The Donald Trump Test

L’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca ha generato preoccupazione diffusa a livello mondiale. Le problematicità insite nel prevedere l’orientamento del nuovo Presidente per quanto concerne gli affari internazionali – in un sistema globale sempre più frammentato e percorso da tensione e conflitto – non ha lasciato indifferente neppure l’Unione Europea e i singoli attori che la compongono.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. REUTERS/Jonathan Ernst
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. REUTERS/Jonathan Ernst

Il neoeletto Presidente, infatti, assomma all’inesperienza – quando non scarsa conoscenza –politico-diplomatica una postura spesso contrastante con gli interessi e i valori fondanti per Bruxelles. Se è con riguardo all’elemento dell’impreparazione che il presidente della Commissione Europea Juncker si è espresso in seguito all’elezione del tycoon – «I think we will waste two years before Mr Trump tours the world he does not know» – è, invero, il secondo aspetto a preoccupare maggiormente l’Europa: il magnate americano, ad esempio, ha più volte manifestato una visione protezionistica opposta all’impianto fondato sul libero commercio che sta alla base dell’esperimento europeo. Oltre a ciò, tra le altre cose, ha espresso sostegno e soddisfazione per la Brexit, ha mostrato un atteggiamento ambiguo verso NATO e Russia, ha in agenda politiche di respingimento dei migranti, ha criticato le politiche di accoglienza europee, ha un portamento poco diplomatico che disturba le cancellerie del Vecchio Continente e ha varie volte attaccato gli europei per il loro scarso impegno sul versante della sicurezza.

All’interno della visione trumpiana

Nonostante la postura trumpiana sembra configurare una minaccia agli interessi dell’Unione Europea, non necessariamente l’immagine che il magnate offre è adatta a riflettere perspicuamente le sue intenzioni.

In merito al presente aspetto è necessario sottolineare che il tycoon manifesta un’arte negoziale mutuata dal mondo dell’imprenditoria – dal quale proviene – ed esplicitata in numerosi best-seller che portano la sua firma. La strategia negoziale di Donald Trump – spesso sottaciuta quando si analizzano la postura e le affermazioni del magnate newyorkese –, infatti, rappresenta indubbiamente un elemento capace di ammorbidire le paure verso un possibile cambio di rotta a centottanta gradi della nuova amministrazione. Nel suo primo best-seller (The Art of the Deal, 1987), a tale riguardo, sono evidenziati alcuni elementi essenziali, a suo dire, per una trattativa di successo. Essi costituiscono una chiave di lettura di notevole valore qualora si vogliano spiegare sue affermazioni e posizioni. Nel libro, ad esempio, viene sottolineata l’importanza di ridurre i costi e di confrontarsi duramente con chi assume un atteggiamento ritenuto ingiusto.

È possibile testare il suo stile negoziale con riguardo alla postura da lui tenuta nei confronti della NATO che, oltre a essere stata additata come «obsoleta», ha visto mettere in dubbio il principio cardine sul quale si fonda, ossia quello dell’automaticità della risposta dell’Alleanza in caso di attacco verso uno dei membri. La durezza di Trump verso la NATO ha suscitato notevoli preoccupazioni tra le élite sulle due sponde dell’Atlantico e ha alimentato – congiuntamente con le dichiarazioni distensive nei confronti di Putin – i sospetti di una prossima incondizionata apertura a Mosca. In merito, Trump ha varie volte fatto notare come, a suo parere, i Paesi NATO spendano troppo poco per la difesa e, conseguentemente, obblighino gli Stati Uniti ad assumersi un fardello eccessivamente oneroso. Per fare fronte a tali comportamenti, dunque, ha scelto di utilizzare uno dei vari consigli contenuti nel volume: «use your leverage». È ben consapevole, infatti, dell’importanza cruciale che gli alleati attribuiscono alla presenza statunitense – soprattutto quei Paesi che si trovano direttamente a confronto con una Russia revanscista – e, dunque, minacciare il ritiro può essere una valida leva per convincere alcuni Stati a collaborare maggiormente al mantenimento della sicurezza comune. A tale riguardo si è espresso, recentemente, lo stesso Trump, indicando la strada da seguire agli europei. Parlando all’US Central Command (Florida), infatti, il tycoon ha espresso forte sostegno alla NATO ma, immediatamente dopo, ha aggiunto: «We only ask that all of the NATO members make their full and proper financial contributions to the NATO alliance, which many of them have not been doing. Many of them have not been even close. And they have to do that». I suoi attacchi, dunque, non devono essere interpretati come una volontà di abbandonare l’impalcatura di sicurezza sulla quale si reggono i rapporti transatlantici ma, cambiando prospettiva, come un tentativo di fare pressione sugli alleati al fine di ottenere una più equa ripartizione degli oneri di gestione.

