Cina, India e Stati Uniti alla deriva sull’Oceano Indiano

La marina degli Stati Uniti e quella indiana pronte ad unire le forze per localizzare e monitorare i movimenti dei sommergibili cinesi nell’Oceano Indiano. È l’ulteriore evoluzione dell’intesa strategica tra Washington e New Delhi, volta a contenere la crescente inerzia di Pechino nelle acque poste ad ovest dello Stretto di Malacca, collo di bottiglia estremamente sensibile, dove Mare Cinese Meridionale e Oceano Indiano si incontrano.

Malacca Strait. REUTERS/Tim Wimborne

Qui, ogni anno passano due terzi dei commerci mondiali, pari a circa 5 mila miliardi di dollari, incluse le principali linee di rifornimento indispensabili a sostenere la crescita del dragone. Secondo fonti della marina indiana citate da India Today, i passaggi dei sottomarini cinesi vengono rilevati in media quattro volte a trimestre. Alcuni avvistamenti sono avvenuti all’altezza delle isole Andamane e Nicobare, avamposto strategico per New Delhi, scelto lo scorso novembre dal ministro della Difesa Manohar Parrikar per mettere in opera due nuovi ‘Poseidon 8i’, velivoli militari super-equipaggiati forniti dalla statunitense Boeing, e presentati come strumenti insuperabili nel pattugliamento di mari e oceani, in particolare per l’individuazione dei sommergibili attraverso i sonar. Il presidio navale di Port Blair nelle Andamane, a più di mille chilometri a est di Calcutta, rientra nella lista delle basi che il governo indiano ha messo a disposizione del Pentagono a seguito dell’intesa raggiunta ad aprile tra Parrikar e il segretario della Difesa americano Ashton Carter. In base all’accordo, New Delhi e Washington si impegnano a condividere i rispettivi spazi aerei, le basi terrestri e quelle navali per finalità logistiche, realizzando una “partnership quadrilaterale” estesa anche a Giappone e Australia, che permette alla marina americana di stazionare il 60% delle sue unità. A dare la forma opportuna al quadrilatero sono gli Stati Uniti, mai come ora impegnati a moderare l’influenza di Pechino lungo l’arco di tensione compreso tra il Mare Cinese Orientale e quello Meridionale, in linea con il piano americano Rebalancing toward Asia. La strategia che di fatto localizza il pivot statunitense in Asia-Pacifico, è stata introdotta nell’autunno 2011 da Barack Obama al fine di contenere l’ascesa economica e militare della Cina. Per riuscirci, Washington deve rinsaldare i rapporti con i propri alleati regionali ormai fortemente legati alla Cina sul piano commerciale, ma intimoriti dalla crescente influenza di Pechino, che rivendica la sovranità sull’80% del Mare Cinese Meridionale, interferendo con le mire di Vietnam, Taiwan, Filippine, Brunei e Malesia. Il gioco di schieramenti e alleanze alle porte del Pacifico passa poi attraverso esercitazioni congiunte. Pertanto, (anche) in risposta alle incursioni dei sommergibili cinesi ad ovest di Sumatra, le manovre navali previste a giugno nel Mare delle Filippine punteranno in particolare sulla guerra di profondità. Oltre alla presenza della marina indiana e statunitense, le prove prevedono l’intervento delle forze navali giapponesi, alleato indispensabile per Washington al fine di implementare la propria strategia regionale.
Per New Delhi, il Mare delle Andamane rappresenta un’occasione importante. È il teatro ideale in cui esibire il suo primo sottomarino nucleare a produzione nazionale, l’INS Arihant, e imporsi come garante della sicurezza nell’Oceano Indiano alle porte dello Stretto di Malacca. Prospettiva vista con timore dal Pakistan, storico nemico indiano e principale alleato di Pechino in Asia Centro Meridionale, preoccupato dai test di missili balistici sottomarini SLBM K-4 da 3500 chilometri di gittata, attuati segretamente ad aprile dall’India nel Golfo del Bengala, senza avvisare preventivamente le autorità pachistane, in deroga agli accordi tra i due paesi. Islamabad accusa l’India di sollecitare ulteriormente i già fragili equilibri regionali, rendendo irreversibile il processo di nuclearizzazione dell’Oceano Indiano che vede coinvolta anche la Cina. Malgrado il governo del presidente cinese Xi Jinping continui a rafforzare la marina, puntando sulla messa in sicurezza delle vie navali da e per lo Stretto di Malacca, mantiene ben saldi i rapporti con Islamabad. Come accennato in una nostra analisi dei giorni scorsi, Cina e Pakistan stanno realizzando un importante corridoio economico che attraverso la Karakorum Highway collegherà l’altopiano tibetano a Gwadar, il mega porto finanziato dal governo cinese nel sud del Balochistan. Si tratta di un importante vantaggio strategico per Pechino, che disporrà di un collegamento diretto sullo Stretto di Hormuz, all’incrocio tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman, smarcando l’imbuto dello Stretto di Malacca e aggirando l’Oceano Indiano. Scenario cruciale per New Delhi, impegnata nella più massiccia corsa al riarmo dai tempi dell’indipendenza nel 1947. Nel 2015 l’India è divenuta la sesta nazionale al mondo per investimenti in armi e primo importatore, spendendo 51,3 miliardi di dollari, equivalenti al 2,3% del PIL nazionale. Dal 2006 ad oggi l’India ha aumentato del 43% gli investimenti in armi, superando nel ranking mondiale la Francia (50,9 mld $) e il Giappone (40,9 mld $). La spesa militare indiana dovrebbe cresce di altri 10 miliardi di dollari entro il 2017, per assestarsi a 64 miliardi entro nel 2020. Ancora lontana la Cina, che con i suoi 215 miliardi di dollari investiti lo scorso anno si assesta in seconda posizione (+132% dal 2006 ad oggi), alle spalle degli Stati Uniti (596 mld $) per i quali nell’ultimo decennio si è registrato un calo del 3,9%. La corsa agli armamenti non è esclusiva cinese o indiana, ma assieme al livello di tensione, in Asia e Pacifico sono cresciute anche le spese militari complessive, arrivate a più 5,4% nel 2015, e aumentate del 64% dal 2006. In questo contesto, la tensione esistente nelle acque del Mare Cinese si è estesa anche al vicino Oceano Indiano, offrendo a India e Pakistan una duplice opportunità: rafforzare il dialogo reciproco a favore della stabilità regionale, o puntare sulla corsa al riarmo. Per ora, la linea scelta non sembra includere la prospettiva della distensione, pertanto la conseguenza più evidente passa per la ‘nuclearizzazione dell’Oceano Indiano’.

@emanuele_conf

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