eastwest challenge banner leaderboard

Conversioni all'Islam, in aumento anche dove non se lo si aspetta

Cosa può portare un occidentale a convertirsi all'Islam o, cosa che fa decisamente più paura, può renderlo un così pericoloso estremista al punto da coinvolgerlo in organizzazioni terroristiche come l'Isis?

Aberdeen man Abdul Raqib Amin is fighting with IsisAberdeen man Abdul Raqib Amin is fighting with Isis

Questa domanda, che già da molti mesi circola in ambienti giornalistici e politici, è determinante per comprendere alcune crepe della società che viviamo ma anche per avere una chiave di lettura più ampia sul fenomeno islamico che "destabilizza" lo scacchiere internazionale ormai da più di dieci anni. Ed è una domanda a cui spesso si danno risposte approssimative ed imprecise, ritenendo – per esempio – che la risposta sia da ricercare in condizioni disagiate o ghettizzate e che "il bacino" predestinato sia quello del disagio e dello scontento.

I casi eclatanti e le conversioni "normali"

La pericolosità di un europeo o di un americano che si trasforma in strumento di morte fondamentalista è ovviamente legata ad una più difficile applicazione di controlli anti-terrorismo. Un passaporto statunitense garantisce molta più libertà d'azione, nonostante siano ben noti alla cronaca il caso del primo attentato suicida di un cittadino statunitense (Moner Mohammad Abusalha, ventiduenne nato in Florida poi arruolatosi nel braccio siriano di Al-Qaeda e fattosi esplodere il 25 maggio di quest'anno in un camion imbottito di esplosivo), l'accento britannico del carnefice del giornalista americano James Foley (rapito sempre in Siria nel 2012), e l'identità di almeno un'altra dozzina di statunitensi arruolati nell'IS e attivi combattenti o caduti in battaglia.

Il profilo dei convertiti è di persone con meno di quarant'anni, nel 90% dei casi uomini, che però secondo Peter Neumann (esperto di terrorismo che insegna al King's College di Londra) fino all'80% delle volte si aggregano alle milizie dello Stato Islamico. Non si tratta di poveri o emarginati, anzi spesso sono tipici rappresentanti della classe media (ad esempio Nasser Muthana, gallese studente universitario di medicina, oppure Muhammad Rahman, commesso di un negozio di abbigliamento a Portsmouth, sulle coste inglesi e figlio di un ristoratore...): non si tratta neppure unicamente di persone con forte fanatismo religioso. Se infatti il numero "fisiologico" di conversioni risulta marginale statisticamente rispetto alle conversioni "violente", emerge un elemento aggiuntivo inquietante, teorizzato da Raffaello Pantucci (analista del centro studi londinese Royal United Services Institute) nel principio che, nell'Ottocento, si sarebbe chiamato "Spleen". Persone insoddisfatte da una vita priva di valori e ideali, particolarmente suggestionabili e deboli, possono venir coinvolte da immagini reali o situazioni immaginarie e visionarie che le trascinano a migliaia di chilometri di distanza da casa, rendendole pronte ad uccidere, decapitare o essere uccise.

La teoria si basa sul caso di due combattenti provenienti da Birmingham che, prima di andare in Siria, avrebbero acquistato su Amazon dei riassunti su Corano e religione islamica. A dimostrazione del fatto che la loro missione era più la ricerca di un gruppo, di un branco, di un'avventura che li allontanasse dal grigiore della provincia e di una vita senza sbocchi che non una chiamata al martirio.

Spesso immigrati di seconda o terza generazione che riscoprono legami con le proprie origini, in modelli multiculturali che hanno fallito soprattutto nelle metropoli dell'Europa Settentrionale, i casi delle conversioni più autentiche al fanatismo sono invece motivabili dalla valenza che una tradizione religiosa, in un contesto "liquido" come il nostro, globalizzato, senza punti di riferimento o colonne portanti, assume nell'affermare la propria identità nel mondo e, come persone, nei contesti sociali di riferimento.