Misurando l’atteggiamento di Trump attraverso la lente del suo peculiare approccio negoziale è possibile, dunque, attribuire il dovuto peso a talune sue affermazioni o posizioni ritenute enigmatiche – quand’anche non pericolose. Per il neoeletto Presidente, infatti, l’imprevedibilità e la flessibilità costituiscono le chiavi del successo: «I also protect myself by being flexible. I never get too attached to one deal or one approach. For starters, I keep a lot of balls in the air, because most deals fall out, no matter how promising they seem at first» (The Art of the Deal, p. 50).

Le indubbie criticità

Se è indubbio, dunque, che sul possibile posizionamento di Trump in merito agli affari europei si sia creato un allarmismo soventemente eccessivo – espresso, ad esempio, dal presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, che ha posto sullo stesso piano le minacce esterne portate da Russia, Cina e fondamentalismo islamico con le «worrying declarations by the new American administration» – è altrettanto vero che i prossimi anni saranno decisivi per il progetto europeo e l’amministrazione Trump potrebbe contribuire ad aggravare un contesto già sufficientemente problematico.

In particolare, la sfida maggiore che la nuova presidenza americana pone a Bruxelles è legata al sostegno da parte di Trump – e alcuni uomini del suo staff, in particolare Steve Bannon – di posizioni politico-valoriali in contrasto con quelle poste alle fondamenta dell’Unione Europea. Innanzitutto, il tycoon ha presentato un’idea di America First che, nel suo esprimere elementi di protezionismo economico, mal si coniuga con l’afflato liberista europeo. Anche su questo, però, l’ambiguità regna sovrana. Se è vero, infatti, che uno dei primi atti della nuova amministrazione è stato quello di affossare il TPP, è altrettanto vero che Trump ha mostrato la volontà di firmare un accordo di libero scambio con il Regno Unito (una volta conclusosi il processo di uscita di quest’ultimo dall’UE). Il suo, dunque, non sembra essere un “no” al libero scambio tout court ma solo circostanziato al fine di rendere i rapporti commerciali il più possibile appetibili per gli Stati Uniti.

Il suo sostegno alla Brexit, poi, è dicotomico: se, da una parte, è palese che il nuovo Presidente preferisce trattare con i singoli Paesi dell’UE piuttosto che con un attore dal peso notevolmente maggiore, dall’altra è possibile spiegare il supporto a Londra e alla sua uscita dall’Unione Europea come un modo per attenuare innanzitutto i possibili esiti deleteri che tale dipartita potrebbe portare al Regno Unito – che ridurrebbero, conseguentemente, il peso inglese all’interno della rafforzata special relationship immaginata da Trump – e, secondariamente, per offrire un piedistallo a Theresa May, sempre più isolata all’interno dei consessi europei.

La nuova amministrazione, inoltre, ha mostrato minore enfasi sui diritti umani, sull’approccio multilaterale e diplomatico agli affari internazionali – altri cardini dell’idea di normative power sulla quale l’Unione Europea è costruita – e sulle politiche di apertura verso i migranti portate avanti da alcuni Paesi europei – arrivando a criticare la cancelliera Merkel per la sua politica di apertura ai rifugiati ritenuta «catastrofica».

La decisione di Trump di firmare un ordine esecutivo volto a bloccare gli arrivi da alcuni Paesi mediorientali, poi, ha portato a giudizi negativi da parte di molti leader europei. Il rischio per le élite del Vecchio Continente, tuttavia, è quello di scostarsi sempre più dalla base: l’elettorato, infatti, sembra essere decisamente orientato verso il sostegno a politiche di chiusura destinate ad arginare l’immigrazione proveniente da Stati a maggioranza musulmana. La postura di Trump e le paure degli europei giocano a favore dei movimenti cosiddetti populisti che raccolgono consensi in tutta Europa. La spinta nazionalista data dal nuovo Presidente americano, nondimeno, mentre potrebbe cementare un attore unitario come gli Stati Uniti, non può che avere effetti deleteri sul progetto europeo. Oltre alle minacce esterne, dunque, a Bruxelles è divenuto impellente adoperarsi per risolvere – o, quantomeno, lenire – le problematiche interne, poiché se è vero che l’elezione di Trump può avere aggravato certe dinamiche, è altrettanto vero che esse non solo sono preesistenti alla stessa ma si nutrono, anche, di questioni reali che l’Unione Europea deve affrontare se vuole perdurare.

