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Cuba cambia? Intervista al giornalista Carlos Manuel Álvarez

Cuba modifica la Costituzione ferma al 1976. E cambia. Il giornalista Carlos Manuel Alvares Rodriguez ce la racconta con cronache minute. Come la storia del poeta Rafael Alcides attraverso cui ricostruisce la parabola dell’isola, dalla gloria della rivoluzione al fallimento

Un bambino che gioca all'Havana. REUTERS/Alexandre Meneghini
Un bambino che gioca all'Havana. REUTERS/Alexandre Meneghini

Nei giorni scorsi Cuba è tornata a far parlare di sé, dopo che l'Assemblea Nazionale ha votato il 22 luglio scorso un'ampia riforma della sua Costituzione, un testo che risaliva al 1976 e aveva una pesante impronta sovietica. Decine gli articoli riscritti: lo Stato si definisce socialista ma non persegue più l'obiettivo del comunismo, si riconosce un ombrello costituzionale alla proprietà privata, si rafforzano le strutture municipali, si apre la possibilità di una legge sul matrimonio egualitario. Ora si attende il referendum, con un esito scontato.

Cuba cambia? Carlos Manuel Álvarez Rodríguez, cubano, 28 anni, uno dei giornalisti latinoamericani più brillanti, commenta a eastwest.eu: «Il comunismo non sarebbe più l'obiettivo della società socialista, ma in realtà già non lo era». E aggiunge amaro: «Cuba avanza verso una miscela tossica di autoritarismo politico e lenta apertura al grande capitale privato, lasciando qualche briciola alla piccola impresa. Alla fine la nuova Costituzione un po' prefigura il Paese che potrebbe essere, ma codifica e riconosce quello che già è».

Ma cos'è diventata allora Cuba? Per provare a capirlo, ci vengono in aiuto le sue storie raccolte in La tribu. Retratos de Cuba un magistrale esempio di giornalismo narrativo edito di recente da Sexto Piso.

Studi di giornalismo all'Avana, Carlos Manuel Álvarez è tra i fondatori de El Estornudo, un giornale on-line che nel febbraio scorso è stato oscurato all'interno del Paese dalle autorità castriste. Da più di due anni vive a Città del Messico e torna nell'isola regolarmente. A ottobre sarà in Italia, ospite del festival di Internazionale.

La qualità della sua scrittura e il suo sguardo acuto hanno dato forma a cronache minute, ognuna capace di aprire uno squarcio nelle viscere dell'isola caraibica, scritte con un dolore trattenuto e lontano dai furori di entusiasmo o di ripudio che Cuba sa suscitare ancora. Tutto ha inizio nel 2014, quando Barack Obama e Raul Castro annunciano la fine di un'era bellicosa e “quel 17 dicembre – annota Carlos Manuel Álvarez – noi cubani celebriamo qualcosa che potrebbe succedere, una possibilità, ma anche soffriamo la tristezza di una tribù che interra il suo dialetto”.

Carlos Manuel, tra le storie incontrate quale si avvicina di più a un ritratto di Cuba?

Ogni storia è Cuba. Penso a Rafael Alcides. È stato uno dei più grandi poeti cubani, è morto il 20 giugno scorso a 85 anni. Viveva in un piccolo appartamento dell'Avana, aveva rinunciato a qualunque sussidio statale e a qualunque premio. Era la sua forma di resistenza. È stato anche uno dei protagonisti della Revolución e prima di finire isolato e censurato, si è ritirato lui stesso. La grandezza dei suoi poemi e della sua figura lo hanno fatto diventare un tesoro nazionale che il Paese neanche sapeva di avere. Attraverso Alcides si può ricostruire la parabola di Cuba, dalla gloria della rivoluzione al fallimento. La tristezza delle sue parole è la biografia del Paese.

Nel suo libro racconta la lotta contro la censura che Tania Bruguera ha trasformato in un'opera d'arte totale. E l'umanità che vaga sul Malecón. E poi Contreras, il giocatore di baseball, eroe nazionale, rimasto negli Stati Uniti, poi tornato e sepolto di tristezza.

Sì sono storie che mi hanno messo alla prova emotivamente. La più commovente è quella di una ragazza andata a vivere a Quito con la fidanzata e finita suicida, mentre la madre disperata dall'Avana cercava inutilmente di riavere il corpo, senza avere il denaro per riportarlo e affrontando una burocrazia senza fine. C'ho lavorato un anno e mezzo, seguendone le tracce e mettendo insieme i pezzi. Una storia difficile da raccontare perché incastra un piano personale e uno pubblico e una dimensione intima che dovevo attraversare senza ferire nessuno.

Alla fine il ritratto di questo Paese-tribù sembra molto doloroso.

È un Paese che dice di vivere una rivoluzione da sessant'anni. Ma quella parola, rivoluzione, e il discorso pubblico che si è costruito in tutto questo tempo sembrano un trucco linguistico che non ha nessuna relazione con la realtà. Lo stesso linguaggio che viene usato finisce per distorcere la realtà. Il mio lavoro sono le parole e dunque il mio conflitto passa attraverso il linguaggio. Da quel punto di vista la parola rivoluzione suona come un enorme equivoco semantico, di cui è stato sequestrato il significato: negli ingranaggi di un sistema repressivo si è consumato un tradimento di tutto l'ordine della vita.

Cuba è la storia infelice di un fallimento?

Se ci guardiamo alle spalle, non sono stati 60 anni lineari. Quella che chiamano Rivoluzione non è stata la stessa in questi decenni. Il momento dello strappo ha lasciato cose indiscutibili: il senso di emancipazione, la dimensione di dignità, la capacità di interpretare la modernità, la possibilità di stare al centro della geopolitica. Ma dobbiamo essere in grado di separare quello da ciò che è Cuba oggi. Di quell'idea non c'è più traccia e da tanto tempo. Fanno credere alla gente che la realtà che vive oggi sia il risultato di quel momento iniziale, gioioso e liberatorio, ma in questo modo sviliscono e prostituiscono proprio quella pagina della nostra storia. I cubani vivono un tale risentimento, così viscerale, che hanno dimenticato la forza di quella radice, che era di libertà e di emancipazione. E finiscono per rigettare tutto.

Eppure resiste l'alone romantico di quel mito.

Sì, in tutta l'America Latina e in tanta sinistra internazionale. Ma l'America Latina deve separarsi da quel mito e così deve fare la sinistra se vuole ritrovare una qualche capacità di interpretare il mondo e trasformarlo. La verità è che Cuba è una zavorra ed è solo funzionale alle destre e al neoliberalismo.

@fabiobozzato

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