L’Economia è morta, viva l’Economia!

Ci sono quelli che non hanno mai superato la crisi del 2008. E hanno aperto nuovi spazi per il pensiero economico critico. Cronaca di una conferenza dov’è andata in scena la morte e la rinascita di una disciplina (che ora include sociologia, medicina, psicologia, filosofia…)

Un monumento a Karl Marx edificato sui suoi resti al cimitero di Highgate nel nord di Londra.
Un monumento a Karl Marx edificato sui suoi resti al cimitero di Highgate nel nord di Londra.

«Ci sono quelli che non hanno mai superato il Vietnam o la sera in cui la loro band aprì un concerto dei Nirvana», ricorda Rob Fleming, il protagonista di Alta Fedeltà di Nick Hornby. Ci sono poi quelli, come molti degli economisti che dal 21 al 23 ottobre si sono riuniti per la conferenza annuale dell’Inet (Institute for New Economic Thinking), che, a quasi una decade di distanza, non hanno mai superato la crisi economica del 2008. Il trauma appare evidente sin dal titolo dell’evento, “ReAwakening”, che, oltre che un pessimo album dei Metallica, fa subito venire in mente un brutto incubo dal quale ancora non ci si è risvegliati.

L’Inet ha base a New York e nasce nel 2009, in piena crisi finanziaria e con un finanziamento iniziale di 50 milioni di dollari versato nientemeno che da George Soros. Al controverso magnate ungaro-americano si sono poi aggiunti molti altri sostenitori inclusa la Sloan Foundation e la Carnegie. In questi anni è diventato forse il più importante spazio di pensiero economico critico a livello internazionale. Promuove in tutto il mondo attività di studio e confronto per lo sviluppo di teorie economiche alternative e lacreazione di una “comunità globale di leader economici di nuova generazioneche inspirino la professione economica ad affrontare le sfide del 21esimo secolo”, come recita la “mission” dell’organizzazione.

Quest’anno organizzatori e destinatari di tali attività si sono incontrati per una grande conferenza a Edimburgo. L’evento in sé in realtà è stato diviso in due parti: la conferenza vera e propria e il “festival”, un evento “junior” a cui hanno partecipato e presentato studenti e dottorandi da tutto il mondo. La conferenza è dove la “gente che conta” si è riunita, mentre il festival è dove si sono riuniti gli aspiranti “gente che conta”. Alla conferenza ci sono infatti tre premi Nobel - George Akerlof, James Heckman, e naturalmente la superstar Joseph Stiglitz - oltre che ricercatori e professori “critici” dalle migliori università del mondo.

Per descrivere in poche righe il contenuto di questa tre-giorni c’è una battuta di un insuperato spettacolo di Roberto Benigni di metà anni Novanta, usata allora per descrivere un giovane Umberto Bossi: “Ai comizi somiglia a uno che tengono in una gabbia tutto l’anno a cui dicono: ok, hai 10 minuti. Vai fuori e dì quello che ti pare”. Molte delle presentazioni hanno infatti il sapore di una gustosa trasgressione, quella di dire finalmente in libertà esattamente il contrario della prassi economica dei decenni pre-crisi: “Sìiii! Spesa statale! Il debito pubblico non fa male! Anzi fa benissimo! Blocchiamo la globalizzazione finanziaria!”.

In un panel sul commercio internazionale, che forse è l’apice dell’intero evento, Joseph Stiglitz porta all’estremo il rimpallo di eresie affermando che “il commercio internazionale è Pareto-subottimale”. Qualcosa che, per i meno esperti, suona altrettanto scioccante del Camerlengo del Vaticano che in una intervista a reti unificate afferma entusiasmato che “Dio non esiste”. Una metafora che nel caso di Joseph Stiglitz, ex consigliere economico di Bill Clinton e Barack Obama, risulta particolarmente azzeccata.

Ed è questo il primo “elefante nella stanza” in questo coro festante che a tratti invoca l’abbattimento di neoliberismo (e un po’ anche del liberismo tout-court): la maggior parte delle superstar che sfilano sul palco del centro congressi di Edimburgo è tale proprio per l’aver brillato nel firmamento dell’economia che fu. Quella delle liberalizzazioni, degli accordi di libero commercio, e dell’abrogazione della legge Glass-Steagall, che consegnò l’intero mondo bancario americano alla finanza spericolata. Una abrogazione voluta proprio da quel Bill Clinton di cui Stiglitz era consigliere economico.

Ma di elefanti della stanza ce n’è almeno un altro. Anzi due. “Ineguaglianza” è una delle parole più pronunciate dall’intera conferenza dagli oltre 80 panelisti, 80 percento dei quali occidentali, bianchi, maschi, e ultra-cinquantenni. Ineguaglianze che stanno effettivamente mettendo in ginocchio le democrazie d’Occidente, distruggendo la “way-of-life” delle classi medie e, di fatto, erodendo il contratto sociale delle nostre società.

Ma l’elephant in the room, a cui nessuno osa accennare neanche di sbieco, è che le cose non stanno andando esattamente così male ovunque. Anzi. L’anno scorso Branko Milanovic, forse il più grande esperto di diseguaglianze globali, ha pubblicato un libro contenente un grafico diventato piuttosto famoso, soprannominato il “grafico dell’elefante” a causa della forma curiosa che tratteggia. Tecnicamente si tratta di una “growth incidence curve”, una linea che, in parole semplici, mostra le variazioni di ricchezza pro-capite avvenute lungo tutta la distribuzione della ricchezza mondiale.