Infine, la postura scettica in merito al cambiamento climatico e la dura narrativa ostile verso l’Iran Deal della nuova amministrazione – Trump ha indicato quest’ultimo come «one of the worst agreement in our history» (Crippled America: How to Make America Great Again, p.1) – si scontrano con le opposte visioni di Bruxelles e contribuiscono ad aumentare il solco tra le due sponde dell’Atlantico.

La possibile sintesi

Lo spazio per arrivare al compromesso, però, è ampio. Per quanto concerne il campo della sicurezza – aspetto indubbiamente al vertice della piramide delle apprensioni – è possibile affermare che l’impegno americano verso la NATO – e, più in generale, verso lo scenario europeo – non diminuirà, quantomeno fino al momento in cui non verrà trovato un – improbabile – accordo di massima con la Russia. In merito, non è solo lo stile negoziale di Trump che deve invitare alla cautela quando si immagina un futuro di rottura del ponte tra le due sponde dell’Atlantico in favore di un’apertura a Mosca. In aggiunta a ciò, infatti, spesso viene obliato il peso delle numerose altre variabili e circostanze capaci di porre un freno alle intenzioni di nuovo Presidente e, per questo, idonee a figurare un futuro meno turbolento di quanto viene soventemente presentato.

Innanzitutto alcune nomine del neoeletto Presidente – tra le quali James Mattis alla difesa che si è prontamente espresso evidenziando l’importanza della NATO e dei legami transatlantici – dimostrano la volontà di preservare solido il sistema di sicurezza euroatlantico; secondariamente, è d’uopo rilevare che le linee di continuità sottostanti alla grand strategy americana – essendo ancorate a un solido pensiero geostrategico e a una visione bipartisan delle minacce alla sicurezza statunitense – rendono difficile un mutamento di rotta repentino; infine, Trump si trova a dover dialogare con un Congresso fortemente ostile all’agire russo e saldo nel suo sostegno agli alleati e, dato il sistema di checks and balances americano, dovrà necessariamente scendere a patti con la componente politica nelle due Camere. Il rimarchevole sostegno bipartisan verso le sanzioni alla Russia, ad esempio, è stato ribadito attraverso lo strumento normativo che ha preso il nome di The Russia Sanctions Relief Act of 2017: grazie allo stesso, il Presidente dovrà sottoporre preventivamente al Congresso una proposta di alleggerimento o cancellazione delle sanzioni. Camera e Senato, poi, avranno centoventi giorni di tempo per sostenere o respingere la proposta presidenziale. Inoltre, il nuovo ambasciatore degli Stati Uniti all’ONU, Nikky Haley, ha riaffermato – durante la sua prima riunione del Consiglio di Sicurezza – una posizione di dura condanna verso l’operato russo in Ucraina – aggiungendo che le sanzioni legate all’annessione della Crimea non verranno tolte fino al ritorno della penisola nelle mani di Kiev. Sul versante della sicurezza, dunque, a fronte dell’impegno americano nei confronti dell’Europa dovrà seguire un maggiore burden sharing da parte degli alleati –nonostante la difficile ripresa nel continente. Nei prossimi anni – soprattutto ove non si trovasse un accordo con la Russia – la percentuale di PIL destinata alla difesa nell’area NATO dovrebbe aumentare, assecondando – perlomeno parzialmente – le pressanti richieste di Washington.

Un ulteriore elemento che preoccupa la nuova amministrazione è legato al saldo negativo della bilancia commerciale statunitense, individuato da Trump come una delle circostanze più perniciose per la salute degli Stati Uniti. Esulando dal dibattito in merito al fatto se sia o meno e in che misura un vulnus, il dato essenziale è l’approccio trumpiano alla questione. Egli, infatti, ha attaccato spesso i Paesi verso i quali gli Stati Uniti presentano un ampio deficit commerciale – Messico e Cina sopra tutti, ma anche Germania, criticata recentemente dal trade adviser di Trump che ha affermato che Berlino «continues to exploit other countries in the EU as well as the US with an 'implicit Deutsche Mark' that is grossly undervalued» – promettendo la ridiscussione, ove presenti, dei trattati commerciali (NAFTA) o alzando barriere  nei restanti casi. Le intenzioni della nuova amministrazione, però, si scontrano con una realtà internazionale complessa e interconnessa. Prescindendo dal fatto che le regole WTO potrebbero limitare le aspirazioni della presidenza americana, una guerra commerciale portata dagli Stati Uniti ai danni degli altri attori rischierebbe di isolarli, trasformandosi in un boomerang devastante in primis proprio per l’economia statunitense. Washington, dunque, potrebbe limitarsi a rinegoziare alcuni elementi del NAFTA e a tenere una postura più rigida nei confronti di Pechino – anche per la minaccia geostrategica che si accompagna a quest’ultima – ma difficilmente aprirà un fronte esteso orientato contro i Paesi europei.