I numeri reali

Una stima precisa è impossibile, anche se si parla normalmente di circa soli duemila europei e circa mille americani partiti per combattere sui fronti mediorientali. Da fonte Eurostat,, IMF e Soufan Group, i numeri sarebbero di 250 belgi, 100 danesi, 700 francesi, 250 australiani, 50 norvegesi, 120 olandesi, 60 austriaci, 30 irlandesi, 400 inglesi, 30 svedesi, 270 tedeschi, con un diverso impatto a seconda della quantità di immigrazione a matrice islamica sulla popolazione complessiva.

Ma se 400 sono i cittadini britannici dichiarati da fonti ufficiali, il numero salirebbe secondo Khalid Mahmood, un legislativo del parlamento del Regno Unito, di Birmingham, a 1.500 inglesi reclutati per combattere in Iraq e Siria negli ultimi tre anni , numero elevato eppure coincidente ancora solo alla metà dei musulmani che prestano servizio nell'esercito inglese: un bacino di "non confermati", quindi, assai più vasto, che potrebbe essere un riferimento anche per le cifre stimate altrove. E che rende l'Europa, nei cui Paesi la presenza islamica è stata assai più forte che negli USA, un contesto assai difficile da gestire, con ricadute sulle politiche di immigrazione di cui l'Italia risulta oltretutto essere il vero territorio di confine.

Interventismo 2.0

Analizzate le "motivazioni" che spingono occidentali o immigrati di seconda generazione che "dovrebbero" essere integrati a convertirsi all'Islam più violento, è fondamentale capire il nuovo ruolo dei social media: una delle più grandi differenze tra Al-Qaeda e l'ISIS, ma soprattutto un elemento incontrollabile di "appeal" su persone frustrate nella loro quotidianità, non più controllabile neanche da leggi difficilmente applicabili riguardanti restrizioni della libertà di parola.

Il tema è l'ultima frontiera della sociologia, e in un certo senso costituisce un terreno di riflessione sulla funzione che la comunicazione web ha avuto e sta avendo sulla nostra società: in riferimento ad un interessante saggio del CESNUR (Center for Studies on New Religions) a firma R. Iannaccone e M. Introvigne dal titolo "Il mercato dei Martiri. L'industria del terrorismo suicida", che identificava nelle organizzazioni terroristiche veri e propri modelli imprenditoriali, di "domanda e offerta", si possono ravvisare gli stessi elementi del digital marketing applicati da multinazionali e aziende che vogliano promuovere la propria "web reputation". Ci sono oggi addirittura "blogger" jihadisti, come lo scozzese Abdul Raqib Amin che, lasciati gli studi ad Aberdeen, ha diffuso un video di reclutamento–guida che, se fosse riferito ad una disciplina sportiva estrema, potremmo considerare quasi un tutorial virale.

Fondamentale a questo proposito è la ricerca condotta dall'ICSR – The International Centre for the Study of Radicalisation and Political Violence su un campione di 190 profili internet di combattenti occidentali affiliati a gruppi estremisti islamici: ne emerge una spiccata propensione alla condivisione delle proprie esperienze ed un ruolo di "guida" dei social network sui processi di formazione e coinvolgimento attivo.

La sfida all'Occidente insomma è servita, su tutti i livelli: dai proclama pubblici del rappresentante del Califfato per i rapporti con le comunità non musulmane Haji Othman che affermò lo scorso agosto "Non potete immaginare quanto siamo forti, è solo l'inizio", fino ad arrivare ai profili Facebook. Intanto, su tutto il globo, le persecuzioni ai cristiani mietono cinque vittime al minuto e un vero e proprio spirito identitario occidentale non si è ancora palesato. Sono queste le difficili premesse ad una politica internazionale che, al di là della gestione delle crisi, si trova forse oggi ad affrontare una delle più delicate e difficili situazioni degli ultimi decenni.

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA