La fustigazione di Badawi: monarchia saudita e violazioni dei diritti umani

Mentre sono in corso i funerali di re Abdullah e si prepara la successione tra i falchi all'interno della famiglia reale, l'Arabia Saudita è sempre uno dei Paesi con le più gravi violazioni dei diritti umani in materia di uguaglianza di genere e libertà di espressione nella regione. Non basta il divieto imposto alle donne di guidare.

Con la condanna unanime, anche dei leader sauditi, dell'attacco alla redazione di Charlie Hebdo, costato la vita alle migliori firme del giornale satirico, la monarchia saudita non ha fatto sconti al blogger Raif Badawi, ricoverato all'ospedale Re Fahd di Gedda dopo aver ricevuto le prime 50 di mille frustate a cui è stato condannato per insulti all'Islam.

La reazione alla condanna di Badawi

Manifestazioni sono state organizzate da attivisti di fronte alle ambasciate saudite in tutto il mondo per condannare la fustigazione di Raif Badawi e chiedere il suo rilascio. Si registrano anche gli appelli ufficiali dei governi di Stati Uniti e Canada. Il 9 gennaio Raif Badawi è stato frustato dopo la preghiera del venerdì di fronte alla moschea di al-Jafali a Gedda. La fustigazione è stata eseguita in pubblico. La moglie, Ensaf Hai­dar, rifu­giata poli­tica in Canada, ha subito denunciato la gra­vità delle sue con­di­zioni. «Prova molto dolore – aveva rife­rito — sta male, sono sicura che non sarà in grado di resi­stere a una seconda serie di fru­state». Quando Badawi è stato tra­sfe­rito dalla sua cella alla cli­nica del car­cere per un con­trollo, il medico ha accer­tato che le lace­ra­zioni cau­sate dalle prime fru­state non si erano ancora cica­triz­zate e che il dete­nuto non avrebbe potuto sop­por­tarne altre. Quindi ha stabilito che la seconda razione venisse rin­viata almeno di una set­ti­mana. «Que­sto rin­vio per motivi di salute mostra la pro­fonda bru­ta­lità di que­sta puni­zione e ne sot­to­li­nea anche l’oltraggiosa inu­ma­nità. L’idea che a Badawi sia con­cesso di ripren­dersi in modo da poter sof­frire di nuovo è maca­bra e ver­go­gnosa», ha com­mentato Said Bou­me­douha, vice­di­ret­tore del pro­gramma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty.

Il caso Badawi

Il primo settembre 2014, la Corte d'appello di Gedda ha confermato la condanna di Raif Badawi a dieci anni di prigione, mille frustate e una multa di un milione di rial sauditi (circa 196 mila euro), per aver creato e amministrato il sito Free Saudi Liberals e insulti all'Islam. Il forum ideato da Badawi aveva lo scopo di discutere del ruolo della religione in Arabia Saudita. Già nel 2008 era stato arrestato per apostasia e rilasciato pochi giorni dopo. Allora, il governo gli aveva proibito di lasciare il paese e nel 2009 aveva congelato i suoi conti bancari. Il 17 giugno 2012 è stato nuovamente arrestato, con la stessa accusa, perché nei suoi articoli aveva criticato figure religiose. Il tribunale distrettuale di Gedda aveva rinviato la causa alla Corte di appello, raccomandando che Raif Badawi fosse processato per «apostasia». Il 29 luglio 2013, il tribunale penale di Gedda ha condannato Raif Badawi a sette anni di carcere e 600 frustate per aver violato le norme del diritto informatico e aver insultato le autorità religiose. Raif Badawi è stato inoltre condannato per aver infamato simboli religiosi pubblicando post su Twitter e Facebook, e per aver criticato la Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio (una sorta di polizia religiosa) e i funzionari che avevano sostenuto il divieto di includere le donne nel Consiglio della Shura. Contestualmente alla condanna, il giudice ha disposto la chiusura del forum online.

Dal 17 giugno 2012, Raif Badawi è detenuto nel carcere di Briman, a Gedda. Secondo Amnesty International, il processo a suo carico è stato viziato da irregolarità. Secondo il suo avvocato, il giudice nominato per il processo è stato sostituito da un altro giudice, che aveva sostenuto che Raif Badawi dovesse essere punito per apostasia. In ogni caso la vicenda di Raif Badawi por­ta alla luce i tanti altri casi di attivisti anti-regime in prigione in Arabia Saudita, come il blogger Fad­hel al-Manasef, pro­ces­sato più volte dal 2009, con­dan­nato a 15 anni di car­cere e a pagare una san­zione 26 mila dol­lari per aver «dif­fa­mato il Regno», scritto «arti­coli con­tro la sicu­rezza dello Stato» e dato alla stampa estera «una imma­gine distorta»; insieme a lui ci sono Moha­med al-Qahtani e Abdul­lah al-Hamid, cofon­da­tori dell’Associazione sau­dita per i Diritti civili e poli­tici, e atti­vi­sti come Omar al-Said, Abdel Karim al Khodr, Abdu­la­ziz al-Ghamdi e Abdu­la­ziz al-Shubaily.

 @stradedellest

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

GUALA
GUALA