Per quanto concerne i flussi migratori, l’Unione Europea – visti gli scarsi e divisivi risultati delle politiche precedenti – si sta muovendo nel tentativo di ridurre il numero di persone che illegalmente provano a varcare i suoi confini avvicinandosi, in questo, alla ben più dura postura trumpiana. In merito all’Iran Deal, poi, l’Unione Europea ha già comunicato che si opporrà con forza a qualsiasi tentativo unilaterale di venire meno agli accordi presi. Anche su tale dossier, però, Bruxelles e Washington non dovrebbero scontrarsi. Il nuovo Segretario alla Difesa, infatti, ha affermato che «when America gives her word, we have to live up to it and work with our allies». Se gli Stati Uniti, dunque, sceglieranno di tenere una postura più rigida nei confronti di un Iran ritenuto«[the world’s] biggest state sponsor of terrorism», ciò non dovrebbe inficiare l’accordo raggiunto nel luglio 2015 e, conseguentemente, la sopravvivenza di uno strumento ritenuto valido da Bruxelles per impedire all’Iran di dotarsi di armamento nucleare.

Anche la nomina di Ted Malloch – da indiscrezioni dato come favorito per il posto di ambasciatore statunitense presso l’Unione Europea – potrebbe saltare in favore di qualcuno con visioni più moderate e amichevoli verso Bruxelles. L’economista americano, infatti, ha espresso opinioni assai negative verso il progetto europeo – che ha paragonato, tra le altre cose, all’Unione Sovietica – e numerosi policymaker europei si sono attivati per contrastare tale possibile nomina. Anche da come verrà risolta la suddetta spinosa questione si potranno ipotizzare con maggiore chiarezza i possibili futuri rapporti tra Stati Uniti e Unione Europea.

Infine, i duri affondi di Trump potrebbero spingere i Paesi europei a riprendere il processo di integrazione che, se da un lato dovrebbe avere l’obiettivo precipuo di eliminare o ridurre talune problematiche insite nel progetto europeo, dall’altro darebbe all’agglomerato una rinnovata forza non solo nella dialettica con Washington ma anche nel più vasto scenario internazionale.

United we stand, divided we fall

Per concludere risulta necessario allargare l’orizzonte temporale entro il quale si collocano i rapporti tra le due sponde dell’Atlantico.

Innanzitutto, volgendo lo sguardo ai decenni passati appare immediatamente chiaro che la postura della nuova amministrazione non rappresenta una cesura particolarmente netta – salvo, forse, nel modo poco diplomatico di affrontare le questioni – rispetto alle posizioni precedenti. Le diatribe tra europei e americani, infatti, hanno spesso assunto toni molto duri anche nel periodo seguente alla Seconda Guerra Mondiale, ossia negli anni di massima coesione derivante dalla pressante esistenza della minaccia sovietica (cfr. The Transatlantic Century, Mary Nolan). In particolare, la pressione americana volta a portare gli europei ad adoperarsi maggiormente per la loro sicurezza emerge già nelle fasi antecedenti alla costituzione della NATO.  Le diffidenze e le richieste attuali, dunque, non rappresentano una novità di particolare rilievo ma, anzi, si collocano nel rapporto altalenante e segnato da inevitabili differenze di vedute che è intercorso tra Europa e Stati Uniti nel corso della storia (cfr. Empire by Invitation? The United States and Western Europe, 1945-1952, Geir Lundestad).

Virando lo sguardo sul possibile sistema internazionale del futuro, poi,è lecito attendersi una costante diluizione del potere e l’affermazione di modelli differenti – quando non antitetici – rispetto a quello “Occidentale”. L’emergere di un No One’s World (cfr. No One’s World, C. Kupchan), sostanzialmente, non potrà che legare maggiormente tra loro Europa e Stati Uniti che – al netto delle differenze in termini di impostazione politico-istituzionale, valoriale e sociale – sono accomunati dalla condivisione dei principi liberal-democratici e da una storia che, fin dalla conquista europea dei primi spazi in America, ne ha intrecciato indissolubilmente i destini. In altre parole «there is an urgent need for a strong consensus that the Transatlantic alliance is vital to the security of both the United States and Europe, as it is essential for addressing the threats we face today». Anche la prospettiva diacronica, dunque, sembra confermare che la partnership tra Europa e Stati Uniti sia destinata a durare anche nei prossimi anni – se non decenni – nonostante l’avvento di Donald Trump.

@SimoZuccarelli 

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