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Cosa sta succedendo tra Messico e Venezuela

Se c’è un principio che anima la politica estera messicana, quello è il non-interventismo. Eppure proprio il Messico, sempre attento a non pronunciarsi sugli affari degli altri stati, da qualche mese si è trasformato forse nel più implacabile critico del Venezuela e del suo presidente Nicolás Maduro.

I seggi dei delegati sono preparati per la riunione dei ministri degli esteri dell'Organizzazione degli Stati americani (OAS) per discutere la situazione in Venezuela, a Washington, USA, il 31 maggio 2017. REUTERS / Yuri Gripas
I seggi dei delegati sono preparati per la riunione dei ministri degli esteri dell'Organizzazione degli Stati americani (OAS) per discutere la situazione in Venezuela, a Washington, USA, il 31 maggio 2017. REUTERS / Yuri Gripas

Il 23 marzo scorso il Messico ha firmato, assieme ad altri tredici paesi americani, un appello per chiedere al governo madurista la liberazione dei prigionieri politici e la fissazione di una data per le elezioni amministrative, inizialmente previste per la fine del 2016 e poi rinviate. Il presidente Enrique Peña Nieto ha detto poi che il Messico avrebbe fatto sentire la sua voce davanti all’Organizzazione degli Stati americani (OSA) per esigere il rispetto dell’ordine costituzionale in Venezuela, mentre il 6 aprile ha incontrato Lilian Tintori, moglie dell’oppositore e prigioniero politico Leopoldo López. La ministra degli Esteri del Venezuela Delcy Rodríguez ha accusato il Messico di essersi intromesso nelle vicende venezuelane per «soddisfare gli interessi di Washington», e a fine aprile ha annunciato di voler avviare le pratiche per il ritiro di Caracas dall’OSA.

Le tensioni tra il governo messicano e quello venezuelano sono riprese il 31 maggio, dopo che il ministro degli Esteri messicano Luis Videgaray arrivò a dire che il Venezuela aveva «smesso di essere una democrazia» e che si era convertito in un potenziale pericolo per l’America Latina; immediatamente, Rodríguez bollò le parole di Videgaray come «infami e immorali» e accusò a sua volta il Messico di essere uno «Stato fallito» sottomesso al volere degli Stati Uniti. Qualche giorno dopo la ministra venezuelana aggiunse che «il governo messicano non ha il diritto di parlare del Venezuela perché è il paese più pericoloso al mondo per i giornalisti, dove il narcotraffico è penetrato nelle istituzioni, dove gli scomparsi raggiungono cifre davvero raccapriccianti». Il Messico non ha più raccolto le provocazioni, ma il 2 giugno ha fatto sapere che si impegnerà davanti all’OSA per far approvare una risoluzione – serviranno almeno 24 voti favorevoli su 34 – che possa contribuire a porre fine alle violenze in Venezuela: sono almeno sessanta i morti in questi due mesi di proteste antigovernative.

La prossima assemblea generale dell’OSA si terra proprio in Messico, nella città di Cancún, dal 19 al 21 giugno. Caracas, nonostante tutto, ci sarà, e Delcy Rodríguez ha detto che sfrutterà l’occasione per ricordare la sparizione dei quarantatré studenti di Ayotzinapa e i numerosi omicidi dei giornalisti.

Secondo il Washington Post, questo insolito interventismo messicano si spiega soltanto se si guarda alle sue vicende politiche interne. Tra un anno e un mese si terranno infatti in Messico le elezioni presidenziali, e alcuni sondaggi danno già per favorito Andrés Manuel López Obrador, carismatico esponente della sinistra populista messicana, e il suo Movimento Rigenerazione Nazionale. Per il Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) – il principale partito messicano, nonché il solo ad aver gestito il potere per la maggior parte della storia del paese – attaccare il Venezuela è un modo per attaccare indirettamente López Obrador, avvertito dalle élites politiche ed economiche come una minaccia allo status quo.

Andrés Manuel López Obrador (solitamente contratto in AMLO) è noto per il suo stile di vita austero e per una retorica semplice e sferzante che lo accomuna ai classici populismi latinoamericani: si propone come il rappresentante della volontà del “popolo” e come suo protettore dai nemici interni (ovvero le oligarchie politiche ed economiche, che chiama «la mafia al potere»); nega legittimità alle opposizioni e si presenta come “altro” rispetto alla corrotta classe partitica tradizionale; mescola personalismo, nazionalismo (vorrebbe indire un referendum per annullare la recente privatizzazione del settore petrolifero), anti-americanismo e statalismo in economia; promette di attuare misure di ridistribuzione della ricchezza, aumentando i salari e favorendo nuove assunzioni. AMLO, sessantaquattro anni, è stato sindaco di Città del Messico dal 2000 al 2005 e candidato alle elezioni presidenziali del 2006 e del 2012, perdendole per pochi punti percentuali e contestando in entrambi i casi il risultato. Nel 2011 ha fondato il Movimento Rigenerazione Nazionale (MORENA), diventato un partito a tutti gli effetti nel 2014.

L’establishment politico messicano, e specialmente il PRI, se da un lato critica la retorica demagogica e divisiva di AMLO, dall’altro lo combatte a sua volta a colpi di calunnie, definendolo «un pericolo per il Messico» e paragonandolo a Hugo Chávez e a Nicolás Maduro per evocare nelle menti degli elettori scenari di autoritarismo e caos economico. Durante la campagna elettorale per il rinnovo dell’esecutivo nello Stato del Messico – lo stato più popoloso della nazione e bastione priista, che lo ha governato ininterrottamente per quasi novant’anni – il PRI non ha perso occasione per denunciare la presunta alleanza tra MORENA e il governo venezuelano. Le votazioni si sono tenute lo scorso 4 giugno e sono state vinte con un ristretto margine dal candidato del PRI Alfredo del Mazo, figlio e nipote di precedenti governatori e cugino di Peña Nieto; la candidata di MORENA, Delfina Gómez, è arrivata seconda e ha contestato l’esito delle elezioni.

López Obrador e MORENA hanno sempre negato di avere legami con il Venezuela, ma nel partito c’è effettivamente una corrente – «significativa», secondo il Washington Post – che guarda a Maduro con simpatia. Simpatia che sembra essere ricambiata: a fine maggio l’account Twitter dell’ambasciata venezuelana in Messico ha pubblicato un paio di foto (poi rimosse) di un incontro con alcuni rappresentanti di MORENA, ringraziando il partito per «la solidarietà e il sostegno incondizionato alla Rivoluzione bolivariana».

Prima che la situazione in Venezuela degenerasse e López Obrador diventasse così il “Maduro messicano”, durante i mesi della campagna elettorale statunitense il PRI ha cercato invece di accostarlo a Donald Trump. La strategia non ha avuto successo in patria – di fatto, è stato proprio AMLO e non Peña Nieto a capitalizzare l’anti-trumpismo in Messico –, ma sembra aver convinto gli investitori stranieri: non appena si è diffusa la notizia della sconfitta di MORENA nello Stato del Messico, la moneta messicana è subito schizzata al suo valore più alto dal giorno in cui Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti d’America.

@marcodellaguzzo

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