamente la copertura completa entro il 2020.

Per gli Stati Uniti è fondamentale ostacolare l’incontro tra la richiesta domestica di fentanyl e l’offerta cinese. Ma non è abbastanza: da una parte devono diminuire la domanda attraverso politiche di prevenzione e di riduzione del danno, e dall’altra devono colpire la filiera produttiva alla radice.

Washington sta, infatti, collaborando con Pechino affinché eserciti controlli più approfonditi sulla propria produzione di fentanyl e di analoghi. Fino a pochi anni fa, la Cina monitorava in maniera piuttosto blanda la sua imponente industria farmaceutica, principalmente perché non aveva un problema interno di consumo illegale di oppioidi. I progressi nella cooperazione antidroga con gli Stati Uniti hanno però fatto sì che la Repubblica popolare inserisse il fentanyl e diversi suoi analoghi nella lista delle sostanze controllate e che imponesse delle restrizioni su alcuni precursori chimici utili alla loro sintesi.

A gennaio 2017, prova dello sviluppo della partnership, la Dea ha aperto un secondo ufficio sul suolo cinese. Pechino ha anche partecipato alle indagini che hanno portato all’incriminazione, in America, di Jian Zhang e Yan Xiaobing e collabora con la polizia doganale statunitense per condividere i dati delle spedizioni postali tra i due Paesi.

Ma la Cina non gradisce gli attacchi dell’amministrazione Trump, e del presidente in persona, che la incolpano per il suo ruolo nell’epidemia degli oppioidi: Pechino ritiene di essere accusata in maniera eccessiva. Ciononostante, fa sapere di essere disposta a rafforzare il coordinamento antidroga con Washington, anche alla luce degli accesi scontri commerciali tra le due nazioni.

Ma non si può escludere del tutto la possibilità che l’intenzione di danneggiare politicamente Trump – intenzione che emerge guardando ai prodotti colpiti dalle contro-sanzioni cinesi ai dazi della Casa Bianca – possa portare la Cina a fare resistenza alle richieste americane di ulteriori controlli sui fentanili. La crisi degli oppioidi è infatti un tema politicamente importante per Trump perché è importante per i suoi elettori nell’Ohio, West Virginia e Indiana, ad esempio: sono tre degli Stati in cui l’epidemia ha colpito più duramente e che nel 2016 votarono per “The Donald”.

@marcodellaguzzo

Sesta e ultima parte dell'inchiesta sull'epidemia degli oppioidi. Gli altri articoli li potete leggere qui, nel dossier speciale di eastwest.eu

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