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Continua il risiko del medio oriente. Ora tocca all'Arabia Saudita prendere le armi

Se il mercato delle armi è da sempre fiorente in Medio Oriente, l'accordo sul nucleare con l'Iran sembra aver dato un ulteriore impulso alla corsa agli armamenti nella regione. L'Arabia Saudita, in particolare, ha aumentato a 67 biliardi di dollari la spesa militare nel 2013 (+14% rispetto all'anno precedente) e a 80,8 biliardi l'anno successivo (+17% sul 2013), diventando così – secondo quanto riportato dallo Stockholm International Peace Research Institute – tra i 15 maggiori compratori di armi del mondo quello che ha maggiormente incrementato gli investimenti nel 2014. E il 2015 dovrebbe rappresentare un nuovo balzo in avanti.

REUTERS/Noah Browning

L'Arabia Saudita è da vari decenni – dalla Rivoluzione khomeinista del 1979 - in competizione con l'Iran per l'egemonia dell'Islam politico, e tanto Riad quanto Teheran alimentano lo scontro intrareligioso tra sunniti e sciiti in tutti i Paesi del Medio Oriente per cercare di guadagnare influenza a discapito dell'altro. Dalla recrudescenza delle Primavere arabe in poi questo scontro è esploso con una violenza quasi senza precedenti, e sono diversi gli Stati – Siria, Yemen, Iraq, Bahrein – che sono stati travolti dalle proxy war tra gli Ayatollah iraniani e la casa reale dei Saud. In questo scenario non era imprevedibile che Riad avrebbe vissuto come uno schiaffo la trattativa sul nucleare, condotta dal proprio storico alleato – gli Stati Uniti – insieme al proprio storico nemico – l'Iran. Fino alla recente visita di Re Salman a Washington, durante la quale il monarca saudita ha addirittura dato il proprio benestare all'accordo raggiunto con Teheran, i rapporti tra sauditi e Usa si erano significativamente raffreddati.
Nel corso della visita pare che Re Salman sia stato rassicurato sull'intenzione della Casa Bianca di non alterare il quadro delle alleanze in Medio Oriente, di monitorare strettamente l'implementazione dell'accordo sul nucleare da parte dell'Iran e di contenerne le politiche espansioniste nell'area. Di qui, oltre che dall'impossibilità di ribaltare la situazione (vista anche la solidità dei numeri su cui Obama può ora contare nel Congresso chiamato a ratificare l'accordo), il via libera all'intesa con Teheran.

Dietro le dichiarazioni ufficiali resta però l'innegabile evidenza che l'accordo con Teheran sblocca decine, addirittura centinaia, di miliardi di dollari per l'Iran precedentemente congelati dalle sanzioni. La maggior parte degli analisti ritiene che questi soldi andranno a finanziare gruppi armati sciiti in Libano, in Yemen, in Iraq, il governo di Assad in Siria e via dicendo, danneggiando così gli interessi sauditi. Inoltre tra cinque anni decadrà l'embargo sulle armi convenzionali per l'Iran. È ovvio che a Riad siano state date in garanzia più che parole da parte del suo alleato americano.

E infatti il Dipartimento di Stato americano ha annunciato poco tempo fa un accordo da 5,4 biliardi di dollari con l'Arabia Saudita per 600 nuovi missili intercettori PAC-3 Patriot. Ma non solo. Dagli Stati Uniti dovrebbero arrivare due nuove fregate e una decina di elicotteri MH-60R (utili anche contro i sottomarini); dal Canada veicoli da combattimento per 15 biliardi di dollari; con la Francia i Saud stanno trattando l'acquisto di due navi da guerra classe Mistral (originariamente destinate alla Russia); con la Germania – prima che Berlino sospendesse, per ora indefinitamente, le vendite di armi a Riad – stava valutando l'acquisto di decine di sottomarini da guerra; la corsa agli armamenti da parte dei sauditi è talmente sfrenata che starebbero pianificando affari anche con la Russia, Stato che pure supporta l'avversario iraniano e il suo alleato siriano Assad. Da Mosca potrebbero arrivare gli Iskander, micidiali missili balistici tattici a corta gittata.

Questa bulimia saudita nasce da diversi fattori. In primo luogo dall'accordo con l'Iran, che rischia di rafforzare (geopoliticamente ed economicamente) il rivale sciita a discapito di Riad. In secondo luogo dal fatto che nel dopo-Primavere Arabe l'Iran è stato abile a sfruttare lo sfaldamento dell'ordine regionale, specie nei Paesi sunniti, per guadagnare posizioni nello scacchiere mediorientale: in Iraq è il principale attore straniero nella lotta contro l'Isis, in Siria ha impedito la caduta dell'alleato Assad, in Libano controlla e rafforza Hezbollah, e in Yemen fomenta una ribellione alle porte del regno saudita. Infine aleggia su tutte le questioni il timore del progressivo disimpegno da parte dell'alleato americano, già da qualche anno intenzionato a ridurre la propria presenza nel Mar Mediterraneo e nel Golfo Persico per privilegiare l'area dell'Oceano Pacifico.

La corsa al riarmo da parte dei Saud, a cui farà probabilmente seguito quella da parte dell'Iran non appena decadrà l'embargo sulle armi convenzionali, apre a scenari con grandi rischi e grandi opportunità. I rischi sono ovviamente quelli di un'ulteriore degenerazione delle violenze in tutti gli Stati del Medio Oriente coinvolti dalla faida tra sunniti e sciiti, con pericolo di tracollo dell'intera regione e proliferazione del terrorismo di matrice jihadista. Il fatto che, come fanno notare alcuni esperti, storicamente in questa regione al riarmo non seguano scontri aperti, non è una garanzia assoluta visto il momento storico eccezionale, in cui sembra stia crollando l'ordine nato con la fine del colonialismo e qualcosa di nuovo si profili all'orizzonte.

Le opportunità nascono invece da un potenziale diverso sviluppo degli eventi: che a fronte degli insuccessi delle soluzioni militari (al momento palesi tanto in Siria quanto in Yemen, ad esempio), a fronte della sfida che il terrorismo jihadista (Isis e Al Qaeda) pone a tutti gli Stati mediorientali – Sauditi in primis -, a fronte del progressivo disimpegno statunitense, Teheran e Riad riescano a trovare un accordo che garantisca la pace della regione e, soprattutto, che spartisca le sfere di influenza, creando così un nuovo ordine garantito dagli ingenti armamenti di ciascuno degli attori coinvolti. Questo scenario sarebbe possibile solo se l'Iran, dopo l'intesa sul nucleare, riconoscesse agli Usa un ruolo di mediatore con l'Arabia Saudita nel raggiungimento dell'accordo. Ma qui si cela un'ulteriore insidia: tanto a Washington quanto a Teheran non è escluso che la linea politica cambi, e con essa qualsiasi prospettiva per il futuro del Medio Oriente.

@TommasoCanetta 

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