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Sri Lanka, torna l'uomo forte Rajapaksa e la pace vacilla

Due premier, il parlamento congelato, i soldati schierati nei punti nevralgici della capitale: a Colombo il presidente rimette in sella l’uomo che ha chiuso nel sangue la lunga guerra civile e mette a rischio la riconciliazione nazionale. Con la benedizione di Pechino

I membri della Task Force speciale dello Sri Lanka e la polizia fanno la guardia accanto a un poster del nuovo primo ministro Mahinda Rajapaksa dopo che una guardia di sicurezza ufficiale del ministro licenziato Arjuna Ranatunga ha sparato e ferito tre persone di fronte alla Ceylon Petroleum Corporation, a Colombo, Sri Lanka 28 ottobre 2018. REUTERS / Dinuka Liyanawatte
I membri della Task Force speciale dello Sri Lanka e la polizia fanno la guardia accanto a un poster del nuovo primo ministro Mahinda Rajapaksa dopo che una guardia di sicurezza ufficiale del ministro licenziato Arjuna Ranatunga ha sparato e ferito tre persone di fronte alla Ceylon Petroleum Corporation, a Colombo, Sri Lanka 28 ottobre 2018. REUTERS / Dinuka Liyanawatte

Tutto ha avuto inizio venerdì, quando il presidente dello Sri Lanka Maithripala Sirisena ha rimosso dall’incarico il Primo ministro Ranil Wickremesinghe, affidando il compito di formare un nuovo governo all’ex uomo forte di Colombo, Mahinda Rajapaksa. Ad oggi, l’isola nazione posta a sud dell’India, nelle acque dell’Oceano Indiano, si trova tecnicamente con due Primi ministri impossibilitati ad esercitare il proprio incarico, con le attività del Parlamento congelate e con la possibilità che la crisi in corso possa sfociare in episodi di violenza.

È anche il preludio al ritorno al potere di Rajapaksa, il più influente e discusso uomo politico dello Sri Lanka. Rajapaksa è noto per aver rafforzato l’intesa tra Colombo e Pechino ai danni di New Delhi ed è passato alla storia per aver messo fine nel 2009 a 26 anni di guerra civile, approvando una brutale operazione militare nel Nordest dell’isola, nei territori abitati dalla minoranza tamil e in parte controllati dai guerriglieri del Liberation Tigers of Tamil Eelam (Ltte, le Tigri Tamil). Campagna militare costata la vita a 40mila civili e segnata da gravi violazioni dei diritti umani da parte delle truppe srilankesi, per questo condannata da molti governi e dalla comunità internazionale.

Il ritorno di Rajapaksa, non più in veste di presidente ma nel ruolo di Primo ministro, potrebbe quindi interrompere il processo di riconciliazione tra la minoranza tamil e la maggioranza singalese. Pacificazione posta come prioritaria da Sirisena e da Wickremesinghe, usciti vincitori dalle elezioni parlamentari del novembre 2015 proprio grazie a un’alleanza centrata sulla volontà di mettere fuori dai giochi Rajapaksa, facendo leva sulla corruzione diffusa nel suo decennio di presidenza, sul contrasto al nepotismo e sulla necessità di ridare stabilità al Paese dopo anni di violenza.

Venerdì scorso, in poche ore tutto è cambiato, quando Sirisena ha dato il benservito all’ormai ex Primo ministro, leader del United National Party (Unp), accusandolo di aver intrapreso politiche economiche rischiose per il Paese e di aver assunto un atteggiamento arrogante. Ma c’è di più. Il presidente dello Sri Lanka, dal 2015 alla guida del United People’s Freedom Alliance (Upfa) partito fino alla scorsa settimana alleato al Unp, ha giustificato il colpo di spugna dopo aver saputo dell’esistenza di un piano per assassinare lui e l’ex Segretario del ministero della difesa Nandasena Gothabaya Rajapaksa, fratello del nuovo Primo ministro. Secondo Sirisena, Wickremesinghe avrebbe rallentato l’indagine avviata per fare luce sul complotto, fratturando in modo irreparabile i rapporti reciproci.

Vero o meno che sia, la presunta negligenza del leader del Unp ha offerto a Sirisena l’occasione che attendeva da inizio 2018, periodo in cui l’intesa tra i due è giunta a un punto di non ritorno, al pari dell’appeal della coalizione. Perdita di consensi emersa proprio alle votazioni locali di febbraio, le prime a sistema misto, quando lo Sri Lanka Podujana Peramuna (Slpp), il nuovo partito di Mahinda Rajapaksa, ha riscosso una vittoria schiacciante ottenendo il 40% delle preferenze e riportando di forza l’ex presidente sulla scena politica. All’indomani della vittoria, Rajapaksa aveva chiesto di indire nuove elezioni parlamentari visto il cambio radicale nelle preferenze dei cittadini, ottenendo in risposta un rifiuto. È stato il preludio a una svolta, parsa ormai inevitabile.

