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Desert Storm: il colpo di coda della Guerra fredda

“Quattro mesi prima dell'invasione del Kuwait, il sottosegretario di Stato John Kelly dichiara al Congresso che 'Saddam Hussein è un elemento moderatore nella regione' (Golfo persico)” scrive il giornalista francese  Pierre-Jean Luizard nel suo La questione irachena (La Feltrinelli, 2003). Guerra, quella del Golfo, che a distanza di venticinque anni è ancora al centro del dibattito fra storici ed analisti. Fu davvero necessaria la campagna contro Saddam? E, soprattutto, quali sono state e quali sono ancora oggi le conseguenze di quell'azione armata?

U.S army soldiers stand in the sand while waiting for a helicopter landing at Forward Operation Base Ramagen in Tikrit, Iraq, October 23, 2005.

La Storia

Il 2 agosto del 1991, l'esercito di Baghdad attacca e occupa il Kuwait, emirato del Golfo Persico chiuso fra Irak e Arabia Saudita. L'invasione durerà in tutto appena sei mesi. Il governo kuwatiano, rifugiatosi in Arabia Saudita, riceve il sostegno della Comunità internazionale: con le risoluzioni 660 e 661, l'ONU dapprima chiede il ritiro immediato delle forze d'occupazione, poi impone a Baghdad un embargo; infine, nel gennaio 1991 autorizza l'intervento militare.

Sono trentaquattro le nazioni (Italia compresa) che prendono parte alla breve, ma intensa guerra del Kuwait. Infatti, il conflitto termina il 21 febbraio quando le divisioni corazzate statunitensi giungono alle porte della capitale irachena. Appena sessanta chilometri dividono la speranza del regime di Hussein di sopravvivere dalla capitolazione. Il presidente USA George H. W. Bush Sr ordina ai suoi uomini di fermarsi. Perché? Facciamo un passo indietro...

Alleato strategico

Il regime di Hussein, alla vigilia del conflitto, arriva indebolito da dieci anni (otto, anche se le ostilità continuarono fino al '90) di combattimento con il vicino iraniano. Dopo la Rivoluzione degli Ayatollah, infatti, la Repubblica Islamica dell'Iran e la Repubblica Irachena guardano ad un comune disegno di supremazia sull'area del Golfo.

Il cambio di regime a Teheran provoca agli Stati Uniti sia danni commerciali, sia la perdita di un prezioso alleato in Medio Oriente. La tensione fra Iran e Washington è, dunque, da subito molto alta, acuita dall'incidente diplomatico dell'assalto all'ambasciata statunitense del novembre 1979.

Nel 1980 è guerra fra il governo degli Ayatollah e Baghdad. Gli USA intervengo a sostegno di Saddam Hussein, fornendo aiuti teconologici, militari e logistici all'esercito iracheno; ma non solo: a supportare le operazioni del regime di Hussein c'è anche l'Unione Sovietica, nello stesso periodo impegnata in Afghanistan contro i mujaheedden avversi alla Repubblica Democratica d'Afghanistan di Babrak Karmal.

Laico e baatista, l'Irak appare dunque come  un elemento di contenimento della teocrazia iranica. Saddam riceve sostegno anche da altri paesi: Giordania, Italia e Gran Bretagna. Corea del Nord, Libia e Siria solidalizzano, invece, con gli Ayatollah.

Il coinvolgimento di tanti attori farebbe suppore che nel Golfo, fra il 1980 e il 1988/90, si stia combattendo una guerra decisiva per cambiare gli equilibri del mondo. Non è così. Le ostilità fra i due paesi, infatti, sono solo un riflesso del più importante conflitto che si combatte in Afghanistan, dove sul banco non c'è solo la sconfitta militare sovietica, ma anche il futuro della stessa Urss.

Allora in pochi se ne accorgono, ma l'Era comunista è giunta al tramonto. La campagna afghana costa a Mosca miliardi di dollari, nonché perdite militari e materiali enormi. Solo nel 1988 il Mondo inizia a capire: grazie alla dottrina Sinatra per la prima volta, dal 1949, le nazioni che compongono il Patto di Varsavia possono fare le proprie scelte in politica estera senza l'influenza di Mosca. Contemporaneamente, le truppe russe hanno iniziato il ritiro da Kabul (che si concluderà l'anno successivo) e fra Iran e Irak si arriva finalmente ad un'intesa.

Il pericolo comunista è passato e anche i satelliti del Cremlino, in Europa e in Medio Oriente, sono al capolinea.

Al di là del regime siriano di Hafiz al Assad (che deve a Mosca debiti per gli armamenti e le tecnologie civili e che ospita, sul proprio territorio, due basi sovietiche), il governo baathista di Saddam perde la funzione di contenimento. La Russia, poi, è impegnata nel fronteggiare problemi sociali ed economici interni, mentre gli Stati Uniti, nel Golfo,  contano sull'Arabia Saudita. Baghdad, dunque, non è più il protagonista sulla scena persica seppure, come ricorda Luizard, per alcuni settori dell'amministrazione USA sia un “moderatore”.

Tuttavia, gli analisti occidentali sono preoccupati: l'economia irachena è indebolita dalla lunga guerra; l'esercito conta ancora milioni di uomini e l'arsenale, accumulato dal 1980, è fra i più grandi al mondo. Inoltre, con l'attenzione mondiale concentrata sugli ultimi giorni dell'Urss, il regime potrebbe approfittarne per accaparrarsi le risorse del vicino Kuwait.

Ed è proprio quello che Hussein fa, nell'agosto nel 1990. Sei mesi di occupazione del Kuwait che terminano con l'intervento di trentaquattro paesi contro l'Irak.

Sul perché Bush Sr abbia sospeso l'offensiva a pochi chilometri dalla capitale, oggi sappiamo che il Presidente americano avesse il timore delle conseguenze di un improvviso vuoto di potere. Risposta che spinge a formulare un'altra domanda: se era necessario mantenere Saddam al suo posto, perché non favorire anche una ricrescita di un paese distrutto nelle finanze, nelle infrastrutture e nel morale? La replica è, ancora una volta, afgana. Persa la sua strategicità nella lotta ai sovietici, l'Afghanistan precipita nel caos e nel 1996 cade nelle mani dei talebani. La scarsa lungimiranza degli occidentali, aveva fatto del Paese degli Aquiloni terreno fertile per la nascita di un Emirato islamico guidato dai fondamentalisti.

Anche l'Irak segue la stessa sorte, seppure in modo diverso. L'ormai debole regime baatista è affondato, una volta per tutte, dagli americani nel 2003. Quel vuoto di potere temuto da Bush Sr esplode, all'improvviso, una volta caduta Baghdad.

Più che un errore, Desert Storm fu dunque il colpo di coda della Guerra fredda. Ciò che  ne è sguito è solo la conseguenza della politica estera di un Occidente che non tiene mai conto dei fattori storici dell'area in cui interviene, né di quelli sociali e religiosi.

@marco_petrelli

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