Una grave siccità mette in ginocchio l’agricoltura afghana. Così il governo progetta nuove dighe per sfruttare le acque dell’Helmand, contese però dall’Iran, a sua volta piegato dalla crisi idrica. E con l’appoggio di Delhi sfida anche il Pakistan per il controllo del fiume Kabul

Un soldato dell'esercito nazionale afghano guada il fiume Helmand. Shamil Zhumatov/REUTERS
Un soldato dell'esercito nazionale afghano guada il fiume Helmand. Shamil Zhumatov/REUTERS

Per la prima volta da mezzo secolo, vaste zone agricole dell’Afghanistan sono rimaste improduttive. Colpa della grave siccità iniziata nei primi mesi del 2018, colpendo 20 delle 34 province del Paese e mettendo in ginocchio almeno 20 milioni di agricoltori afgani. La scarsità di precipitazioni e la conseguente ridotta portata dei fiumi sono all’origine del problema, aggravato dall’assenza di sistemi di gestione e redistribuzione delle acque. Il risultato è stato un calo del 45% nella produzione agricola, principale voce del Pil nazionale.


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Nell’Afghanistan sudoccidentale la situazione è particolarmente critica. Qui scende l’Helmand, fiume che dalle montagne a nord di Kabul raggiunge le distese agricole dell’Iran orientale. Per ovviare al problema, il governo afgano sembra voglia realizzare una serie di dighe e bacini lungo il suo corso, provocando la ferma opposizione da parte di Teheran, preoccupata dalla possibile riduzione della portata d’acqua in arrivo. Apprensione giustificata da quanto accaduto lo scorso aprile, quando migliaia di cittadini hanno manifestato per chiedere il miglioramento degli approvvigionamenti idrici nel Paese, mettendo in conto anche la portata delle acque contese all’Afghanistan.

Ecco che gli sbarramenti sull’Helmand potrebbero ridurre ulteriormente i flussi in arrivo in Iran, cui spetterebbero 820 milioni di metri cubi all’anno. Lo stabilisce un trattato per la gestione del fiume, sottoscritto tra i due Paesi nel 1973. 45 anni dopo tutto o quasi è cambiato a causa delle guerre incessanti, dei cambiamenti climatici i cui effetti sono sempre più evidenti in Asia Centro-Meridionale, e per la presenza dei Talebani su gran parte dei territori attraversati dall’Helmand. La combinazione di questi fattori basta a impedire a Kabul una reale gestione delle sue risorse nell’area.

Quindi, da una parte c’è l’Afghanistan, mai come ora assetato, la cui priorità è sostenere le attività agricole dalle quali deriva gran parte del già ridotto Pil nazionale. Dall’altra abbiamo l’Iran, che rivendica il diritto allo sfruttamento delle acque comuni, così come stabilito dal trattato sull’Helmand. Nel mezzo ci sono i Talebani, i quali dal 2015 controllano il terminale di Dehravud, sulla diga Kajaki, l’unica stazione imputata a misurare la portata del fiume diretto in Iran. Kabul ha quindi le mani legate, mentre in assenza di dati ufficiali sull’entità del flusso in arrivo, Teheran lamenta di ricevere meno di quanto stabilito dall’accordo del ‘73.

La crisi idrica si riflette quindi nei rapporti tra i due Paesi, arrivando a condizioni di vera e propria paranoia, come l’idea manifestata da alcuni ufficiali afgani, convinti che Teheran stia conducendo una sorta di guerra di prossimità per il controllo dei fiumi tramite il sostegno segreto dei Talebani, impendendo così il controllo afgano sul corso del Helmand.

Per Kabul la soluzione più efficace guarda a monte, e prevede la costruzione di nuovi sbarramenti in collaborazione con il proprio alleato regionale, l’India. Da tempo New Delhi sta sostenendo Kabul nella corsa al controllo dell’acqua. Nel 2016 è stata inaugurata la diga di Salma, nella parte occidentale della provincia di Herat. Sbarramento che secondo Teheran minaccerebbe la portata degli approvvigionamenti idrici in Iran. Se ora si bissasse con un nuovo bacino sull’Helmand, l’Iran non potrebbe restare a guardare, se non altro per evitare ulteriori tensioni interne, con nuove manifestazioni.

Le dighe in Afghanistan finanziate dall’India minano anche i rapporti con il Pakistan. La questione riguarda il fiume Kabul, tributario dell’Indo, il principale corso d’acque pachistano le cui sorgenti si trovano nel ghiacciaio del Siachen, al confine tra India, Cina e Pakistan, divenuto il luogo militarizzato più alto al mondo, e dove il confronto tra i due rivali regionali include anche il controllo delle risorse idriche.

Secondo uno studio di Sundeep Waslekar, capo dello Strategic Foresight Group di Mumbai, l’Asia Meridionale dovrà fronteggiare una riduzione della disponibilità d’acqua del 20% nei prossimi 20 anni. Nella stessa area oggigiorno risiedono circa 1,5 miliardi di individui, il cui numero cresce ogni anno dell’1,7% (36 milioni di persone), tutte da sfamare e dissetare. Al Pakistan tocca fare i conti con l’Indo, da cui trae l’80% dell’acqua impiegata per l’irrigazione, ma la portata del principale fiume pakistano dovrebbe ridursi dell’8% entro il 2050, senza contare l’incognita costituita dalle dighe progettate da New Delhi più a monte, proprio nel Kashmir indiano

Lo scenario di un controllo indiano sull’Indo sembra essere scongiurato dal Indus Waters Treaty, trattato stilato nel 1960 per normare la gestione delle acque dell’Indo. Diversamente, lo sfruttamento del fiume Kabul non è disciplinato da alcun accordo, quindi in caso di disputa sarebbe necessario rifarsi al diritto internazionale, il cui assunto base prevede di non arrecare danni rilevanti agli altri Paesi interessati dal corso di un fiume comune.

Per il Pakistan la riduzione della portata del Kabul causerebbe perdite rilevanti in termini di produttività. Del resto il Pil pachistano, al pari di quello afgano, dipende in buona parte (22%) dalle attività agricole, comparto che da solo garantisce lavoro al 42% della popolazione. L’agricoltura in ginocchio si rifletterebbe nell’andamento dell’economia nazionale, con ripercussioni sull’occupazione e di conseguenza sulla stabilità interna del Paese. Rischio che Islamabad non sembra disposta a prendersi.

Secondo l’autorevole quotidiano pachistano The News, la contesa tra Pakistan e Afghanistan sulla gestione delle acque comuni potrebbe essere evitata con la definizione di un trattato simile al Indus Water Treaty. Se così non fosse, la tensione – già esistente – tra i due Paesi potrebbe portare a una soluzione militare. Scenario poco conveniente sia per Kabul sia per Islamabad, ma non per l’India. Non è un segreto che una delle priorità della politica estera di New Delhi sia l’indebolimento del rivale Pakistan, pertanto, una crisi con Kabul sulla gestione delle acque giocherebbe in tal senso. Allo stesso modo, allontanare ulteriormente Pakistan e Afghanistan si rifletterebbe in un ulteriore rafforzamento delle posizioni indiane a Kabul.    

@EmaConfortin 

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