Nel diario ritrovato di Bin Laden c'è l'al-Qaeda che verrà

I documenti resi pubblici dalla Cia rivelano la strategia di lungo periodo di Osama. Che punta a trasformare l’avanguardia del terrore in un movimento popolare. E guarda con attenzione alla Primavera araba, pronto a sfruttarne l’inevitabile fallimento

Un sostenitore mostra un'immagine del leader di al-Qaeda Osama Bin Laden. REUTERS/Naseer Ahmed
Un sostenitore mostra un'immagine del leader di al-Qaeda Osama Bin Laden. REUTERS/Naseer Ahmed

Quattrocento-settantamila file, trecentoventuno gigabyte di immagini, settantanovemila file audio e immagini, più di diecimila video. È impressionante la mole di documenti resi pubblici mercoledì dalla Cia Cia e ricavati dal computer che Osama bin Laden, il fondatore di al-Qaeda, usava nella sua villa-compound di Abbottabad, in Pakistan, prima di essere ucciso dai Navy Seals la notte tra l’1 e il 2 maggio 2011. Un bacino di informazioni che si sommano a quelle ricavate dalle tre pubblicazioni precedenti volute dall’agenzia statunitense.

Molti commentatori si sono concentrati sugli aspetti più curiosi dell’archivio digitale di Bin Laden: giochi, video virali, gattini, cartoni animati, video e testi complottisti, anime giapponesi. I consumi culturali dei jihadisti rimangono in effetti un settore poco studiato, fondamentale nella comprensione del terrorismo di matrice islamista. Ma in questo caso è dubbio che quel Pc servisse solo allo sceicco saudita, in una casa in cui vivevano quasi 30 persone. E sembrano più interessanti altre questioni, che emergono dalle 228 pagine del diario che Osama bin Laden avrebbe tenuto all’inizio del 2011, dialogando con i propri figli e famigliari.

La resilienza di al-Qaeda

A dispetto della lettura a lungo prevalente, al-Qaeda nel 2011 non era un’organizzazione spenta, con una forza residuale, ormai priva di consenso. E Osama bin Laden, benché latitante da molti anni e costretto alla segretezza, teneva ancora le fila del gruppo, scrivendo lettere ai rappresentanti dei movimenti affiliati ad al-Qaeda e a quelli che ne rivendicavano l’affiliazione formale, dando istruzioni e consigli. Già allora, emerge la linea strategica che il suo successore, Ayman al-Zawahiri, avrebbe consolidato: occultamento e pragmatismo, bassa esposizione mediatica, radicamento territoriale. Il poche parole, il tentativo – ancora in corso – di trasformarsi da fronte d’avanguardia a movimento popolare.

Per farlo, Osama bin Laden rivendicava la lunga storia del suo gruppo. La continuità ideologica e l’esperienza dei suoi seguaci. Quella continuità che ritorna nei due video – resi pubblici mercoledì dalla Cia – del matrimonio di Hamza bin Laden, uno dei figli di Osama e l’uomo attorno al cui dal 2015 al-Qaeda cerca di ancorare la narrazione sulla rinascita del gruppo.

Nei video del matrimonio, accanto ad Hamza bin Laden c’è anche Mohammed Islambouli, fratello dell’uomo che nell’ottobre 1981 ha assassinato il presidente egiziano Sadat. Khalid Islambouli faceva parte di Tanzim al-Jihad, il movimento egiziano guidato dal teorico Abdel Salam Faraj, autore dell’ormai classico Al fariba al Ghaiba, L’obbligo trascurato, un testo fondamentale per i barbuti degli anni Ottanta e Novanta. E che conosceva bene anche l’attuale numero uno di al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri.

Sia Faraj che Zawahiri erano stati influenzati dagli scritti di Sayyid Qutb, il pensatore egiziano che alla metà del Novecento ha trasformato l’islamismo politico in un’ideologia radicale. Quando nel suo diario Osama bin Laden ricorda la sua prima visita in Occidente, all’età di 13-14 anni, e sottolinea la «decadenza morale» della società occidentale, è chiara l’eco di Qutb. E in particolare di L’America che ho visto, un volume del 1951 in cui Qutb mette in forma le impressioni raccolte nel suo soggiorno negli Stati Uniti. E in cui scrive: gli americani «sono un branco di gente scervellata, traviata, che conosce soltanto la lussuria e il denaro», «l’uomo bianco in Europa e in America è il nostro nemico numero uno». Risentimento che Osama bin Laden avrebbe fatto suo. Costruendoci intorno l’idea che l’obiettivo principale del jihad dovesse essere “il nemico lontano”, gli Stati Uniti appunto.

Le primavere arabe

Il secondo aspetto interessante che emerge dai documenti di Abbottabad è l’attenzione che Osama bin Laden riserva alle insurrezioni in Medio Oriente e Nordafrica del 2011. Prendiamo alcuni suoi commenti: «questo caos e l’assenza di leadership nelle rivoluzioni è il miglior contesto per diffondere le idee e i pensieri di al-Qaeda», scrive bin Laden nel diario. E ancora: «sono turbato dai tempi delle rivoluzioni. Ho detto loro di rallentare». Due frasi che rivelano una visione strategica di lungo periodo, fondamentale per capire perché oggi al-Qaeda sia un’organizzazione tutt’altro che defunta.

Bin Laden dimostra di conoscere la storia. Sa che le rivoluzioni rimangono sempre incompiute, che sono destinate a tradire le aspettative innescate, che lo scarto tra attese e risultati è destinato ad ampliarsi. Così ragiona Osama bin Laden e così sostiene, prima di essere ucciso, anche il più famoso propagandista di al-Qaeda, Anwar al-Awlaki. Che suggerisce di aspettare. Per poi sfruttare l’inevitabile malcontento dei rivoluzionari traditi dal corso delle cose.

È un’operazione che, con la morte di bin Laden nel maggio 2011, avrebbe condotto Ayman al-Zawahiri, sfruttando soprattutto il rovesciamento nel luglio 2013 del presidente egiziano Morsi, rappresentante dei Fratelli musulmani, sostituito dal regime militare di al-Sisi: per i propagandisti di al-Qaeda, è la dimostrazione che la democrazia è un’impostura e che i cambiamenti possono avvenire soltanto con le armi. (1 - continua)

@battiston_g

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