Se il mondo scopre i campi di rieducazione di Pechino nello Xinjiang

La storia della repressione degli uighuri è lunga e violenta, ma è stata quasi ignorata dal resto del mondo. Fino a questa estate, quando una testimonianza ha fatto scoppiare il caso dei campi di rieducazione: il più grande programma di detenzione di massa in Cina da 60 anni

Bambini di etnia uighura leggono il Corano. REUTERS/Umit Bektas
Bambini di etnia uighura leggono il Corano. REUTERS/Umit Bektas

La regione nord occidentale cinese dello Xinjiang è da sempre una zona di intensa attività securitaria da parte di Pechino, teatro di proteste contro il governo centrale da parte di frange dell'etnia uighura, che hanno portato in diversi casi a un totale isolamento del territorio.

Si tratta di una regione che fino a qualche tempo fa era a maggioranza uighura, etnia turcofona di religione musulmana. Pechino ha sempre tentato di smorzare le istanze indipendentiste, accusando i movimenti uighuri di terrorismo. La verità è che in Xinjiang quasi ogni famiglia ha sofferto abusi, arresti o intimidazioni da parte delle forze di polizia cinesi dispiegate in massa sul territorio.

Di recente la regione è stata il teatro nella quale Pechino ha spinto più a fondo la sperimentazione delle tecniche di sorveglianza – videocamere, riconoscimenti facciali, raccolta dei Dna – portando il controllo dell'area a regime: non si tratta più di periodi durante i quali Pechino decide di chiudere la regione e aumentare il controllo; è ormai una situazione quotidiana, una sorta di guerra a bassa intensità da parte del governo centrale nei confronti della popolazione di etnia uighura. Questa situazione è realtà da molti anni, ma solo nell'estate di quest'anno è sembrata aver trovato un'attenzione mondiale, grazie a nuove denunce e report ripresi anche dalle Nazioni Unite. 

La storia della repressione in Xinjiang, però, è piuttosto lunga. Pechino ha tentato prima la carta dello sviluppo economico: con la campagna Go West lanciata ormai da anni, il governo centrale cinese ha tentato di smorzare le istanze separatiste o il semplice tentativo di poter parlare la propria lingua e vivere con valori differenti da quelli della cultura han (l'etnia maggioritaria in Cina, formata da quelli che noi comunemente chiamiamo "i cinesi") attraverso l'ingente investimento economico in infrastrutture e lavori pubblici. Analoga strategia è stata applicata in un'altra regione sensibile, il Tibet.

Ma a quanto pare non è bastato, anche perché, come scrive SupChina, ottima risorsa per seguire quanto accade a Pechino, «le relazioni tra il governo cinese e le minoranze etniche cinesi sono complicate e l'islamofobia è un problema complesso e profondamente radicato nel Paese. Rachel Harris della Soas di Londra scrive che le campagne contro il separatismo uighuro erano comuni negli anni '90, ma che via via questo atteggiamento è diventato una vera e propria «guerra al terrorismo»; in questo modo il termine «antiterrorismo» divenne una giustificazione primaria per le dure politiche contro gli uighuri.

Pechino ha dunque portato al massimo della sua potenza la capacità repressiva – come abbiamo scritto su eastwest.eu, segnalando sia l'esistenza dei campi di rieducazione, sia l'attività di Chen Quanguo, il segretario del partito comunista che da qualche anno governa con il pugno di ferro la regione - non solo attraverso tecniche preventive, ma anche attraverso quella che un esperto dei sistemi legali in Cina come Jerome A. Cohen, ha definito «il più grande programma di detenzione di massa in Cina da 60 anni».

Come ha scritto in un articolo pubblicato sul suo sito, «Forse l'ultima volta che così tante persone sono state detenute al di fuori di un processo formale è stato nella campagna anti-destra del 1957-59».

Negli ultimi mesi, infatti, è emersa la clamorosa diffusione dei campi di rieducazione per centinaia di migliaia di uighuri, dimostrati da testimonianze e dati, come ad esempio gli investimenti economici per la loro costruzione; Pechino ha negato, soprattutto quando le notizie relative ai campi sono cominciate a emergere e diffondersi anche sui media internazionali.

Conta poco, scrive Cohen, «che ciò che viene fatto dovrebbe essere inteso come una violazione dei diritti procedurali ai sensi dell'articolo 37 della Costituzione, nonché delle varie libertà sancite dalla Costituzione, per non parlare delle disposizioni pertinenti della legge sulla procedura penale cinese e di altra legislazione nazionale». Le misure cinesi per quanto riguarda lo Xinjiang, infatti, violano anche il diritto internazionale pubblico sotto molti aspetti.

La Cina – infatti - «ha firmato ma non ratificato il Patto internazionale sui diritti civili e politici, che proibisce chiaramente le detenzioni arbitrarie, ma ha ratificato la Convenzione contro la tortura e la Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, e le azioni dello Xinjiang sono palesi violazioni di questi trattati internazionali sotto molti aspetti».

Il caso dei campi di rieducazione e della schedatura di massa di parte della popolazione uighura dello Xinjiang, è scoppiato in modo clamoroso nel luglio di quest'anno, quando una cinese di etnia kazaka, Sayragul Sauytbay, è scappata dallo Xinjiang nel Kazakhstan. È stata lei a testimoniare di essere stata costretta a lavorare come insegnante in uno di questi campi: «Lo chiamano un campo politico, ha raccontato, ma in realtà era una prigione in montagna», specificando inoltre che l'esistenza di questi luoghi sarebbe un «segreto di Stato».
Sempre nel luglio del 2018 Gene Bunin, come riporta SupChina, «un accademico di lingua uighura», racconta analoghe esperienze raccolte sul campo, che trovano spazio in un lungo reportage sul Guardian.

Infine, nell'agosto del 2018, organizzazioni in difesa dei diritti umani hanno riportato che «Nei villaggi dello Xinjiang meridionale, circa 660.000 residenti rurali di origine etnica uighura potrebbero essere stati portati via dalle loro case e detenuti in campi di rieducazione, mentre un altro fino a 1,3 milioni potrebbe essere stato costretto a partecipare a sessioni obbligatorie di rieducazione diurna o serale nei villaggi o centri cittadini, per un totale di circa 2 milioni di abitanti del Xinjiang del Sud in questi due tipi di programmi di "rieducazione". Il numero totale per la regione autonoma dello Xinjiang nel suo complesso, comprese altre minoranze etniche e residenti in città, è certamente più alto». Le stesse accuse sono state rivolte alla Cina dalle Nazioni unite. Pechino ha continuato a negare.

@simopieranni 

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