Anche i cinesi nel loro piccolo s'arrabbiano se gli tocchi la privacy

In Cina non c'è Facebook e non si vota. Ma la raccolta dati da parte dello Stato è mastodontica. E il fondatore di Baidu (il Google d’oriente) dice che i cinesi barattano volentieri la privacy online in cambio di convenienza. Gli internauti non hanno apprezzato. E neanche il regime

Il logo Baidu nella quarta conferenza mondiale su Internet a Wuzhen, provincia di Zhejiang, Cina, 4 dicembre 2017. REUTERS / Aly Song
Il logo Baidu nella quarta conferenza mondiale su Internet a Wuzhen, provincia di Zhejiang, Cina, 4 dicembre 2017. REUTERS / Aly Song

Partiamo dall'inizio: chi è Robin Li e che cosa è Baidu. Robin Li è nato nel 1968 a Yangquan, nella regione dello Shanxi, una delle più povere del Paese. Robin fa parte di una famiglia di contadini ed è il quarto di cinque fratelli. Nonostante le origini povere, dopo la fine della rivoluzione cultrale accede all'università di Pechino, per laurearsi in computer science. Poi, dopo il 1989 decide di andarsene e trova la possibilità di fare un master al Suny di Buffalo.

Quando sarà già “Robin Li” ricorderà quel corso come l'unico luogo nel quale gli era stata concessa una possibilità. Nel 1994 è alla New Jersey Division di Dow Jones and Company. Comincia a lavorare sui dati, comprendendone la potenziale forza. Nel 1996 crea Link Analysis, un software per la ricerca di informazioni. Si trattava di un programmino che stabiliva la popolarità di un link, partendo dall'analisi di quante volte veniva citato da altri siti. Dovrebbe ricordarvi qualcosa...

Viene notato da Infoseek e nel 1999 incontro Eric Xu, un uomo dai mille contatti in Silicon Valley. Non a caso, ben presto arriva anche per loro uno dei tanti fondi che sostiene lo sviluppo di quella che sarebbe poi diventata l'esplosione della new economy. Con circa 1 milione e rotti di dollari Robin ed Eric tornano in Cina e fondano Baidu.

La leggenda – come quelle che circondano la nascita di Alibaba di Jack Ma – vuole che il nome sia preso da una poesia dell'epoca Tang e che la nascita di Baidu sia avvenuta in un piccolo albergo a tre stelle di Pechino. Via via il capitale sociale arriva a 10 milioni di euro: Baidu diventerà poi il principale motore di ricerca in Cina, la porta d'accesso al web con caratteristiche cinesi, sempre disposto a obbedire agli ordini censori non senza incappare in qualche disavventura - come ad esempio quando viene citato in giudizio per le pubblicità permesse ai centri che promettono “la guarigione dall'omosessualità”. Nel 2005 il Nasdaq e la definitiva consacrazione, grazie a quanto garantisce alle e-company cinesi il successo nazionale: una conoscenza perfetta del proprio mercato.

Nei giorni scorsi Robin Li è tornato agli onori della cronaca, non senza ironici scherzi del destino: le sue frasi molto ambigue sulla privacy e i cinesi sono state pubblicate dalla rivista Caixin nello stesso giorno nel quale Mark Zuckerberg chiedeva scusa per lo scandalo legato a Cambridge Analytica. Robin

Li ha sostenuto che «Siamo molto consapevoli del problema della privacy, inclusa la protezione dei dati. Negli ultimi anni anche la Cina è progressivamente venuta a conoscenza di questo problema e ha applicato leggi e regolamenti pertinenti. Credo che i cinesi in cambio di convenienza ed efficienza siano disposti a barattare la propria privacy». Robin Li ha detto queste cose a Pechino, al China Development Forum.

Bisogna ammettere che Li non ha detto una cosa straordinaria: la Cina ha una storia molto complicata per quanto riguarda l'irruzione nella privacy dei cittadini da parte delle proprie autorità. Negli ultimi tempi, inoltre, una serie di progetti – come quello dei crediti sociali – e più in generale le tecnologie riguardo riconoscimento facciale e controllo ad opere di videocamere molto invasive riguardo i dati personali, non hanno fatto che aumentare la sensazione di una perdita totale della privacy dei propri cittadini: per volere dello Stato e per mancanza di una legge appropriata.

Niente scandali come Cambridge Analytica, dunque, perché pare che in Cina quel tipo di utilizzi dei dati sia sostanzialmente alla luce del sole.

Ha fatto un certo effetto, però, vedere che le parole di Li e soprattutto le critiche che gli sono piovute dai social cinesi abbiano trovato spazio su quotidiani governativi come il Quotidiano del Popolo, organo ufficiale del Pcc, e il Global Times, costola ultra nazionalista del Quotidiano del Popolo.

Entrambi i giornali hanno infatti riportato le critiche piovute sull'enfant prodige cinese. Alcuni esempi: “Chi ti ha detto che siamo disposti a rinunciare ai nostri dati?”, “Chi ti ha dato il diritto di parlare per i cinesi”. O ancora: “io non sono disposto a farlo”. Altri, scrivono i due quotidiani statali, hanno definito le parole di Li “spudorate”, “sfacciate” o “spregevoli”.

“È un grande dispiacere – riporta ancora il Quotidiano del Popolo - che una tale persona sia considerata un leader chiave nel suo settore”.

Ma la domanda è: come mai questi organi di stampa ultra governativi hanno voluto segnalare queste critiche alle parole di Robin Li?

In fondo all'articolo del Quotidiano del Popolo c'è una prima risposta: “Nel gennaio di quest'anno, il Ministero dell'Industria e dell'Information Technology cinese ha lanciato un avvertimento a Baidu, sollecitando l'azienda a fare di più per proteggere le informazioni personali degli utenti”.

Significa che la Cina sta ovviando a una mancanza di protezione dei dati dei suoi cittadini? No, significa che lo Stato cinese li vuole solo per sé e vuole farlo con la consueta discrezione. Robin Li, dunque, è avvisato.

@simopieranni

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