Colombia: la legalizzazione della cancharina

Bogotá - "Non ho memoria di un paese in pace". Si tratta di un'affermazione piuttosto comune in Colombia, sia che ci si trovi a Bogotá, Santa Marta o Yopal. E il riferimento riguarda anche persone un po' più anziane della cinquantina.

REUTERS/Jaime Saldarriaga
REUTERS/Jaime Saldarriaga

Era il 18 Maggio 1964, poco dopo il trionfo della rivoluzione cubana nel 1959, quando la Colombia si convertì nell’avamposto geopolitico del piano statunitense Alliance for Progress voluto da Kennedy per contrastare il rischio di un’epidemia comunista nel continente latinoamericano. Con l’approvazione del Plan LASO (Latin American Security Operation) il Governo Valencia provò a dare un giro di vite militare alla proliferazione delle cosiddette “repubbliche indipendenti”, un dispregiativo utilizzato in quegli anni per indicare enclavi di dissidenti ideologicamente affini al sinistrismo. Si trattava in realtà di piccole entità territoriali sorte come meccanismi di autodifesa a seguito del decennio di sangue conosciuto come La Violencia (1948-1958), innescato dall’assassinio del candidato liberale alla Presidenza Jorge Eliécer Gaitán nel 1948. Tra le Repubbliche più stigmatizzate dall’ostracismo democratico-anti-comunista, figurava Marquetalia, un piccolo territorio del Municipio di Planadas, situato nel Dipartimento del Tolima.

Nel quinto capitolo di A lomo de mula. Viajes al corazón de las Farc, Alfredo Molano racconta che per sfuggire ai bombardamenti dell’Esercito durante la Operación Soberanía, Pedro Antonio Marín Rodríguez si addentrò con altri ventisei uomini e quattro donne per un sentiero stretto e invisibile alle forze aeree, strategicamente perfetto, che dal Tolima conduceva a Riochiquito, nel Cauca. Fu lì che il manipolo di persone riparò, stanziandosi in un’area abitata dalle comunità indigene paeces e nasas, e imparò a preparare la cancharina, una focaccia di mais impastata con canna da zucchero. Il sentiero divenne la cinghia di trasmissione geografica con nuovi gruppi di contadini in fuga provenienti da varie regioni del paese, e Pedro Marín divenne Manuel Marulanda Veléz, detto anche Tirofijo. Le repubbliche indipendenti diedero vita a un esercito, e a partire da quel momento chiunque “avesse voluto conoscere dove si trovassero le FARC, gli sarebbe bastato sapere se la gente mangiava cancharina”.

Nel 2017 per sapere dove si trovano le FARC basta consultare una mappa delle venti Zonas Veredales Transitorias de Normalización (ZVTN) e dei sette Puntos Transitorios de Normalización (PTN), pattuiti tramite lo storico Accordo di Pace firmato il 24 Novembre 2016 tra il Presidente Manuel Santos e il capo guerrigliero Rodrigo Londoño - conosciuto con il nome di battaglia di Timochenko - vidimato a seguito di un plebiscito popolare a dir poco controverso e l'approvazione del Congresso della Repubblica.

Le ZVTN e i PTN sono i dispositivi territoriali creati a partire dall'implementazione del Punto 3.1.4.1. dell'Accordo per attivare il meccanismo di consegna delle armi in possesso delle FARC sotto la supervisione delle Nazioni Unite, sancendo di fatto la definitiva smobilitazione della guerriglia a partire dal primo agosto 2017 con la disattivazione delle ZVTN e dei PTN, oltreché l'avvio del graduale processo di reinserzione degli ormai ex-combattenti nella vita economica, sociale, ma soprattutto politica del paese.

"Il fatto che le FARC abbiano mantenuto la parola e abbiano dimostrato un sincero interesse per la pace è un fatto storico per la Colombia. La gente dovrebbe stare in giro a far festa in questi giorni, e invece...". Commenta schivo il tipo della tabaccheria all'incrocio con la Carrera Séptima, dove sono solito comprare il pacchetto settimanale di Marlboro Gold. E in effetti lo scorso 27 Giugno Jean Arnault, responsabile della Missione ONU in Colombia, attraverso una dichiarazione ufficiale rilasciata durante un atto celebrativo realizzato nella ZVTN di Mesetas, nel Dipartimento del Meta, ha confermato l'immagazzinamento dell'intero arsenale bellico per un totale di 7.132 armi.

