Dalla Libia all’Italia: la tratta dei migranti nel Mediterraneo

Millesettecentosettantasei: è il numero di migranti dispersi nel mar Mediterraneo dal 1 Gennaio 2015 secondo le stime dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) sui 36 390 giunti sulle coste sud dell’Europa dall’inizio dell’anno. Cio’ significa una media di circa 400 morti al mese ed un morto ogni due ore. Nel 2014 almeno 219.000 persone hanno attraversato il Mediterraneo, un numero dieci volte superiore a quello del 2012. E la tendenza del 2015 potrebbe peggiorare queste tragiche cifre.

Tripoli, Libya Illegal migrants sit at Abu Saleem detention center in Tripoli, April 21, 2015. Libya has stopped several boats packed with Africans trying to reach Italy's shores in the past three days, detaining more than 600 immigrants, a security official said on Tuesday. REUTERS/Ismail Zitouny

 Secondo le stime dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) il numero di persone decedute nel Mediterraneo dal 2000 sarebbe di 22.000 persone, ovvero in media 1500 morti all’anno. Già nel 2014 più del 75% dei migranti morti nel mondo sono periti nelle acque del Mediterraneo.

Ma oltre le fredde cifre occorre approfondire l’analisi. Da dove provengono tutte queste persone? Perché e da cosa fuggono? Secondo le stime della Federazione Internazionale dei Diritti Umani (FIDH), dei migranti che periscono nel Mediterraneo almeno un 25% è di origine siriana. Di questi fino ad oggi 8865, secondo le stime dell’UNHRC, sono giunti sulle coste italiane. Per un altro 20% circa si tratta di eritrei, la restante parte cittadini provenienti da Somalia, Sudan, Nigeria, Repubblica Centrafricana, Mali etc. ovvero tutti paesi in preda all’instabilità, alla guerra civile e alle persecuzioni. Ragion per cui la stragrande maggioranza di queste persone potrebbe richiedere lo status di rifugiato politico.

Questo problema della mancanza di riconoscimento dei migranti come rifugiati politici nasconde un altro, più grave, problema. In Libia esiste una vera e propria “tratta” di migranti, come sottolineato dal rapporto congiunto FIDH-Migreurop-JSFM. I migranti subsahariani, che fuggono a loro volta da guerre e persecuzioni, subiscono violenze, torture e vivono in condizioni di vita difficili. Se l’Europa osserva il problema dalle sponde Nord del Mediterraneo, essa non s’interessa invece alla sorte dei migranti in Libia, paese attraverso i quali transitano tutti questi migranti cercando una via di salvezza attraverso il Mediterraneo. Il rapporto congiunto della missione della FIDH ha constatato violazioni flagranti dei diritti umani fondamentali dei migranti, dei richiedenti asilo, intrappolati in questo paese senza poter tornare indietro nel proprio paese d’origine, senza poter restare e con l’unica speranza di vita nella traversata. 

Nella Libia d’oggi i diritti dei migranti, dei richiedenti asilo e dei rifugiati, in particolare di coloro che provengono da regioni dell’Africa subsahariana, sono gravemente violati. Prima della guerra il numero di lavoratori stranieri in Libia era compreso tra 1,5 e 2,5 milioni su una popolazione di circa 6,4 milioni di persone.  Un numero dunque elevato di lavoratori stranieri che facevano funzionare l’economia libica. Con lo scoppio della guerra civile il 17 Febbraio del 2011, i lavoratori non libici si sono trovati minacciati e l’esodo è stato massiccio. Secondo le stime dell’Organizzazione Internazionale per le migrazioni (IOM) già alla fine del 2011 circa 800.000 migranti sono fuggiti dalla Libia verso i paesi vicini. Un altro rapporto della FIDH realizzato alla fine del 2011 alla frontiera con l’Egitto segnalava abusi e  violenze compiute nei confronti dei migranti d’origine subsahariana. Dall’altro lato, malgrado le cifre ufficiali mostrassero che solo una piccola porzione di migranti giungevano sulle coste europee quell’anno (25.935 a Lampedusa e 1530 a Malta secondo l’IOM), l’attitudine dell’Europa è stata improntata alla chiusura più totale, all’allarmismo e alle misure draconiane e restrittive.

La situazione dei migranti subsahariani e dei lavoratori stranieri in Libia oggi è notevolmente peggiorata. C’è stata, secondo il rapporto della FIDH, una prima fase in cui e le persone di colore venivano considerate come mercenari al soldo di Gheddafi e per questo subivano violenze da parte della popolazione. Con la seconda fase, nel 2012, c’è stato il ritorno di lavoratori che avevano vissuto per decenni in Libia. Oggi siamo alla terza fase, con una moltiplicazione delle violenze e dei soprusi a danno dei migranti che vengono venduti come schiavi per lavorare nelle industrie o nell’agricoltura libica oppure sono acquistati da milizie e ribelli per fornire nuovi soldati con le donne ed i bambini venduti a mercanti di schiavi senza scrupoli. La situazione sanitaria delle donne incinte, di bambini ed anziani malati in questi campi di prigionia sparsi per la Libia è ugualmente preoccupante. Occorre ricordare che la Libia non ha ancora ratificato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati anche se ha ratificato una serie di convenzioni internazionali tra i quali il Patto Internazionale relativo ai diritti civili e politici (1970) oppure la Convenzione per l’eliminazione delle discriminazioni razziali (1968) o la Convenzione contro la Tortura (1989) o la Convenzione per la protezione dei diritti dei lavoratori immigrati (2004). Tutto cio’ pero’ è rimasto lettera morta ed oggi, con il paese in pieno caos, la situazione è notevolmente peggiorata perché le ONG non riescono più ad accedere ai campi rifugiati e ad i campi di prigionia libici per monitorare la situazione. La traversata del Mediterraneo dunque costituisce l’ultima, forzata, tappa di un calvario lungo decenni. Decenni di vita senza diritti, senza protezione, senza status alcuno, vittime di soprusi, violenze ed abusi nell’indifferenza generale. La responsabilità dei paesi europei, e in particolare modo dei politici italiani, dovrebbe essere dunque di considerare tutto questo iter infernale prima di parlare di “affondare i barconi” al largo della Libia. Considerare solo l’aspetto criminale del problema, colpendo gli scafisti, o prevedere addirittura opzioni militari significa mostrare indifferenza irresponsabile per la sorte di esseri umani che fuggono da guerre e persecuzioni e dunque da una morte certa.

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