Il momento opportuno è giunto venerdì. Per prima cosa, Sirisena ha annunciato l’uscita del suo Upfa dalla coalizione di governo, da cui dipendeva la maggioranza parlamentare dell’ex Primo ministro. Poi Wickremesinghe è stato rimosso dall’incarico attraverso una comunicazione formale, quindi il presidente ha nominato come successore Rajapaksa, invitandolo a formare un nuovo governo. Al Primo ministro non è stato concesso né un colloquio preliminare in privato con l’ex alleato, né la possibilità di consultare il Parlamento, dove sostiene di detenere ancora l’appoggio della maggioranza, ragion per cui Sirisena ha congelato le attività parlamentari fino al 16 novembre. Tre settimane di coma governativo, durante le quali Rajapaksa dovrà stabilire nuove alleanze con i detentori dei 225 seggi, in modo da poter affrontare la seduta straordinaria prevista alla riapertura, quando dovrebbe essere votata la fiducia al nuovo Primo ministro designato o ribaltare la decisione del presidente.

Scenario quest’ultimo quanto mai improbabile visto il vuoto creato attorno all’ex Primo ministro. Wickremesinghe si è rifiutato di accogliere l’invito a lasciare Temple Tree, la residenza ufficiale del capo dell’esecutivo, dove si trova tuttora, protetto dai suoi sostenitori assembrati all’esterno dell’edificio. Come risposta Sirisena ha ordinato il posizionamento di truppe dell’esercito nei centri nevralgici della capitale. Una prova di forza che sembra preannunciare scenari violenti.

Il primo episodio è accaduto domenica, all’ingresso del Ceylon Petroleum Corporation, la sede del ministero del Petrolio affidato all’ex capitano della nazionale di cricket Arjuna Ranatunga, uomo di fiducia di Wickremesinghe. Qui, un gruppo di sostenitori di Rajapaksa ha tentato di bloccare l’accesso alla sede. Secondo le ricostruzioni dei media e le dichiarazioni della polizia, una delle guardie del corpo del ministro avrebbe aperto il fuoco sulla folla uccidendo una persona e ferendone gravemente altre due. Per riportare la situazione sotto controllo è stato necessario l’intervento dei paramilitari. Ranatunga è quindi stato scortato all’esterno della sede vestito da poliziotto e con un giubbotto antiproiettile addosso. A seguito della sparatoria, l’addetto alla sicurezza è stato tratto in arresto, sorte toccata ieri allo stesso (ex) ministro del Petrolio Ranatunga, accusato di aver dato l’ordine di aprire il fuoco.    

Significativo il tempismo con cui Sirisena ha attuato il piano, in modo da offrire a Rajapaksa i due giorni del fine settimana per consolidare la propria posizione, prima della riapertura della Corte Suprema ieri mattina, unico organo legittimato a valutare l’incostituzionalità della scelta del presidente. Ed è proprio sull’incostituzionalità che sta puntando Wickremesinghe. Nel 2015 in Sri Lanka è stato approvato un emendamento alla Costituzione che priva il presidente dell’autorità di rimuovere il Primo ministro, ruolo spettante solo dal Parlamento. Ecco spiegato il perché del congelamento delle attività parlamentari e l’importanza delle prossime settimane per consentire a Rajapaksa di ottenere la maggioranza.

Incostituzionalità o meno, per il leader dell’Unp sarà dura risollevarsi, in quanto è stato privato della sua scorta, dell’auto di rappresentanza, il suo staff ridotto da mille a dieci persone e l’ufficio affidato sin da ieri a Rajapaksa. Se a questo aggiungiamo il silenzio mediatico imposto da Sirisena, chiudendo alcune emittenti televisive pubbliche vicine al Unp, l’ex Primo ministro si trova di fatto fuori dai giochi, invisibile e silenzioso. Condizioni destinate a favorire Rajapaksa nella ricerca di alleati proprio a partire dai parlamentari legati a Wickremesinghe.

Intanto, nel fine settimana il nuovo Primo ministro ha fatto di tutto per consolidare la propria posizione. È andando in visita in un monastero buddista, ha diffuso alcune foto assieme al capo della polizia ed ha esortato il rivale ad accettare la decisione di Sirisena. Per santificare il suo incarico manca però il riconoscimento internazionale. Prospettiva tutt’altro che scontata visto l’isolamento subito da Rajapaksa durante la sua presidenza a causa delle atrocità commesse dall’esercito contro la minoranza Tamil, dell’eliminazione dei rivali politici e dell’assassinio di dozzine di giornalisti non allineati al regime.

Il ritorno al potere di Rajapaksa determina anche un cambiamento nell’assetto geopolitico dell’area, allontanando lo Sri Lanka dall’orbita di New Delhi, dove una settimana fa Rajapaksa era stato a colloquio da Narendra Modi, assicurandolo di non essere ostile al governo indiano. Di fatto però lo Sri Lanka torna ad avvicinarsi a Pechino, da lungo tempo legata al nuovo Primo ministro, tra i primi leader ad aderire alla Bri, la versione cinese della Via della Seta, e tra i primi a cadere nella trappola del debito vista l’incapacità del Paese di ripagare il prestito ottenuto dalla Cina per realizzare il porto di Hambantota.

Non è un caso se il primo rappresentante di un governo internazionale a congratularsi con Rajapaksa sia stato proprio l’ambasciatore cinese a Colombo, andato sabato in visita da quello che per Pechino è già il nuovo Primo ministro dello Sri Lanka.

 @EmaConfortin

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