Una tappa cruciale cui farà presto seguito la consegna dell'inventario dei beni utilizzati per finanziare l'economia di guerra e in tal modo indennizzare le vittime, destinatarie dell'intero Punto 5 dell'Accordo, il punto più sensibile se non altro per il sovraccarico di emotività e sfiducia che più di mezzo secolo di conflitto armato ha innestato sul tessuto sociale del paese. È la sezione più delicata poiché definisce i gangli giudiziari per la resa dei conti e la riconciliazione, con lo scopo di provare a garantire il giusto tributo alla memoria dei cittadini colombiani attraverso la creazione del Sistema Integral de Verdad Justicia y Reparación.

Stando ai dati del Centro Nacional de Memoria Histórica, nel periodo compreso tra il 1958 e il 2012 – escludendo quindi il ricettacolo di distruzione del decennio anteriore che lasciò un numero tuttora incalcolato di vittime, stimato approssimativamente tra le 200.000 e le 300.00 – il conflitto armato in Colombia ha causato la morte di 40.787 combattenti e 177.307 civili, per un totale 218.094 vittime. Tra il 1970 e il 2010 sono stati registrati 27.023 casi di sequestro, di cui 24.482 realizzati dalla guerriglia, e 2.541 dai gruppi paramilitari; tra il 1981 e il 2012 si contano 23.161 vittime di omicidi selettivi, includendo 8.903 crimini commessi dai gruppi paramilitari, 3.899 ascritti alla guerriglia e altri 2.399 alle Forze dell'ordine; e ancora, delle 11.751 vittime provocate dai massacri contro la popolazione civile perpetrati tra il 1985 e il 2012, 1.166 casi sono da imputare ai gruppi paramilitari e 343 alla guerriglia; per non parlare dei 25.007 desaparecidos, le 1.754 vittime di violenza sessuale o il reclutamento di 5.156 minori di età. Il tutto secondo stime ufficiali.

Per intenderci, la Colombia apre la lista 2015 dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) con 6.9 milioni di casi, precedendo paesi in guerra aperta come la Siria (6.6 milioni) e l'Iraq (4.4 milioni).

A parte i tre lunedì di seguito segnati in rosso come giorni festivi sul calendario, l'ambiente in Colombia di questi tempi non sembrerebbe affatto quello di un paese che ha appena concluso un processo di pace. Eppure nel complesso l'Accordo si presenta come un’opera di alta ingegneria giuridica, oltre a potersi configurare come una possibile avanguardia per la risoluzione di altri conflitti armati. Ciò che sembra predominare almeno nella capitale, è un senso di ordinaria apatia per quello che il paese sta vivendo. Ma d'altronde la scollatura tra i centri urbani e le periferie rurali ha da sempre rappresentato un'antinomia territoriale di difficile risoluzione, probabilmente il vero grande problema della storia moderna della Colombia.

"Mi fanno ridere quei cachacos che dicono di essere stanchi di sentir parlare di guerriglia e conflitto armato, e che molto probabilmente non hanno mai neanche superato la Carrera Ochenta. Io sono rolo, originario del Bolívar ". Lo iato centro-periferia è un qualcosa di tangibile nelle strade della stessa Bogotá. I cosiddetti "cachacos" sono i nativi della capitale che discendono a loro volta da famiglie bogotane, mentre i "rolos" sono quelle persone originarie di altri Dipartimenti. "Chi davvero ha vissuto il conflitto sulla propria pelle ha votato Sì al plebiscito". Chiosa il tizio della tabaccheria, intento nel frattempo a cercare il pacchetto di Marlboro sullo scaffale.

Un'apatia che a tratti sfocia in disinteresse, ma che tutto sommato riflette il 62.56% di astensionismo fatto registrare durante il plebiscito dello scorso Ottobre, e che ha di fatto spianato la strada alla vittoria del "No". Un risultato che ha convinto la comunità internazionale ad assegnare il premio Nobel a Santos pur di non veder naufragare il processo di pace con la guerriglia più longeva del continente.

Ciò che molti colombiani ancora faticano a perdonare all'attuale Presidente in carica, è il fatto di aver preso nel 2010 le redini di uno Stato che quasi stava vincendo la guerra dopo otto anni con Álvaro Uribe Vélez al potere, e che invece di tirare il grilletto per infierire il colpo di grazia abbia scelto di sedersi a un tavolo per negoziare. Un colpo di grazia secondo molti ancor più facile da assestare dopo la caduta in combattimento di Alfonso Cano nel 2011; tuttavia una cosa è credere di star vincendo una guerra, altra cosa è riconoscere che per lo meno non si stava perdendo. Ed è forse quest'ultima considerazione ad aver condizionato le scelte di Santos, che pare non aver sottovalutato la grande capacità rigenerativa delle FARC; così com'è altrettanto probabile che altri otto anni di guerra avrebbero potuto sancire una definitiva vittoria sul piano militare. Ciò che sembra aver prevalso è stato il buon senso.