Da sinistra a destra si va dai più poveri ai più ricchi. La linea rappresenta le variazioni del livello di ricchezza avvenute dal 1988 al 2008. Come si vede la ricchezza è cresciuta moltissimo nella metà “bassa” della distribuzione (da sinistra al centro), ovvero in Paesi in via di sviluppo come Cina e India, e nella parte altissima (l’ultima parte a destra), dove ci sono soprattutto i ricchi capitalisti d’Occidente. Ha invece stagnato nella parte “bassissima” (l’estremità sinistra), in una minoranza di Paesi più poveri, e in quella medio-alta (dove è addirittura diminuita). La parte medio-alta rappresenta proprio le classi medie occidentali, le più colpite da delocalizzazioni, competizione dall’estero e dalla fuga dei capitali verso oasi più redditizie.

E infatti eccoci tutti lì. Nel centro congressi di Edimburgo siamo proprio noi a ruggire contro il “modello economico mainstream”, i rappresentanti di quelle classi medie e medio-alte istruite d’Occidente che giustamente si sentono sottrarre le proprie promesse di futuro. Un ruggito, ho però il sospetto, del quale all’operaio cinese ex contadino che oggi manda il figlio all’università non potrebbe fregare di meno.

No, per quanto gli spunti interessanti non manchino per modificare un modello economico corrente che oggettivamente sta fallendo proprio dove è nato (ma che forse non è esattamente quella calamità mondiale che a molti piace descrivere), la conferenza è oggettivamente un pelo deludente.

A salvare la trasferta è però decisamente il “festival” che l’ha preceduta. L’evento “junior” si chiama festival non a caso. È organizzato nell’ex Corn Exchange Market di Edimburgo e, come in un vecchio mercato, si compone di bancarelle e panel che assomigliano spesso a capannelli spontanei di gente che discute, solo un po’ più organizzati e (purtroppo) senza birra.

L’assortimento è affascinante. C’è l’iraniana che cerca di introdurre le categorie filosofiche hegeliane nei modelli avanzati di “Complexity” (una branca avanzata del modeling economico che dal nome non si deve prestare molto alla divulgazione nazionalpopolare), c’è il catalano (così auto-definitosi) che usa modelli informatici per ricreare le dinamiche socio-produttive di Marx, c’è il britannico che ti spiega che con i suoi modelli di matematica computazionale può finalmente ignorare la decisione umana considerandola una “variabile patologica”, o c’è la turca coi capelli blu che ha analizzato le attività neuronali di chi è chiamato a prendere decisioni economiche (la prima delle due molte cavie è il padre, baffuto turco di mezza età ritratto in una slide con uno sguardo dubbioso mentre ha la testa fasciata da bende dense di sensori).

C’è, soprattutto, la crescente sensazione che l’economia tradizionale come disciplina accademica sia morta, o molto prossima a morire. E si potrebbe anche dire “finalmente”. Perché, in fondo, una disciplina che si prefigurava di studiare solo le modalità di allocazione delle risorse e di produzione escludendo tutto il resto è giusto che muoia. Come infatti ha ricordato in più occasioni il premio Nobel Akerlof durante l’evento, gli economisti hanno passato gran parte della loro storia recente ad “assumere”. Assumere che gli esseri umani siano sempre razionali, assumere che ci sia libera competizione, o assumere che cose come psicologia, politica e organizzazioni sociali non abbiano nulla a che fare con l’attività economica, ovvero ciò da cui l’uomo trae il proprio sostentamento e spesso anche i suoi piaceri più superflui.

Se c’è una cosa buona che la crisi del 2008 ha fatto per l’economia contemporanea è proprio questa: farci rendere conto che o l’economia si apre e si espande a comprendere tutte queste variabili e discipline, dalla filosofia alla psicologia, passando dalla sociologia e perfino dalle teorie biologiche sull’evoluzione, oppure non serve a nulla. Assistendo sia al festival sia alla conferenza l’evoluzione in corso appare evidente. Economisti puri, delusi e arrabbiati affollano perlopiù la prima, mentre nel secondo si comincia a vedere effettivamente ciò che di nuovo, e di ibrido, sta emergendo.

Una evoluzione che presenta sicuramente un grande lato positivo ma almeno un grande rischio. Appare infatti subito evidente che questa dilatazione dell’economia a quasi tutto ciò che prima economia non era è dovuta primariamente all’acquisita consapevolezza di dover spiegare la natura e i comportamenti degli esseri umani per come sono. Quasi nessuno qua vuole ricostruire la “sinistra”, la “destra”, il “liberalismo” o altre ideologie perdute nello sforzo di spiegare agli esseri umani ciò che dovrebbero fare e non ciò che fanno e perché. I paradigmi ideologici sembrano finalmente aver lasciato spazio a una genuina ricerca sul mondo in quanto tale, e non per come dovrebbe essere secondo questa o quella fiaba confezionata in una visione totalizzante (e spesso anche totalitaria). E questa è certamente una buona notizia.

Il rischio invece è quello che l’assenza di paradigma e la vastità di questa “nuova economia” portino semplicemente questi giovani rampanti a perdersi in mille variabili, approcci, e punti di vista differenti. Non sarà affatto semplice spaziare in modo efficace dalla neurobiologia alle categorie hegeliane. E sarà difficile farlo rifiutando di costruirci sopra l’ennesimo plastico mentale ideologico, un nuovo “manifesto” o un nuovo “consensus”. Il rischio di misurarsi con tutta questa obiettività e complessità è che tutto ciò prenda tangenti vaste e inafferrabili al resto del mondo.  Lasciando la vita reale, ancora una volta, nelle mani di chi racconta la fiaba migliore.         

@Ibn_Trovarelli

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