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La guerra dei maiali e il senso di Xi Jinping per l'Iowa

Pechino ha varato ieri dazi in risposta a quelli Usa. Nel mirino c'è pure la carne di maiale, cuore dell’economia dell’Iowa, fin qui Stato modello della collaborazione tra i due Paesi. Cruciale anche per la formazione americana del giovane Xi. E per le fortune politiche di Trump

Un maiale mangia un trogolo in un fienile nella Paustian Enterprises a Walcott, Iowa. REUTERS / Daniel Acker
Un maiale mangia un trogolo in un fienile nella Paustian Enterprises a Walcott, Iowa. REUTERS / Daniel Acker

Alle misure annunciate da Trump qualche settimana fa, ieri ha risposto Pechino: un offensiva dal valore di 3 miliardi di dollari contro diversi prodotti americani: vino, frutta, carne di maiale. Ben poca cosa rispetto ai 60 miliardi che gli Usa  sperano di raggranellare dai dazi ma sintomo di quanto la Cina sia disposta a rispondere colpo su colpo. L'esiguità economica delle sanzioni cinesi indica una volontà chiara di Xi: provare a negoziare - sono infatti  in corso trattative - dimostrando al contempo di essere pronta a colpire gli Stati Uniti. E un domani le rappresaglie di Pechino potrebbero toccare la soia americana o il debito Usa in gran parte nelle mani dei cinesi.

La decisione di colpire la carne di maiale americana, però, costituisce un curioso esempio di quanto Pechino e Washington siano intrecciati, nonostante i tanti campi nei quali sono contrapposti. Nel novembre di un anno fa l'Economist raccontava la storia del signor Kimberley, un uomo “dai capelli d'argento”, diventato una sorta di ambasciatore dell'Iowa in Cina. Kimberley, negli ultimi cinque anni, sarebbe stato in almeno quaranta città cinesi, ricercato come esperto in grado di aiutare a utilizzare le più moderne tecniche di allevamento e coltivazione. Tanto che nell'Hebei – regione nord occidentale cinese - c'è una “fattoria dell'amicizia”, collegata con una ferrovia ad hoc a Pechino, realizzata proprio per essere il più possibile identica alla fattoria di Kimberley in Iowa.

Ma qual è il gancio di Mister Kimberley con la Cina? L'avventura cinese di Kimberley inizia nel 2012, quando l'allora vice-presidente cinese Xi Jinping, già in procinto di divenire da lì a poco il numero uno e riconosciuto da tempo come “leader in pectore”, torna in America e va proprio da Kimberley. Xi, infatti, si reca a Muscatine, Iowa, da quelli che Xi chiama “i miei vecchi amici”, gli allevatori che lo avevano accolto nel 1985 quando era stato proprio nel Midwest, da giovane funzionario curioso di saperne di più di Stati Uniti, coltivazioni e allevamenti.

Così, nel 2012, mentre in Cina ci si interrogava sull'approccio di Xi con Obama, chiedendosi se sarebbe stato duro o morbido, chiedendosi se sarebbe scattata una forma di amicizia con l'allora presidente americano, lo Iowa – distese di piantagioni di mais e grano, intervallati da fattorie e maiali - vedeva, dopo Kruscev, un altro leader comunista giungere nelle sue terre. Addirittura per la seconda volta. «Gli raccontai come si coltivavano le patate dolci», ha ricordato allora un vecchio agricoltore al Wall Street Journal.

Durante quel breve periodo del 2012, Xi Jinping andò dunque a Muscatine, dove c'era un suo grande amico, quel Terry Branstad che, come governatore dello Iowa, nel 1985 aveva guidato per le fattorie della regione proprio il futuro numero uno cinese - e dal 2017 Terry Branstad è l'ambasciatore americano a Pechino -. Il rapporto amichevole dello Iowa con la Cina nasce proprio dalle aperture commerciali intercorse tra i due Paesi nel periodo delle “riforme” di Deng Xiaoping.

L'Iowa, oggi, esporta più semi di soia in Cina rispetto a tutti gli altri Paesi combinati, così come mais, carne di maiale e manzo. L'esportazione in Cina di questa tipologia di carne è stata liberata proprio da poco, dopo un divieto durato alcuni anni: Trump aveva salutato questa vittoria dedicandola proprio alla sua base elettorale, quegli uomini e quelle donne dello Iowa che lo avevano premiato e che ora in cambio ricevevano la possibilità di esportare di nuovo in Cina il manzo. Solo l'anno scorso lo Iowa ha esportato in Cina prodotti per 491 milioni di dollari.

L'Iowa, oltre alla relazione con la Cina, è importante anche per un altro motivo: è uno degli swing state e il suo caucus - molto particolare e ligio alla tradizione - inaugura la stagione delle primarie. È uno Stato che può segnare o meno la vittoria di un presidente. Stato americano particolare, sospeso tra conservatorismo, osservazione della crescita del mais come unico divertimento e botte di clamorosa modernità: l'Iowa è stato infatti uno dei primi Stati a legalizzare i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Nonostante questo dato progressista, Trump proprio in Iowa ha ottenuto una vittoria importantissima con il 51,1% - l'unico "punto blu democratico” nella mappa rossa del Gop in Iowa è nella capitale Des Moines - confermando la sua base sociale: operai di aree industriale dismesse e agricoltori, colpiti dalla globalizzazione.

Ma oggi Trump pare aver giocato un brutto tiro alla sua base elettorale nel Midwest, se è vero che in questi giorni tutte le aperture del Des Moines Register, il quotidiano della capitale dello Stato, sono dedicate al panico tra gli agricoltori alla notizia della guerra commerciale tra Cina e Usa. Alle sanzioni stabilite da Trump, infatti, la Cina ha subito reagito e Xi Jinping pare aver puntato proprio lì, sull'Iowa. I dazi sui maiali - in Iowa ci sono otto maiali per ogni abitante - significheranno una crisi complicata da gestire per i vecchi amici di Xi e per i nuovi elettori di Trump.

Pechino, infatti, potrebbe perfino peggiorare la vita dei coltivatori decidendo di porre sanzioni sull'importazione di soia: in quel caso non si tratterebbe  di colpire prodotti statunitensi per un valore di 3 miliardi di dollari, bensì quattordici. Tutta un'altra storia.

@simopieranni

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