La guerra tra Iran e Israele è già iniziata in Siria, ma né Damasco né Mosca sembrano intenzionate a spalleggiare Teheran in un conflitto rischioso. Anzi, Putin è pronto a riconoscere gli interessi israeliani nel Paese. Con l’ambizione di allentare il legame tra Israele e Occidente

Sguardo di intesa fra Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu durante un incontro al Cremlino a Mosca, in Russia, il 9 maggio 2018. Sergei Ilnitsky / Pool via REUTERS
Sguardo di intesa fra Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu durante un incontro al Cremlino a Mosca, in Russia, il 9 maggio 2018. Sergei Ilnitsky / Pool via REUTERS

In queste settimane una nuova guerra è effettivamente iniziata in Medio Oriente. È iniziata il 10 aprile, due giorni dopo il presunto attacco chimico di Douma che ha riportato la Siria sulle prime pagine di tutto il mondo. Ma non si tratta di una missione occidentale per spodestare il regime di Assad, né tantomeno della fantomatica Terza Guerra mondiale tra Stati Uniti e Russia. Si tratta invece di una guerra più piccola ma non per questo meno pericolosa, che molti anticipavano come sempre più probabile nei mesi precedenti e che recenti sviluppi hanno reso pressoché inevitabile: la guerra tra Iran e Israele.


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Il 10 aprile, caccia israeliani hanno infatti colpito la base T-4, una delle principali installazioni utilizzate dalle forze di Teheran in Siria, uccidendo circa 20 militari iraniani. Di bombardamenti israeliani in Siria contro obiettivi legati a proxy iraniani come Hezbollah ce ne erano già stati decine negli anni precedenti ma quello del 10 aprile è stato diverso: per la prima volta Israele ha intenzionalmente preso di mira, e ucciso, militari iraniani.

Nelle settimane successive si sono accavallate numerose notizie più o meno confermate di bombardamenti israeliani in numerose zone della Siria, da Damasco, ad Aleppo e Deir Ezzour. L’ultimo, e più importante, sarebbe avvenuto il 10 maggio, quando, per la prima volta, forze iraniane avrebbero lanciato razzi dal territorio siriano verso il Golan occupato da Israele, scatenando la furiosa risposta di Tel Aviv. Mentre, infatti, almeno dalle notizie a disposizione, tutti i razzi iraniani sarebbero stati intercettati dai dispositivi Iron Dome - il nome ufficiale del sofisticato sistema anti-missilistico israeliano - o sarebbero esplosi in territorio siriano, Israele avrebbe risposto colpendo molto duramente obiettivi di alto profilo, compresi obiettivi situati all’interno della capitale Damasco come la famigerata base di Mezzeh. Anche in questo caso ci sarebbero diverse vittime militari, membri dell’esercito siriano, delle forze paramilitari alleate e, ancora una volta, militari iraniani.

La scala e la durezza dell’attacco sono importanti perché superano di gran lunga quelle di qualunque operazione israeliana recente in Siria. Ma è soprattutto il timing e le reazioni che ne sono seguite che ne costituiscono gli elementi più significativi. In primo luogo, questo scambio di fuoco arriva a poche ore dall’annuncio con il quale il presidente statunitense Donald Trump ha comunicato il ritiro degli Stati Uniti dal Jcpoa, l’accordo sul nucleare iraniano. Teheran aveva promesso gravi ripercussioni per questa decisione e il lancio di razzi contro Israele operato da militari iraniani dal territorio siriano – il primo di questo genere nella storia – avrebbe quindi costituito un tentativo di dare seguito a tali minacce.

L’attacco è avvenuto inoltre nelle stesse ore in cui il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si trovava a Mosca a colloquio con Vladimir Putin. Colloquio che certamente aveva in cima all’ordine del giorno il coordinamento militare tra i due Paesi e le preoccupazioni israeliane per la presenza iraniana in Siria. Durante la sua visita, Netanyahu è stato inoltre invitato sul palco per le celebrazioni e la parata militare del Giorno della Vittoria, la ricorrenza con cui la Russia ricorda la vittoria sulla Germania nella Seconda Guerra Mondiale; un onore raro per un Capo di Stato.

I rapporti tra Tel Aviv e Mosca sembrano quindi essere tornati alla piena armonia dopo le tensioni seguite all’attacco sulla base T-4. Ma al di là dei simbolismi, è soprattutto significativo l’annuncio che la Russia non fornirà a Damasco i temuti sistemi anti-aerei S-300, un punto molto sentito da Israele, che aveva addirittura minacciato di bombardarne i luoghi di installazione, rischiando di colpire operatori russi e generare una escalation difficilmente controllabile.

