La Cina tra sistema politico e settore privato

Esiste un argomento poco affrontato quando si parla di Cina: la relazione tra sistema politico e settore privato. Le autorità di Pechino hanno voluto dare una risposta al fenomeno della corruzione e ci sono efficacemente riuscite.

La Cina non vedrà nascere il fenomeno degli oligarchi russi che hanno - per un tempo - depredato l’economia nazionale, acquistando dallo Stato a prezzi stracciati per poi diventare ricchissimi fino a prendere in ostaggio il governo stesso. All’opposto la lotta cinese alla corruzione e alla dispersione delle risorse pubbliche è stata netta: tutti i funzionari coinvolti sono stati rimossi o incarcerati. Riconoscendo l’esistenza di un vuoto normativo, Pechino ha agito innanzi tutto sul foro interno - il partito e lo Stato - senza toccare gli imprenditori. Ma il messaggio è stato chiaro anche per loro. Ciò che manca ancora, tuttavia, è una prassi organica e legislativamente sicura, su come debbano funzionare le relazione tra settore pubblico e settore privato. Xi Jinping ha promesso nuove leggi ma in questa fase di transizione i privati cinesi - arricchitisi molto nella fase precedente - hanno preferito mandare i soldi all’estero, causando un altro danno all’economia nazionale.

Fino all’anno scorso tra i 60 e i 70 miliardi di dollari sono usciti ogni mese dalla Cina, verso opportunità di investimento all’estero o forme varie di tesaurizzazione. Le autorità sono dunque intervenute una seconda volta con forza, limitando tali investimenti, sospettati di essere una “fuga di capitali”. Le norme stringenti sul controllo hanno avuto una conseguenza immediata: meno investimenti, meno crescita. Il rallentamento cinese è oggi una realtà, dovuto a tante cause tra cui questa. Molte imprese private cinesi hanno così rinunciato ad acquisizioni importanti e il livello generale dei collocamenti si è indebolito. La politica di controllo dei capitali riguarda tutti, anche gli individui la cui possibilità di acquisto di divisa straniera è ora limitato. Le stesse imprese straniere che lavorano in Cina hanno maggiori difficoltà a rimpatriare i propri benefici. Per tali ragioni alcuni hanno sorriso quando il Presidente cinese ha lodato il libero mercato a Davos, mentre in Cina operava una stretta. C’è una certa fretta cinese ad affrontare questo tema: infatti le imprese pubbliche cinesi non vanno così bene. Molti sono i complessi industriali statali che soffrono di mala gestione e stanno costringendo le autorità a prendere provvedimenti. Nella fase di ascesa le criticità erano coperte dalla crescita a due cifre; oggi viene a galla che il settore privato è più efficiente mentre nel pubblico occorrerà probabilmente licenziare. Soltanto il 10% della produzione cinese è in mano pubblica ma assorbe il 40% dei prestiti da parte del sistema bancario e le imprese statali sono tutte indebitate.

Così Pechino si trova ad una svolta solo apparentemente economica: siamo davanti ad un delicato passaggio politico, novità assoluta per il regime. Dall’epoca di Deng, quando nacque il settore privato cinese, non c’è stata vera regolamentazione dell’economia. La tumultuosa e anarchica cavalcata della crescita che ne è seguita, ha visto la Cina diventare la potenza globale che ora è. Ma sulla strada sono stati accantonati problemi ingenti. Uno fra questi è la completa riscrittura del diritto privato, un problema non da poco per il partito comunista cinese. Lo sfondo è chiaramente economico, ma il nocciolo della questione squisitamente politico: quale modello sarà scelto? Da questo dipende molta parte di ciò che diverrà la Cina nel prossimo futuro. 

@marioafrica

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