Dopo l’incontro Kim-Moon, Pyongyang medita un’altra svolta. Spinto da Pechino, Kim sembra pronto a varare un “socialismo con caratteristiche coreane”, ispirato a quello cinese. Per aprire il sistema economico senza minacciare quello politico. Sperando di replicare il boom dei vicini

I passeggeri all'interno di un treno in una stazione della metropolitana visitata da giornalisti stranieri durante un tour organizzato dal governo a Pyongyang, Corea del Nord, il 9 ottobre 2015. REUTERS / Damir Sagolj
I passeggeri all'interno di un treno in una stazione della metropolitana visitata da giornalisti stranieri durante un tour organizzato dal governo a Pyongyang, Corea del Nord, il 9 ottobre 2015. REUTERS / Damir Sagolj

Per capire come si è avviato il dibattito sul futuro economico della Corea del Nord, attorno al binomio magico riforme-infrastrutture, bisogna fare un salto indietro: al giugno del 2003, quando il “re delle orchidee” Yang Bin, dopo essere stato arrestato dai cinesi, finisce sotto processo. Prenderà una condanna di diciotto anni. La sua parabola s’intreccia ai complessi rapporti tra la Corea del Nord di Kim Jong-il e la Cina di Jiang Zemin.


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Nel 2002, infatti, il "Caro Leader" Kim Jong-il - il padre di Kim Jong-un - decise di ovviare alle condizioni economiche deficitarie del suo Paese, provando a lasciare fuori niente meno che la Cina. Kim Jong-il immaginò una zona economica speciale a Sinuju, incontrò l'allora premier giapponese Junichiro Koizumi - all'incontro partecipò anche un giovane Shinzo Abe - e pose le basi per una sorta di zona speciale “alla cinese”, ma senza la Cina, che voleva essere la base di una relazione economica con il Giappone e gli Usa.

A capo del progetto, Kim decise di mettere proprio Yang Bin, miliardario cinese la cui carriera business era iniziata in Olanda. Yang Bin aveva anche ottenuto la nazionalità tedesca, sostenendo di aver fatto parte delle proteste del 1989. Il progetto della zona speciale morì, grazie all'intervento giudiziario della Cina.

Sinujiu torna proprio in questi giorni, non solo come esempio del tentativo di Kim Jong-il di provare a creare una situazione di riforme e aperture anche in Corea del Nord, dopo l'esempio cinese, ma perché nella dichiarazione finale di Panmunjeom della scorsa settimana, Kim Jong-un e Moon Jae-in scrivono proprio di voler migliorare la rete dei trasporti tra le due Coree, in particolare “tra Seul e Sinujiu”.

Questo aspetto, del resto, è stato sottolineato sorprendente da Kim Jong-un, che non ha nascosto a Moon la povertà dei trasporti in Corea del Nord. E ha raccontato che la delegazione partita da Pyongyang per andare alle Olimpiadi era rimasta impressionata dai treni sudcoreani.

Non a caso anche Putin, parlando al telefono con Moon, avrebbe posto l'accento sulla possibilità di «investimenti nelle infrastrutture». L'esempio cinese è lì a dimostrare una cosa: con investimenti, terreni da utilizzare e forza lavoro a basso costo c'è possibilità di guadagnarci tutti.

Ma fino ad oggi la Corea del Nord è apparsa bloccata da una paura: le aperture “alla cinese”, infatti, devono essere ben controllate, proprio come ha fatto Pechino, altrimenti c'è il rischio che il potere centrale dei Kim ne possa venire scalfito. La paura, tanto di Pechino quarant'anni fa, quanto di Kim oggi, è la seguente: come arginare i valori occidentali portati dalla politica di apertura e riforme?

La Cina, come spiega su Foreign Affairs Yuen Yuen Ang - in Autocracy with chinese characteristics - dimostra in realtà come le riforme e le aperture, se fortemente controllate da un partito, possono anche essere regolate in modo rigoroso. Garantire la competizione tra funzionari e sezioni amministrative, infatti, riuscirebbe a migliorare e modernizzare tutto il settore burocratico di un Paese, senza essere travolto dalle eventuali influenze morali degli investitori stranieri. Anche la Corea del Nord dunque potrebbe tentare questa strada.

Kim Jong-un ha deciso di firmare la propria visione politica attraverso la politica del byungjin (doppio binario) differenziandosi dal songun (prima l'esercito) del padre e del nonno. Non a caso, nel documento emesso dal partito dei lavoratori al termine del congresso e prima dello storico incontro di Kim con Moon, si dava per scontato l'esistenza di zone di mercato privato (delle quali su eastwest.eu avevamo scritto qui) e si annunciava ufficialmente un piano per aprire nuove zone economiche speciali. E c'è da credere che stavolta la Cina ne sarà informata.

Secondo Nikkei Asia Review, Pyongyang infatti sarebbe pronta a un “socialismo con caratteristiche coreane”, un auspicio che pare sia molto gradito a Pechino. Come riporta la rivista, infatti, “i media di stato nordcoreani hanno affermato che d'ora in poi i progetti globali del partito e del Paese saranno orientati verso la costruzione di un'economia socialista e tutti i loro sforzi saranno finalizzati a raggiungere questo obiettivo”.

La Cina pare sia molto soddisfatta di questa svolta. «La Cina dà il benvenuto a questo progetto» ha detto il portavoce del ministero degli Esteri Lu Kang «e speriamo che la Corea del Nord segnerà risultati nello sviluppo della propria economia e nel miglioramento della vita delle persone».

Del resto, questa soluzione è quanto Pechino ha sempre suggerito a Pyongyang: rinunciare al programma di sviluppo di armi e passare a una fase di “riforme e aperture” dell'economia in pieno stile cinese. Come chiosa Nikkei Asia Review, “ha fatto miracoli per noi e dovrebbe funzionare anche per voi, questo il consiglio di Pechino”.

@simopieranni

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