D’accordo con lo studio “Las cifras de la guerra y de la transición” realizzato dall’Instituto de Estudios para el Desarrollo y la Paz (Indepaz), in quasi sei decenni di conflitto armato il Governo colombiano ha speso circa 411 billones de pesos, pari a poco più di circa 120 biliardi di euro, vale a dire un 120 seguito da 15 zeri. Per avere un'idea minima della cifra di cui si parla ho effettuato delle ricerche su internet. L'unico elemento utile trovato in rete è stato un articolo del 2013 pubblicato dal New York Times sul debito pubblico giapponese, che a quell'epoca pareva ammontasse a un biliardo di yen. Il dilemma dell'autore sarà stato più o meno lo stesso, solo che per risolverlo consultò un astrofisico il quale commentò "che gli sarebbero serviti 31 milioni di anni per contare fino a un bilione, un numero al secondo senza mai dormire". Successivamente gli inviò una e-mail aggiungendo "che se avesse voluto impilare un bilione in banconote da mille yen (poco meno di otto euro), la pila sarebbe arrivata a misurare circa 112 chilometri". L'operazione risulate senz'altro utile, ma comunque relativa se si pensa che il tutto dovrebbe essere moltiplicato per 120.

Insomma, per farla breve, tra le diverse conclusioni presentate nel documento di Indepaz spicca quella secondo cui il risparmio generato da soli dieci giorni di conflitto in meno, basterebbe per coprire i costi stabiliti dall'Accordo per finanziare il processo di reinserzione nella società civile degli ex-combattenti.

Il livore maturato negli anni da parte di un'ampia frangia della società civile colombiana nei confronti delle FARC è comprensibile. Sfumata l'aura di romanticismo sovversivo che ne aveva caratterizzato il primo ventennio di esistenza, il gruppo guerrigliero è andato incontro ad un profondo processo di metamorfosi interna che ne ha di fatto logorato la portata rivoluzionaria . Fu probabilmente tale constatazione che convinse Marulanda Vélez ad appoggiare l'iniziativa di pace prospettata dal Presidente Belisario Betancur sin dal primo giorno del suo insediamento presso la Casa de Nariño nel 1982. Tra le azioni più significative, ci fu la creazione del partito della Unión Patriótica (UP) - tuttora esistente - diretta emanazione di una proposta legale d’integrazione politica proveniente dai diversi gruppi guerriglieri in quel momento attivi, tra cui le stesse FARC.

Negato il rinnovo del mandato a Betancur nell'agosto 1986, con l’assassinio di Leonardo Posada il 30 agosto dello stesso mese a Barrancabermeja, ebbe inizio una sistematica campagna di eliminazione della nuova opposizione politica: i casi documentati sono 1663, ma si parla di più di tremila vittime. È soprattutto per questa ragione che le diverse fasi della negoziazione sono state scandite da una continua dilatazione dei tempi, dal momento che le FARC non avrebbero mai firmato senza un’adeguata conferma della volontà governativa di rispettare le dovute garanzie di non ripetizione previste da alcuni meccanismi di protezione inclusi nell'Accordo.

Diversi sono stati gli atti pubblici di commemorazione organizzati affinché le FARC chiedessero perdono alle vittime, in particolar modo per le 39 stragi compiute tra il 1996 e il 2015. Dal canto suo il Governo non poteva esimersi dal riconoscere le responsabilità dello Stato per lo sterminio dei membri della UP tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta.

Si potrebbe allora consultare un astrofisico per chiedergli quanto misurerebbe oggi la pila di yen se a Betancur e a Marulanda Vélez gli fosse stata data la possibilità di portare a termine le negoziazioni.

"Chi mai sceglierebbe di andarsene sul monte a rischiare la propria vita? Per me la questione è molto semplice: anche le FARC vogliono il loro posto a tavola per mangiare". Fa il tabaccaio stiracchiando la banconota da ventimila pesos prima di riporla nella cassa.

