Alla vigilia dell’addio, il presidente Santos annuncia l’ingresso sia nell’Osce che nella Nato, come primo “partner globale” latinoamericano. Bogotà rafforza così l’asse con Washington, che premia le sue forze armate. E il governo Maduro lancia l’allarme

Il presidente della Colombia Juan Manuel Santos parla ai media dopo aver votato in un seggio elettorale, durante le elezioni presidenziali a Bogotà, in Colombia, il 27 maggio 2018. REUTERS / Carlos Garcia Rawlins
Il presidente della Colombia Juan Manuel Santos parla ai media dopo aver votato in un seggio elettorale, durante le elezioni presidenziali a Bogotà, in Colombia, il 27 maggio 2018. REUTERS / Carlos Garcia Rawlins

Il presidente Santos lo definisce “un privilegio” ma per Caracas si tratta di “una minaccia alla pace” del continente. La Colombia, con poche ore d’anticipo rispetto al primo turno delle elezioni presidenziali, ha annunciato il suo ingresso nella Nato (l’Organizzazione del trattato dell'Atlantico del Nord) in qualità di partner globale e nell’Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). «Essere parte dell’Ocse e della Nato migliora l’immagine della Colombia e ci consente maggior presenza sul palcoscenico internazionale», ha annunciato Juan Manuel Santos, attuale presidente della Repubblica.


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Il 17 giugno i colombiani sceglieranno il suo successore al ballottaggio fra Ivan Duque (39,1%) e Gustavo Petro (25,08%). Il primo è esponente del Centro Democratico ed erede delle politiche dell’ex presidente di destra Álvaro Uribe. Petro, l’ex sindaco di Bogotà che da giovane ha militato nel gruppo di guerriglia conosciuto come M-19, rappresenta invece l’elettorato di sinistra.

Santos ha definito l’ingresso nella Nato, da formalizzare il 31 maggio a Bruxelles, come “un privilegio” poiché la Colombia “sarà l’unico Paese dell’America Latina” con tale status. Ovviamente la Colombia non farà parte dei 29 membri della Nato ma si unirà ai cosiddetti partners across the globe come Afghanistan, Australia, Iraq, Giappone, Corea del Sud, Mongolia, Nuova Zelanda e Pakistan. Non si tratta dunque di un accordo per operazioni militari ma di una collaborazione per lo scambio di informazioni. Santos l’ha confermato pubblicamente: «Non è un accordo per prendere parte a operazioni che non siano di addestramento, non parteciperemo a operazioni militari della Nato. Non è previsto negli accordi». Né ci saranno truppe Nato in territorio colombiano.

Ma il nome Nato evoca sempre una certa perplessità fra i suoi vicini. Caracas, per esempio, non vede con entusiasmo le influenze atlantiche in America Latina: “Il Venezuela denuncia alla comunità internazionale l’intenzione delle autorità colombiane di introdurre in America Latina e ai Caraibi unalleanza militare esterna con capacità nucleare. Ciò costituisce chiaramente una seria minaccia alla pace e alla stabilità della regione”, ha denunciato il governo di Maduro in un comunicato.

Quali sono dunque gli aspetti positivi di questa mossa per il sistema colombiano? Secondo gli analisti, è innanzitutto un riconoscimento per le forze armate del Paese impegnate nella lotta alla guerriglia armata e al narcotraffico. L’intelligence avrà modo di scambiare informazioni e buone pratiche con altri Paesi, arricchendo l’archivio di metodologie sul contrasto al crimine organizzato. «È un modo di legittimare l’impegno delle forze militari nei 50 anni del conflitto armato», ha spiegato alla Cnn Mauricio Jaramillo, professore di Scienze Politiche alla Universidad del Rosario. C’è, inoltre, una doppia lettura di quest’ingresso nella comunità atlantica: la Colombia rafforza il proprio asse con gli Usa, ponendosi nel continente come un partner di riferimento ma accetta di sottoporsi alla retorica della sinistra sull’imperialismo yankee.

L’ingresso nell’Ocse, analizzato dalle 23 commissioni, è invece fra gli obiettivi di Santos dal 2011. È per lui «un sigillo di qualità», un «biglietto da visita senza pari», perché «essere parte dell’Ocse produce fiducia e la fiducia genera investimenti che a loro volta stimolano lavoro e benessere», ha spiegato l’attuale presidente. Una Colombia pacificata, indipendente e affidabile per governi e investitori ma attiva nel continente senza essere subalterna agli Stati Uniti. Questo è il Paese che Santos vorrebbe lasciare al prossimo inquilino della Casa de Nariño.

 @AlfredoSpalla

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