Dietro le armi chimiche di Assad, ci sarebbe Pyongyang. L’accusa degli esperti Onu è difficile da provare, ma l’arsenale nordcoreano negli anni ha lasciato diverse tracce. Pensato dal fondatore Kim Il-sung come alternativa economica al nucleare, oggi può essere una buona fonte di guadagno

Bottiglie che contengono agenti chimici. REUTERS/Erik De Castro
Bottiglie che contengono agenti chimici. REUTERS/Erik De Castro

Dietro le armi chimiche di Assad vi sarebbe il fornitore nordcoreano, sostengono gli esperti delle Nazioni Unite, che avrebbero registrato almeno 40 consegne di materiale proibito tra il 2012 e il 2017. Il rapporto reso pubblico alla fine di febbraio dal New York Times riporta l’attenzione sui Pyongyang, da sempre sospettata di avere depositi e arsenali di armi chimiche. E ripetutamente accusata di averne venduto una parte, o di averlo utilizzato, come ad esempio per l'omicidio del fratello di Kim, Kim Jong-nam, avvenuto lo scorso febbraio 2017 a Kuala Lumpur, attraverso l'uso di gas nervino.

Ma già negli anni novanta la Corea del Nord era stata accusata di vendere agenti chimici a Egitto, Libia, Iran. A settembre del 2009, poi, la Corea del Sud bloccò una nave panamense (Panama all'epoca permetteva a Pyongyang la gestione di tutta una serie di traffici internazionali): all'interno ci sarebbero state armi chimiche destinate alla Siria. 


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Poco dopo, nel novembre del 2009, fu la volta delle autorità greche: bloccarono in uno dei propri porti una nave sospettata di violare le sanzioni Onu, decidendo così per un'ispezione. Il cargo era partito dalla Corea del Nord, era transitato per Dalian, in Cina, poi a Jedda in Arabia Saudita e aveva come destinazione il porto siriano di Al Ladhiqiyah.

Si tratta sempre di sospetti, per il semplice fatto che non vi è alcuna certezza, data la difficoltà a reperire dati sicuri- impossibile pensare a una trasparenza di Pyongyang al riguardo, naturalmente - o a certificare l’origine del contenuto di alcuni navi sospettate di avere caricato agenti chimici in Corea del Nord. Tutto quanto esiste in letteratura sul caso nordcoreano, quindi, si deve a diversi tipi di fonti indirette: i servizi segreti sud coreani, think tank dedicati alla proliferazione di armi chimiche, disertori nordcoreani, eventi come quello già ricordato del fratello di Kim.

Partiamo dai dati certi: la Corea del Nord ha firmato il Protocollo di Ginevra, che proibisce esplicitamente l'utilizzo di armi chimiche in caso di conflitti, ma non impedisce a uno Stato la possibilità di produrne e possederne. Pyongyang, a questo riguardo, non ha aderito alla Convenzione sulle armi chimiche (Cwc).

Secondo il Nuclear Threat Initative (Nti) "la Corea del Nord potrebbe possedere tra 2.500 e 5.000 tonnellate di agenti chimici". Il governo sudcoreano avrebbe valutato che la Corea del Nord potrebbe essere in grado di produrre la maggior parte delle armi chimiche. Tra i "prodotti" nello stock nordcoreano: sarin e VX, il gas nervino registrato a Kuala Lumpur. A questo proposito, l'omicidio di Kim Jong-nam costituirebbe una vera e propria "pistola fumante" contro la Corea del Nord e il suo diniego riguardo produzione, possesso, uso e vendita di armi chimiche, attraverso l'acquisto di quanto serve a produrle da Cina, Malesia e Tailandia (secondo altre fonti l'arsenale di agenti chimici sarebbe molto più vasto).

Il Korea Research Institute of Chemical Technology un organismo sponsorizzato dal governo di Seul, sostiene che la Corea del Nord abbia "quattro basi militari dotate di armi chimiche, 11 strutture in cui vengono prodotte e immagazzinate armi chimiche e 13 strutture dedicate alla ricerca e allo sviluppo. Due impianti nelle vicinanze delle città di Kanggye e Sakchu sono stati attrezzati per preparare e riempire i proiettili di artiglieria con agenti CW". Naturalmente questi sono sospetti, perché le prove non ci sono, ma tutto farebbe pensare alla possibilità che tra gli altri deterrenti, il nucleare ad esempio, anche le armi chimiche possano essere a disposizione di Kim.

Anzi, le armi chimiche sembrerebbero proprio una sorta di merce che la Corea del Nord utilizza per i suoi traffici, ovvero quell'insieme di attività economiche e commerciali, legali e illegali, che alla fine consentono al regime la sua sopravvivenza. Del resto, la storia delle armi chimiche in Corea, così come la corsa al nucleare, non è certo iniziata oggi.

Subito dopo la fine della guerra di Corea Kim Il-sung, il nonno dell'attuale leader, si mise subito alla ricerca di un deterrente alla propria sicurezza. Serviva qualcosa di meno costoso e visibile, forse, del nucleare, progetto mai accantonato ma perseguito con molta pazienza e costanza dai leader nord coreani.

Il piano economico triennale che nasce all'indomani della guerra (piano per gli anni 1954, 1955 e 1956), prevede la creazione di una vera e propria industria interna volta alla creazione di armi chimiche. Poi toccò al piano quinquennale puntellare questa tendenza.

Tuttavia, secondo gli esperti, i primi risultati sarebbero arrivati solo tra il 1961 e il 1967 durante il "piano dei sette anni". Kim Il-sung pubblicò un documento proprio sulle armi chimiche (Dichiarazione per un'industria chimica) il cui scopo, scrivono gli esperti di Nti, "era sviluppare ulteriormente un'industria chimica indipendente in grado di supportare vari settori della sua economia, oltre a sostenere la produzione di armi chimiche". É questo il momento fatale per la produzione di armi chimiche in Corea del Nord, supportato in seguito da Cina e l'allora Unione Sovietica.

Così come la Corea del Nord, dunque, produrrebbe armi chimiche, allo stesso tempo Pyongyang avrebbe sviluppato anche un sistema di protezione e difesa da eventuali attacchi chimici. Come specificano i curatori del sito 38north.org «La produzione di apparecchiature per la difesa chimica e la decontaminazione è nota come «fabbrica n. 279». Mentre la ricerca e lo sviluppo nelle attività di «decontaminazione di persone, attrezzature, abbigliamento e acqua contro armi nucleari, biologiche e chimiche» è condotta dal «Centro di ricerca n. 398».

@simopieranni

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