Il macchiavellico Kim ha aperto al momento giusto. Ma è grazie al presidente sudcoreano, eletto con l’impegno di emanciparsi dagli Usa e tentare il dialogo con il Nord, se ieri è stata siglata una tregua sui generis. Spiazzato Trump, resta da vedere se Xi è pronto a fare la sua mossa

Un uomo guarda uno schermo TV che trasmette un notiziario sui colloqui fra le delegazioni delle due Coree nel villaggio di Panmunjom, a Seoul, Corea del Sud, il 9 gennaio 2018. REUTERS / Kim Hong-Ji
Un uomo guarda uno schermo TV che trasmette un notiziario sui colloqui fra le delegazioni delle due Coree nel villaggio di Panmunjom, a Seoul, Corea del Sud, il 9 gennaio 2018. REUTERS / Kim Hong-Ji

Nella cornice di Panmunjom, luogo simbolico dove venne firmato l'armistizio nel 1953, le delegazioni nord coreana e sud coreana si sono incontrate nella mattina del 9 gennaio. Nel documento ufficiale rilasciato al termine dell'incontro scopriamo che è stato raggiunto “l'accordo per la partecipazione degli atleti di Pyongyang”, accompagnati da una delegazione di alto livello, alle Olimpiadi invernali di PyeongChang, che si terranno tra il 9 e il 25 febbraio. La parte nordcoreana “invierà una delegazione del Comitato olimpico nazionale, degli atleti, delle cheerleader, un gruppo di artisti e una squadra dimostrativa di Taekwondo, oltre che un servizio stampa, mentre il Sud fornirà materiali e installazioni”.


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Il dialogo interrotto dal 2015 prevede la riapertura ufficiale delle comunicazioni tra i due Paesi. Non solo, perché la Corea del Sud ha lasciato intendere che verranno “riviste” le recenti sanzioni contro Pyongyang per permettere alla Corea del Nord di partecipare alle Olimpiadi, mentre da Seul è arrivata anche la richiesta di proseguire il dialogo anche a livello militare.

Quali considerazioni si possono fare su questa giornata di disgelo?

Innanzitutto va sottolineato il ruolo fondamentale di Moon Jae-in. Il presidente coreano fin dalla campagna elettorale, che lo ha poi portato alla Casa Blu di Seul, aveva espresso la volontà di tenere aperta una finestra di dialogo con Pyongyang. Ex avvocato dei diritti umani, liberale e originario del Nord, Moon ha vacillato riguardo la sua politica di apertura, la “primavera di Seul” come è stata definita, solo nei momenti di maggior tensione, ovvero dopo il test nucleare nord coreano di settembre. In quel momento, la spinta Usa a difendersi dalla minaccia coreana - acquistando armamenti statunitensi  - aveva fatto breccia in un'opinione pubblica improvvisamente scettica sul proprio presidente. Nonostante tanti coreani abbiano protestato contro il sistema di difesa antimissilistico americano, il Thaad, installato proprio durante la campagna elettorale per la presidenza di Seul.

Moon però ha tenuto duro, ha sempre cercato di smorzare i toni e ha mantenuto la parola: aveva detto che avrebbe riservato dei “no” anche al grande alleato americano e così ha fatto. Appena Kim Jong-un ha lasciato intendere la possibilità di un dialogo nel suo discorso di capodanno, Moon ha detto subito di sì senza temporeggiare e senza provocare il dittatore nord coreano.

E la disponibilità a continuare i dialoghi e a smorzare le sanzioni, insieme alla richiesta – ottenuta – di fermare le esercitazioni militari con gli Stati Uniti confermano questa sua tendenza. Se da oggi e fino alle Olimpiadi si aprirà una finestra di confronto non solo su temi sportivi, sarà soprattutto grazie a lui.

Altro ruolo importante, benché decisamente meno virtuoso e più machiavellico, è stato quello di Kim Jong-un. Al di là dei continui riferimenti della stampa occidentale a una sua presunta pazzia, il dittatore nord coreano ha dimostrato, come specifichiamo da tempo, una straordinaria lucidità. Si è dichiarato a capo di una “potenza nucleare” - che lo sia davvero o meno importa poco per la sua macchina propagandistica - e solo a quel punto ha aperto a un confronto, approfittando delle Olimpiadi. Ha scommesso che Moon avrebbe accettato: i giochi olimpici gli garantiscono il tempo, il bene più prezioso per chi deve negoziare, e la visibilità per la sua squadra e il suo Paese alle Olimpiadi. Secondo la Bbc la sua apertura deriverebbe dalla paura di un attacco Usa contro la Corea del Nord. Può darsi. In ogni caso, come spesso accade, Kim ha dimostrato di sapere bene come sfruttare eventi esterni.

Sullo sfondo della giornata del 9 gennaio c'è sicuramente la Cina: nelle ultime settimane chi ancora si diceva preoccupato per un conflitto nucleare evidentemente non aveva scorto gli importanti segnali che arrivavano da Pechino. La Cina, molto innervosita nei mesi scorsi dal comportamento di Kim tanto da votare a favore di dure sanzioni in sede Onu, dopo aver annunciato la visita del proprio inviato in Corea del Nord è tornata silente, quasi ad aspettare che le rotelle messe in moto compiessero il proprio percorso.

Quando sarà il momento Pechino darà la zampata finale per portare tutti a un tavolo? Questa è la domanda che ci si pone. Perché Pechino si fida di Moon ma non ciecamente e prima o poi rimetterà il proprio peso sul tavolo. Ma non prima di utilizzare questa finestra di disgelo per continuare nel suo gioco in Asia.

A facilitare Pechino ci ha pensato Trump, il vero sconfitto dalla giornata di Panmunjom; da quando è diventato presidente ha affondato il Tpp e ha twittato come un ossesso in preda a sbalzi di umore. Ha finito per fare preoccupare tutti, amici e nemici. Ma ora che la situazione si schiarisce, se davvero si arriverà a negoziati e trattative, quanto detto e ripetuto nel suo ultimo viaggio in Asia - “comprate da noi le armi per la vostra difesa dal pazzo di Pyongyang” - potrebbero avere molta meno presa. L'affidabilità Usa in Asia non è mai stata così bassa.

@simopieranni

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