Per raggiungere tale obiettivo è stato necessario imprimere un cambio drastico ai connotati del discorso fariano. Rivolgendosi alla cittadinanza, Londoño è riuscito a mitigare il proclama bellico con una postura più riformatrice, tramite un approccio al realismo politico e la decostruzione del dogmatismo ideologico: disoccupazione, terra e Palestina; opposizione alla NATO e appoggio all'Europa mediterranea con Syriza e Podemos; lotta al narcotraffico e rivendicazione sociale; dall'espropriazione alla redistribuzione. Dal canto suo Santos è riuscito a trovare l'equazione per far coincidere i partiti, i militari e gli Stati Uniti, seppur per una frazione d'istante storico e tra enormi difficoltà.

Ciò che non sembra essere cambiato è il contenuto di quelli che continuano a opporsi al processo di pace, capeggiati dagli ex-Presidenti Uribe e Pastrana. Per certi versi si potrebbe dire che l'uribismo non può concepire un mondo senza le FARC; è un progetto che trae la propria linfa da un'antitesi atta a legittimare la proria posizione ideologica. L'uribismo ha bisogno delle FARC, ha bisogno che continuino a esistere per poterle combattere poiché oltre al tema della sicurezza non è stato in grado di rinnovare la propria proposta politica.

La sostenibilità dell'intero processo di pace dipenderà in gran misura dall'effettivo adempimento di quanto pattuito fino ad ora, e soprattutto dalle garanzie di continuità che verranno sancite o meno dalle elezioni presidenziali del 2018. Per questo in molti continuano a rievocare il caso del Guatemala come un monito. Dopo l'accordo di pace firmato nel 1996 tra il Governo di Álvaro Arzú e il gruppo guerrigliero de la Unidad Revolucionaria Nacional Guatemalteca (URNG) che pose fine a più di trent'anni di conflitto interno, a partire dal 1999 venne a mancare la forza politica per sostenere la nuova architettura istituzionale prevista dall'Accordo, riproducendo la vecchia ingovernabilità del paese seppur con dinamiche diverse. Con l'aggravante che l'estensione del Guatemala e di poco inferiore al solo Dipartimento colombiano di Amazonas.

Le inquietudini maggiori che attanagliano il post-conflitto non sono da far rientrare nell'esclusivo alveolo parlamentare. La smobilitazione delle FARC sta infatti generando un inevitabile vuoto territoriale di potere che se non occupato tempestivamente dall'istituzionalità, potrebbe essere colmato da altri attori armati illegali attivi nelle varie regioni, che a questo punto avrebbero il via libera per installarsi in alcune delle zone più prolifiche per il controllo del commercio illegale.

Stando a un rapporto pubblicato dall'Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (UNODC) rilasciato nel luglio 2016, passando dai 69.000 ettari del 2014 ai 96.000 del 2015, le coltivazioni di coca avrebbero fatto registrare un incremento del 39%; un dato che integrato all'aumento del 44% fatto registrare nell'anno precedente, posiziona la Colombia in cima alla lista dei paesi con più coltivazioni di coca al mondo. Simili dati rimetterebbero in discussione le certezze sugli effetti positivi generati dalle politiche adottate a partire dall'approvazione del Plan Colombia, su cui il dibattito è ancora in corso.

Collocando simili cifre su un asso spazio-temporale, è possibile inoltre constatare che se da un lato l'81% delle coltivazioni si concentra in cinque dei ventiré Dipartimenti dove le FARC hanno da sempre avuto un peso nelle dinamiche di controllo territoriale (Caquetà, Cauca, Nariño, Norte de Santander e Putumayo), dall'altro il periodo preso in considerazione si colloca nel pieno svolgimento delle negoziazioni di pace.

E nel ricettacolo di narcointeressi e violenza che contraddistinguerà il post-conflitto, rientrano sia l'ELN, che pure ha mostrato contraddittorie intenzioni di pace con l'istallazione del tavolo di negoziazione a Quito; sia piccoli frange di dissidenza fariana che hanno rifiutato di partecipare al processo di smobilitazione; sia tutte quelle "organizzazioni criminali denominate come successore del paramilitarismo" secondo la definizione ufficiale contenuta nell'Accordo. Tra le priorità assolute del Governo figurano al momento la necessità di stabilizzare le regioni lasciate dalle FARC, avanzare nel processo di negoziazione con l'ELN, e garantire la sicurezza per preservare a lungo termine la pace pattuita.

"La Colombia al giorno d'oggi è un paese parzialmente pacificato, ma non ancora in pace".

Saluto il tizio della tabaccheria, dopo aver raccolto i quindicimila pesos di resto e il pacchetto di sigarette dal bancone.

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GUALA
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