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Cosa c’è dietro gli arresti degli attivisti di Greenpeace?

Sono pirati, secondo le autorità russe che li hanno arrestati e sequestrato la loro nave. Una trentina degli attivisti che hanno cercato senza successo di salire a bordo della piattaforma petrolifera Prirazlomnaja, di proprietà di Gazprom, nel Mar di Pechora – da qualche parte a largo delle coste russe nel Mar Glaciale Artico – sono ora in stato di arresto, mentre la loro rompighiaccio Arctic Sunrise, battente bandiera olandese, è stata rimorchiata nel porto di Murmansk, nel nord della Russia. Tra di loro c’è anche un italiano, il napoletano Cristian D’Alessandro, che sembra l’unica ragione per cui i nostri mezzi d’informazione abbiano riportato l’accaduto.

 

Kalashikov contro ambientalisti

Secondo Greenpeace non sono state ancora ufficialmente formulate delle accuse, benché gli inquirenti indaghino su un caso di presunta pirateria. Dalla procura hanno fatto sapere che l’accusa potrebbe essere cambiata in qualcosa di meno grave, ma quel che sembra certo è che tutti saranno comunque processati da un tribunale per le loro «attività illegali» nell’Artico. Nel frattempo, il giudice Leninsky di Murmansk ha ordinato una custodia di due mesi come misura cautelare per tutti gli attivisti. I testimoni hanno raccontato di aver visto le forze speciali russe in mimetica e passamontagna sparare in aria con i fucili d’assalto Kalashikov e puntare le armi contro gli attivisti.

«L’impiego di un tale livello di forza contro una protesta pacifica è di un’evidente sproporzione e dovrebbe cessare immediatamente». Lo ha detto Ben Ayliffe, capo del Progetto artico di Greenpeace.

Ma perché le autorità russe stanno usando il pugno duro contro gli attivisti di Greenpeace? Che bisogno c’è di mandare gli agenti speciali dell’Fsb per impedire ad un pugno di ambientalisti di appendere degli striscioni su una piattaforma petrolifera?

 

La nuova corsa all’oro (nero)

La Prirazlomnaja non è una piattaforma come le altre. Prima nel suo genere, capace di succhiare petrolio dalle profondità del sottosuolo marino con i suoi 40 pozzi direzionali, è stata progettata per operare in mezzo ai ghiacci artici. Un progetto innovativo per Gazprom, è secondo gli ambientalisti una bomba ecologica pronta a esplodere. «Questa piattaforma arrugginita è un disastro artico che aspetta solo di accadere», ha detto Sini Saarela, una degli attivisti arrestati. Ma l’Artico si appresta a essere un duro campo di battaglia per gli Stati del Nord, e la Russia è in pole position. Il ghiaccio polare che si sta sciogliendo sta per liberare un’immensa ricchezza in termini di gas e petrolio: riserve stimate nel 10-15% di tutto il petrolio e addirittura nel 30% di tutto il gas non ancora scoperti rendono l’Artico il più grande giacimento di risorse naturali ancora non sfruttate. Il gigante di stato Gazprom ha investito qualcosa come 6 miliardi di dollari nel progetto Prirazlomnaja. Le operazioni della piattaforma marina hanno subito molti ritardi tecnici a causa delle estreme condizioni operative e, a tre anni dal suo varo, non sono ancora cominciate le trivellazioni. Ma nonostante tutto si tratta un importante test in vista delle future perforazioni nell’Artico e il Cremlino non ha alcuna intenzione di perdere altro tempo nella sua corsa all’oro nero.

Kumi Naidoo, direttore di Greenpeace international, ha commentato così: «Questi arresti sono esattamente come l’industria petrolifera russa, un relitto del passato. L’Artico si sta sciogliendo davanti ai nostri occhi e questi coraggiosi attivisti stanno sfidando coloro che vogliono sfruttare questa catastrofe per estrarre più petrolio. I nostri attivisti nonviolenti sono in prigione per aver acceso una luce sulla sconsideratezza di Gazprom». Ecco, è esattamente ciò che il Cremlino non vuole.

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