In Colombia riaffiora la guerra più vecchia del continente

Mentre le Farc iniziano la loro prima campagna elettorale, l’Eln torna a colpire. La tregua è stata un’illusione. E a un mese dal voto, l'accordo di pace con una paranoica guerriglia di mezza età si fa sempre più lontano

Un ribelle dell' Ejército de Liberación Nacional (Eln). REUTERS/Federico Rios
Un ribelle dell' Ejército de Liberación Nacional (Eln). REUTERS/Federico Rios

Bogotá – È durata 101 giorni in Colombia la tregua tra governo ed Ejército de Liberación Nacional (Eln), la guerriglia più antica del continente da quando le Farc hanno lasciato il passo al dialogo per entrare in politica. Si era gridato al miracolo per il cessate il fuoco dichiarato in occasione della visita del Papa; ma in pochi avevano creduto che sarebbe bastata una benedizione per garantirne la sostenibilità.

Pattuita dal primo ottobre al 9 gennaio, la sospensione delle attività belliche serviva a fornire soccorso umanitario alle comunità più colpite dal conflitto. Tuttavia, a poche ore dalla fine ufficiale dell’accordo si è aperto un vortice di schermaglie che sono state il preludio di una crisi arrivata all’apice la scorsa settimana, quando ai due attentati nel Caribe, che hanno causato la morte di sette poliziotti, il governo ha risposto bombardando una regione del Pacifico.

Più che a distendere gli animi, sembra che la tregua sia servita a macerare una tensione fatta di rappresaglie e reciproche accuse, contraddetta puntualmente dall’incoerenza di fondo di entrambe le parti. Nonostante il rientro da Quito del capo negoziatore governativo Gustavo Bell, nessuno ha comunque scartato la possibilità di continuare il dialogo. Quello che però genera perplessità è la modalità con cui sarà portato avanti, tramite l’adozione della “dottrina Rabin” annunciata dal presidente Santos: continuare a negoziare come se non ci fossero combattimenti, e continuare a combattere come se non ci fosse negoziazione. Che sembra ciò a cui l’Eln ha sempre ambito in modo azzardato, seppur consapevole, per diverse ragioni.

La prima è un eccesso quasi patologico di autostima, alimentata da un crogiolo ideologico in cui convivono tradizione marxista-leninista-guevarista e teologia della liberazione. Fondata nel 1964 pochi mesi dopo la nascita delle Farc, la narrativa dell’Eln si nutre dell’ascesi rivoluzionaria sublimata nella figura di Camilo Torres, il sacerdote morto col fucile in spalla poiché «il dovere di ogni cristiano è fare la rivoluzione».

Un misticismo rivoluzionario che ne ha offuscato la visione strategica. Alcuni analisti sostengono che l’Eln sarebbe l’unica guerriglia al mondo a contare più perdite causate da questioni di pulizia ideologica che da scontri a fuoco col nemico. E ricordano a più riprese il massacro di Tacueyó del 1985, divenuto celebre per l’intransigenza paranoica di due comandanti che diedero ordine di uccidere 164 membri sospettati di essere infiltrati della Cia. Secondo il partito comunista, sarebbero 40 i dirigenti assassinati dall’Eln dal 1985 al 2016, senza dimenticare gli scontri con le Farc tra il 2004 e il 2010 che spinsero l’allora comandante Alfonso Cano a chiedere un patto di non-aggressione all’omologo Gabino.

Un altro elemento ad alto tasso di difficoltà è rappresentato dalla struttura del gruppo guerrigliero. Se con le Farc è bastato agganciare i ranghi alti del comando centrale per portare a termine i negoziati, con la garanzia che gli ordini fossero poi eseguiti nel rispetto della verticalità organizzativa, l’orizzontalità dell’Eln sfugge a questa logica, generando una contorsione interna al momento di definire una postura comune. Come si dice in Colombia, le Farc erano un esercito che voleva fare politica, l’Eln è un’organizzazione politica che si atteggia a esercito. Ed è così che sta agendo. Dei cinque fronti operativi, il maggiore sforzo militare è stato storicamente assunto dai due attivi nella zona orientale del Paese. Tuttavia, alcuni degli ultimi attacchi sono stati sferrati ad occidente, nel tentativo di applicare la vecchia logica per cui quanto più danno si dimostra di arrecare sul terreno, tanto più aumenta il potere negoziale al tavolo delle trattative.

L’Eln si è comportata in modo simile alle Farc nei primi due anni dei negoziati. Ma l’Eln non è le Farc. Secondo stime ufficiali, la capacità del gruppo potrebbe essere quantificata in circa 2000 unità, sostenute da circa 7500 miliziani, con un controllo su meno del 2% dell’intero territorio nazionale. Prima della smobilitazione, le Farc potevano contare su una struttura cinque, se non sei volte più grande, capace di esercitare controllo su un’area molto più estesa, e con una potenza di fuoco da circa 2000 attacchi all’anno prima del 2011, a fronte dei 350 dell’Eln. È possibile che il gruppo abbia tratto un certo vantaggio territoriale dalla smobilitazione delle Farc, ma da qui a pensare di poter invertire il rapporto di forze con l’esercito ce ne vuole.

La recrudescenza del conflitto è stato favorita anche dall’applicazione solo parziale dell’accordo di pace. La violenza non è cessata, anzi. Le stesse Farc, che il 27 gennaio hanno inaugurato la campagna in vista delle elezioni in cui candidano alla presidenza il leader Rodrigo Londoño aka Timochenko hanno visto cadere assassinati 49 militanti del partito dalla firma dell’accordo, nel novembre 2016 al gennaio 2018. E 105 difensori dei diritti umani sono stati uccisi nel solo 2017.

Il nodo da sciogliere sembra essere sempre lo stesso: la permanenza nei territori di tutti quei gruppi successori del paramilitarismo su cui l’attuale governo sembra aver perso il controllo. E senza adeguate garanzie di sicurezza, è improbabile che un gruppo come l’Eln decida di scendere a compromessi. Ma il tempo gli gioca a sfavore.

Il gruppo è sempre più isolato dalla società. Con l'attacco dello scorso settembre a un oleodotto, l’Eln ha causato anche una emergenza ambientale senza precedenti con impatti devastanti per le comunità locali. Ed è sempre più disarticolato. Se per le Farc non era stato difficile liberarsi di qualche zavorra al primo cenno di malcontento, forte di un peso militare che comunque non risultava intaccato, perdere anche solo cento uomini avrebbe un impatto significativo per l’Eln in termini d’incidenza negoziale.

Ma i guerriglieri sembrano incapaci di cogliere le opportunità di un momento propizio. Così a poco più di un mese dalle elezioni legislative, e in attesa di quelle presidenziali previste a maggio, da un lato c’è un governo ormai al tramonto; dall’altro una guerriglia che dapprima vorrebbe conoscere l’esito elettorale per capire con chi dovrà negoziare. Con il rischio che poi sia troppo tardi.

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