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Quel ponte per la Crimea celebra la sfrontata geopolitica di Putin

Mosca ha fatto costruire a tempi di record un’opera considerata impossibile. Il ponte di Kerch è uno schiaffo alle sanzioni, che ora saranno anche più facili da aggirare. Offre una sponda ai putinisti della Ue. E garantisce che la Crimea non tornerà mai ucraina

Auto e moto attraversano il ponte che collega la terraferma russa con la penisola di Crimea attraverso lo stretto di Kerch, il 16 maggio 2018. REUTERS / Pavel Rebrov
Auto e moto attraversano il ponte che collega la terraferma russa con la penisola di Crimea attraverso lo stretto di Kerch, il 16 maggio 2018. REUTERS / Pavel Rebrov

Con il ponte sullo stretto di Kerch, Putin ha piantato l’ultimo chiodo alla bara delle speranze ucraine: la Crimea non tornerà mai più al suo legittimo proprietario.

Un’opera geopolitica prima che ingegneristica, il ponte. Un’opera che proietta nel mondo – ma anche in patria – l’immagine della Russia così come l’ha voluta Putin. Volitiva e decisionista, potente e capace di imprese grandiose: che sia la conquista di una terra in poche ore e senza sparare un colpo o la costruzione di un ponte di 19 chilometri che tutti reputavano impossibile.

Impossibile per il costo: ma Putin ha trovato subito i miliardi necessari, prendendoli dal fondo pensioni dei ferrovieri russi. E poco importa che la rete stradale russa stia alle macchine come la carta moschicida alle mosche e che mancano al Paese moltissime opere infrastrutturali più necessarie.

Impossibile dal punto di vista ingegneristico, per le forti correnti marine e il fondale sabbioso e mobile: ma Putin ha dato l'incarico di realizzarlo al suo amico di vecchia data, il costruttore Arkady Rotenberg, che ha fatto milioni a palate con gli appalti per le olimpiadi di Sochi. E tutte le perizie e le autorizzazioni sono filate lisce come l'olio.

Impossibile per i tempi: un'ipotesi di progetto originaria giaceva nei cassetti almeno dal 1944. Ma Putin, una volta annessa la Crimea, ha detto che la costruzione del ponte costituiva una "missione storica" e che la data del 2018 sarebbe stata rispettata. E così è stato.

Uno schiaffo all’Europa

Ma il ponte – simbolo dei simboli – è anche uno schiaffo alle sanzioni. Tanto per cominciare perché la sua stessa costruzione è con buona probabilità stata possibile solo grazie alla loro violazione da parte di alcune imprese europee. È stato necessario ricorrere a tecnologia olandese, macchinari e componenti, cosa che potrebbe dare il via a un’indagine per infrazione.

C’è poi il rischio concreto che un collegamento via terra renderà da oggi comunque più facile aggirarle.

Ma soprattutto c’è l’effetto propagandistico. Aver costruito un ponte da quasi quattro miliardi di dollari per collegare una terra annessa con la forza militare violando le norme internazionali e sottoposta a sanzioni vuol dire una cosa sola: che ci fanno un baffo. Lancia il messaggio che sono cosa ormai superata, che la Russia fa tranquillamente come se non ci fossero e che semmai sono un boomerang verso molte economie europee, che si lamentano dei danni al commercio con la Russia.

Narrativa trita e ritrita, oltre che lontana dalla verità: le sanzioni danneggiano l’economia russa, mentre sono le controsanzioni varate da Mosca a colpire l’export dei Paesi europei. Distorcere la realtà però offre un’ottima sponda a quell’internazionale nera, antieuropea e filorussa che sta contagiando il Vecchio continente. Italia in pole position.

Il governo italiano contro le sanzioni

Il neonato governo M5S-Lega lo ha messo nero su bianco. Il paragrafo 9 del contratto di governo, quando parla della politica estera di apertura verso la Russia, prevede il “ritiro immediato delle sanzioni”. Dal Cremlino è trapelata soddisfazione, se non fosse una decisione che esula dalle competenze nazionali. Le sanzioni sono state introdotte dal Consiglio degli Affari esteri dell’Unione Europea e servirebbe una decisione a maggioranza qualificata dei 28 membri.

L’Italia potrebbe farsi proponente di un ritiro delle sanzioni e potrebbe certamente trovare sponda in molti Paesi dell’Ue ma la maggioranza è improbabile.

Questo però non basta a fermare le lobby che da anni ormai instancabilmente si danno da fare per rimuoverle. L’importante è continuare a ripetere il “no alle sanzioni”. E poco importa che il freno all’export italiano dipenda dalle controsanzioni russe. E nemmeno che lo stesso freno non impedisca alle esportazioni di crescere: otto miliardi di euro di valore nel 2017 e un +19,3% rispetto all’anno precedente. Il dato lo ha comunicato qualche settimana fa il presidente di Banca Intesa Russia, Antonio Fallico, l’“italiano più influente a Mosca” e tra i più instancabili critici delle sanzioni. Ma se l’export cresce nonostante le sanzioni, a che serve chiedere continuamente di toglierle?

E allo stesso modo, se il ponte grida al mondo la superiorità della Russia alle leggi internazionali, a chi importa veramente delle sanzioni?

@daniloeliatweet

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