Come si racconta la guerra di una favela a Rio de Janeiro

Startup che mappano le sparatorie grazie alle segnalazioni degli abitanti. Video-reporter che rilanciano immagini delle operazioni della polizia. Così il giornalismo partecipativo diventa anche strumento di sopravvivenza. E aiuta a raccontare davvero come vivono le comunidades

Membri delle forze armate prendono posizione a Rocinha dopo scontri violenti tra bande. Rio de Janeiro. REUTERS/Bruno Kelly
Membri delle forze armate prendono posizione a Rocinha dopo scontri violenti tra bande. Rio de Janeiro. REUTERS/Bruno Kelly

«Sparatoria, evitare l’area», «Un adolescente è stato ucciso da colpi di arma da fuoco a Nova Aurora, Belford Roxo», «Un poliziotto è stato ucciso in seguito a un furto nella spiaggia da Bandeira». La città in questione è Rio de Janeiro e le frasi riportate non sono breaking news di un canale locale, ma sequenze di tweet che aiutano gli abitanti delle comunidades a districarsi fra gli episodi di violenza. Da qualche tempo, la narrazione dei conflitti sociali brasiliani ha smesso di essere mainstream, aprendosi a nuovi esempi di giornalismo partecipativo. Una realtà, già piuttosto famosa a Rio, è l’app Fogo Cruzado: «Una mappa collaborativa delle sparatorie di Rio de Janeiro», come si definiscono loro stessi. Come funziona? Il concetto è semplice: i residenti delle varie favelas/comunidades più pericolose scaricano l’applicazione, segnalano gli episodi di violenza urbana e un gruppo di analisti, gestori di dati e giornalisti registra l’informazione cercando di verificarla in tempo reale con le fonti locali.

Paula NapoliaoPaula Napoliao

Paula Napoliao lavora a Fogo Cruzado come analista di dati e ci spiega la loro missione sociale: «La nostra è una fonte primaria di informazioni. Prima non esistevano questi dati. Raccogliamo dati dagli utenti delle app, dalle fonti locali, dai media locali e da quelli nazionali. Facciamo una prima verifica per permettere al cittadino di evitare una determinata area in caso di spari, ma effettuiamo anche un lavoro a posteriori, incrociando le fonti nei giorni successivi per avere materiale a lungo termine. I residenti ci ringraziano sempre per il lavoro svolto. Non abbiamo nemmeno mai ricevuto minacce dal crimine locale», spiega a nome del team di Fogo Cruzado, composto da 5 persone fisse: in 3 si occupano dell’analisi dei dati, una cura il sistema informatico e un’altra del fundraising. E come si finanzia Fogo Cruzado? «Tramite istituti che hanno interesse a investire sulla città, ma hanno la necessità di conoscere la dimensione della violenza urbana», precisa Paula.

Foto credit  Fogo CruzadoFoto credit Fogo Cruzado

Ultimamente, la favela di Rocinha - la più grande dell’America Latina - è caduta in una spirale di violenza in seguito a una lotta intestina per il controllo del narcotraffico. Una tendenza facilmente visibile dai dati di Fogo Cruzado di settembre: nelle 10 aree con UPP (le celeberrime unità di polizia pacificatrice) con più sparatorie sono stati contati 573 confronti a fuoco. Una media di 19 al giorno, con 19 morti e 22 feriti. Solo alla Rocinha ci sono stati 18 sparatorie, 9 morti e 10 feriti. A Cidade de Deus, si sono registrati 12 confronti armati, 1 morto e 1 ferito.

Molte immagini circolate sull’assedio alla Rocinha sono state girate da Jadson Marques, un video-reporter che segue in prima linea le operazioni della polizia.

https://www.youtube.com/watch?v=xYnLORYgQRk

Cura il canale Factual RJ, in cui pubblica video senza editing e senza protezioni personali. È uno dei pochissimi in grado di affiancare i corpi speciali, perché sa sempre come muoversi. Lo contattiamo più volte per farci raccontare il suo modo di vedere il conflitto, ma le cause di forze maggiore ce lo impediscono. Nei giorni prestabiliti è sempre al fianco della polizia in operazioni delicate: meglio restare vigili. L’importante, però, è non raccontare le favelas solo attraverso la lente della violenza, perché altrimenti si rischia di distorcere la realtà.

Maria Morgante PinheiroMaria Morgante Pinheiro

Maria Morganti Pinheiro è la capo-redattrice della «A Voz das Comunidades». Un progetto giornalistico nato dalla mente di Rene Silva dos Santos, un bambino di undici anni che nel 2005 studiava alla scuola «Alcides de Gasperi», nel quartiere di Higienópolis. «La nostra storia è partita con la voglia di un bambino di raccontare i problemi sociali che i grandi media nascondevano», spiega Maria parlando dell’attuale direttore Rene Silva.

«Dei bambini schivano i cadaveri nel tragitto verso la scuola. Questo ti sciocca?». Si è chiesto Rene in un tweet dalle immagini forti sulla Rocinha (per completezza d’informazione è possibile recuperalo qui: https://twitter.com/Rene_Silva_RJ/status/917846400536317959).

ReneRene

In questa realtà che ribalta i valori, chiediamo a Maria come sia possibile aiutare i residenti del Complexo do Alemao, dove si trova la redazione: «Lo facciamo usando il giornalismo come uno strumento di cittadinanza, per fortificare l’autostima e il senso civico di tutti noi. Bisogna trattare la favela come una città, non solo come il risultato della violenza e della povertà. L’attuale situazione di Rio rappresenta il fallimento di un progetto di sicurezza pubblica adottato sette anni fa: le UPP (unità di polizia pacificatrice). La Voz tratta un po’ di tutto: danza, calcio, web, ma purtroppo i conflitti fanno parte del nostro quotidiano, pur non essendo la priorità». Un giornale, nato nella favela e destinato alla favela, non sarà mai come il telegiornale dei media tradizionali, così come un app che raccoglie dati per la sicurezza o un reporter che rischia la vita per catturare la realtà senza tagli. I conflitti, siano sociali o urbani, possono essere raccontati da diverse angolature: più ce ne sono, più saremo in grado di avvicinarci alla realtà. (1-segue)

Con questo articolo ha inizio la pubblicazione di uninchiesta in quattro puntate di Alfredo Spalla dedicata alle guerre che si combattono nelle favelas brasiliane   

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GUALA
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