Congo al voto, ma Kabila toglie le urne nelle roccaforti dell'opposizione

I cittadini della Repubblica Democratica del Congo oggi potrebbero sancire il primo passaggio democratico del potere della storia del Paese. Ma il regime rinvia le elezioni nelle città in cui è sfavorito, aggrappandosi a ebola e violenze. E la tensione sale altissima

Sostenitori del candidato dell'opposizione alle elezioni presidenziali Martin Fayulu protestano in seguito all'esclusione dal voto nella città di Beni, Repubblica democratica del Congo. REUTERS/Samuel Mambo
Sostenitori del candidato dell'opposizione alle elezioni presidenziali Martin Fayulu protestano in seguito all'esclusione dal voto nella città di Beni, Repubblica democratica del Congo. REUTERS/Samuel Mambo

La Commissione elettorale nazionale (Ceni) ha stabilito un ulteriore slittamento delle elezioni generali al marzo prossimo in diverse aree della Repubblica democratica del Congo (RdC). Il provvedimento sta creando ulteriori tensioni nel Paese dopo il rinvio di una settimana della data del voto, inizialmente prevista per lo scorso 23 dicembre ma in seguito posticipata al 30 dicembre.

Un ritardo dovuto all’incendio divampato a metà dicembre nei locali della Ceni, che ha distrutto circa l’80% delle sofisticate e controverse macchine elettroniche elettorali necessarie per la registrazione dei voti. La Ceni ha affermato che all’origine di questo ennesimo rinvio nelle città di Beni e Butembo e nelle aree circostanti la provincia orientale del Nord Kivu, ci sarebbero le violenze e la persistente epidemia di ebola che dall’agosto scorso ha già provocato più di trecento morti, mentre nella città di Yumbi, nella provincia occidentale di Mai-Ndombe, il posticipo del voto sarebbe dovuto alla «minaccia di attacchi terroristici che rendono l’area insicura».

Non è un caso che il rinvio interessi proprio tre città considerate come roccaforti dell’opposizione. Per questo, dopo aver appreso del nuovo ritardo elettorale, i politici locali hanno denunciato la mossa come un chiaro tentativo per favorire il candidato del presidente uscente Joseph Kabila, l’ex ministro degli Interni Emmanuel Ramazani Shadary.

Kizito Bin Hangi, il presidente dei gruppi della società civile a Beni, ha affermato che «la decisione della Ceni, totalmente sotto il controllo del governo, è ingiustificata e che da ieri (giovedì 27) i residenti hanno iniziato le proteste per chiedere che le elezioni si svolgano come nel resto del Paese».

L’opposizione, che si presenta alle urne divisa schierando due diversi candidati, aveva già espresso preoccupazione sul rischio che il voto non sarebbe stato trasparente. Il principale candidato dell’opposizione ed ex manager di ExxonMobil, Martin Fayulu Madidi, ha avvertito la Ceni «di evitare di intraprendere ogni iniziativa per impedire il voto a Beni e Butembo ritenendo improbabile che l’epidemia di ebola giustifichi la cancellazione delle elezioni nelle due città». E tramite un tweet ha spiegato che si tratta di un’altra tattica adottata dal governo per nascondere la verità che emerge dai sondaggi

La scorsa settimana, anche Felix Tshisekedi, l’altro candidato di spicco dell’opposizione in corsa per l’Unione per la democrazia e il progresso sociale (Udps), aveva fatto sentire la sua voce dichiarando che se le elezioni fossero state nuovamente ritardate oltre il 30 dicembre, i suoi sostenitori sarebbero scesi in piazza.

Come prevedibile, non appena ricevuta la notizia dell’ennesimo differimento del voto nella provincia del Nord Kivu, centinaia di persone sono scese in strada per protestare nelle città di Beni e di Goma, erigendo barricate e incendiando pneumatici. A Goma, la folla ha bloccato una strada nel quartiere di Majengo e ha dato vita a pesanti proteste nei pressi dell’università, mentre la polizia in assetto anti-sommossa ha sparato gas lacrimogeni e proiettili di gomma per disperdere i manifestanti a Beni e a Butembo.

Appare scontato che il ritardo delle elezioni causerà ulteriore frustrazione soprattutto tra la popolazione di Beni, dove negli ultimi quattro anni gli attacchi dei ribelli islamisti delle Forze democratiche alleate (Adf è l’acronimo in francese con cui sono più note) hanno ucciso oltre 1.500 persone. Nelle passate elezioni la regione aveva votato per Kabila, ma adesso la rabbia contro il governo è aumentata a causa della persistente insicurezza.

Anche il posticipo del voto nella zona colpita dall’ebola trova scarso fondamento. Per evitare la diffusione del contagio, le autorità locali avevano comunicato che si stavano preparando per il voto distribuendo tonnellate di disinfettante per le mani da usare nei seggi elettorali, dove le persone digitano i touch screen delle macchine elettroniche per scegliere i candidati. 

Le autorità hanno anche reso noto che le persone che entrano nei seggi elettorali saranno sottoposte a controlli per verificare la febbre. Nel frattempo, oltre 52mila persone nella regione hanno ricevuto un vaccino sperimentale per arginare l’epidemia. 

Le elezioni hanno lo scopo di condurre al primo passaggio democratico del potere nella RdC, un Paese potenzialmente ricchissimo con risorse minerarie e naturali tra le maggiori al mondo, dove lo sviluppo sociale non ha mai raggiunto quei traguardi che tale ricchezza dovrebbe rendere possibili. Ma è un’impresa davvero ardua garantire la crescita in una nazione che non ha mai conosciuto una reale condizione di pace. E i cui conflitti, in passato, hanno destabilizzato l’intera area centrale del continente coinvolgendo ben otto nazioni e 25 gruppi armati.

Per questo, mercoledì scorso a Brazzaville, capitale della Repubblica del Congo, si sono riuniti cinque capi di Stato e tre rappresentanti dei Paesi della Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe (Sadc). Da sottolineare l’assenza di Joseph Kabila, che non si è unito all’appello lanciato attraverso un comunicato al termine dell’incontro, affinché la classe politica e la società civile congolese lavorino insieme per organizzare elezioni libere, democratiche e trasparenti.

@afrofocus

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