Ma tale rinnovata armonia si è espressa soprattutto nella reazione russa alla pesante rappresaglia israeliana in territorio siriano avvenuta nelle stesse ore. La risposta degli alleati sul campo dell’Iran è apparsa da subito piuttosto tiepida, quasi neutra. Mosca si è limitata a condannare l’attacco, senza però fare il minimo accenno a possibili contromisure o ritorsioni. Nemmeno il regime, a dire il vero, è sembrato scaldarsi più di tanto, nonostante i gravi danni che alcune sue installazioni militari avrebbero subito. Il messaggio per Teheran non poteva essere più chiaro: “se volete l’escalation contro Stati Uniti e Israele siete da soli”. Non solo: i russi, almeno per adesso, sembrano pronti a riconoscere di buon grado gli interessi israeliani in Siria e soprattutto le preoccupazioni suscitate dalla presenza delle forze di Teheran e dei suoi proxy locali a ridosso del confine del Golan.

Le ragioni per questo riallineamento sono molteplici. In primo luogo, c’è una genuina preoccupazione che una escalation incontrollata tra Israele e Iran possa portare alla distruzione degli importanti risultati che Mosca ha conseguito negli ultimi tre anni sullo scenario siriano. Nelle ultime settimane, alti ufficiali israeliani non hanno risparmiato minacce dirette all’integrità del regime di Assad se l’Iran dovesse tirare troppo la corda. E, al contrario delle vuote minacce occidentali, a Mosca sanno benissimo che Israele ha tutti i mezzi e, potenzialmente, le intenzioni per dare seguito a queste minacce. Putin non vuole farsi trascinare in una guerra dagli esiti imprevedibili contro la più grande potenza militare della regione.

In secondo luogo, anche una escalation più limitata, pur non mettendo in pericolo la sorte di Assad, potrebbe però comprometterne le capacità militare, rendendo impossibile ulteriori avanzate verso le aree ancora controllate dall’opposizione come il sud e la regione di Idlib. Un ragionamento che ha probabilmente attraversato anche la mente di Assad e dei vertici del suo regime, che non paiono troppo smaniosi a entrare in un conflitto di larga scala contro Israele per accontentare Teheran.

C’è poi da tenere presente un fattore che al momento appare forse secondario ma che potrebbe riemergere con forza nei prossimi mesi ed anni: la preferenza di Putin per la forza. È qualcosa che abbiamo visto già nel caso dei curdi di Afrin e della luce verde concessa per l’operazione turca Ramoscello d’Ulivo a gennaio. Nonostante, infatti, nei mesi precedenti la Russia fosse assurta a protettrice dell’autonomia curda a ovest dell’Eufrate contro le mire di Ankara ma anche dei propri alleati siriani, Putin non ha battuto ciglio quando si è trattato di scegliere tra i favori di una delle più grandi potenze politiche e militari della regione e le sorti di una piccola guerriglia locale, per quanto diventata enormemente popolare durante la lotta all’Isis. Il Ypg aveva già un futuro molto incerto e un potere limitato, mentre la Turchia è una grande potenza che è lì per restare. Una grande potenza formalmente alleata della Nato, che Mosca può ora attirare sempre più dalla propria parte creando crepe profonde nell’Alleanza Atlantica.

Uno scenario che si potrebbe ripetere nei prossimi mesi anche nel conflitto in slow motion che oggi vede contrapposti Iran, Israele e, nel mezzo, il protetto di Putin Bashar al-Assad. Pur costituendo una significativa potenza regionale, l’Iran è pur sempre un Paese isolato e, per questo, potenzialmente ricattabile. Al contrario, nonostante una reputazione sempre più incrinata da anni di occupazione dei Territori Palestinesi, Israele è ancora una formidabile potenza politica e militare che gode del favore di governi e opinioni pubbliche in giro per il mondo.

È verosimile che a Mosca si facciano tentare – se già non lo hanno fatto – dall’idea di poter staccare almeno in parte Tel Aviv dalle braccia dell’Occidente. Se questo dovesse accadere – o se il governo israeliano dovesse dare a Mosca sufficienti illusioni che questo possa accadere – difficilmente a Teheran rimarrebbero molti amici su cui contare in Siria in caso di escalation militari con Tel Aviv. Mosca rimarrebbe sempre in mezzo, pronta a trattare con i due contendenti, e i suoi aerei continuerebbero a coprire le operazioni dei proxy iraniani al servizio del regime siriano, in una alleanza d’interesse che finora ha servito bene entrambi, e ancora di più Assad. Ma in una Teheran sempre più isolata e a corto di opzioni, forse hanno già capito che in una alleanza del genere fredda, discontinua, e sempre più sbilanciata, conviene iniziare a guardarsi bene le spalle.

@Ibn_Trovarelli

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