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Ebola: dov'è la comunità internazionale?

Non usa mezzi termini l’ong Medici Senza Frontiere per descrivere l’azione della comunità internazionale in Africa Occidentale nella battaglia contro il virus Ebola.

REUTERS

Un doppio fallimento, questo per MSF, organizzazione tra le più impegnate contro un virus che ha già fatto  da marzo 2014 migliaia vittime, è il risultato dell’impegno internazionale in questa parte di Africa.

Un doppio fallimento dovuto in primis ai ritardi nella risposta a un’emergenza che da subito agli addetti ai lavori è apparsa preoccupante, e poi perché team di medici e infermieri locali sono stati lasciati da soli ad affrontare una delle più gravi crisi sanitarie che si ricordi, mal equipaggiati e con pochi mezzi.

Tre mesi dopo aver lanciato un appello per un impegno della comunità internazionale in Liberia, Guinea Conakry e Sierra Leone, MSF, tramite il suo presidente, Joanne Liu, ha dovuto constatare come “paesi con enormi capacità di risposta nei disastri biologici abbiano deciso di non utilizzarle e impiegarle in Africa Occidentale”. “Le persone stanno ancora morendo – ha affermato Joanne Liu – La risposta della comunità internazionale è stata lenta e, poi, poco incisiva”.

Il report di MSF arriva pochi giorni dopo alcune dichiarazioni da parte della World Health Organisation (WHO) nelle quali l’organizzazione si riteneva ottimista sulla situazione nella regione nonostante il crescente numero di contagi riportati.

Per il WHO vi sarebbe stato un netto rallentamento nei nuovi contagi in tutti gli Stati dell’Africa Occidentale. Per MSF invece, la situazione è ben lontana dall’essere sotto controllo in Sierra Leone, allarmante in Guinea Conakry e leggermente migliorata in Liberia, con alcune nuove catene di contagio partite in villaggi rurali nei quali è difficile intervenire e nei quali è ancora più difficile per la popolazione accedere alle cure e ai test.

MSF, riferendosi all’impegno del Regno Unito, ha fatto notare come, a due mesi dall’annuncio degli aiuti britannici, poco sia stato fatto. Dei sei ospedali promessi Londra ne ha costruito solamente uno, a pochi chilometri da Freetown.

Mentre la World Bank spiega come Ebola stia colpendo anche l’economia della regione, spingendo Sierra Leone, Liberia e Guinea Conakry verso la recessione, l’impegno della comunità internazionale in Africa Occidentale sembra quindi essere fatto per lo più di annunci e slogan.

Sul campo gli aiuti internazionali si vedono poco. Molto di più si vedono, per esempio, gli infermieri e i medici cubani che fin dall’inizio dell’epidemia sono stati in prima linea, così come gli aiuti da parte dell’isola caraibica che, in proporzione al  potenziale decisamente inferiore rispetto a qualsiasi Paese occidentale, sta dando un aiuto contro Ebola nettamente maggiore di Stati Uniti, Gran Bretagna, Cina e degli altri Paesi europei.

Il rischio di un fallimento nella battaglia contro Ebola, nonostante gli annunci delle varie organizzazioni internazionali, non sembra una realtà così lontana. Per MSF la grande sfida, oltre all’emergenza sanitaria, è quella dell’informazione e dell’educazione. Molte comunità sembrano infatti non accettare l’intervento dei team medici, e non praticano le sepolture sicure.

Sono quasi 17mila i casi registrati di persone infettate, dei quali 6002 morti. Numeri impressionanti, soprattutto se si pensa che i contagi sono avvenuti per lo più in soli sei Paesi.  Un mese fa i numeri erano decisamente minori,  ad esempio i contagi in Sierra Leone erano 5.235 e in Liberia 6.535. Paiono  quindi del tutto fondati gli allarmi lanciati da MSF sul dilagare dell’epidemia che, se controllata nelle grandi città come Monrovia, fa fatica ad essere frenata nelle campagne.

Se gli sforzi della comunità internazionale sembrano insufficienti a sentire MSF, molto più attivi paiono essere i privati. Le donazioni hanno sfiorato cifre ragguardevoli, Mark Zuckerberg, Ceo di Facebook, ha donato 25 milioni di dollari per la lotta contro Ebola, la Bill and Melissa Gates Foundation di dollari ne ha donati quasi 50 milioni mentre la Paul G. Allen Family Foundation 9 milioni.

Nella speranza che il grido d’aiuto di una delle ong più impegnate in Africa Occidentale venga ascoltato, negli ultimi giorni sono stati pubblicati, dal New England Journal of Medicine, i risultati di alcuni test su un vaccino sperimentale. Dai primi test effettuati su 20 volontari sembra che il vaccino sia sicuro. Il vaccino dovrebbe attivare il sistema immunitario nella produzione di anticorpi anti-Ebola,  che i volontari avrebbero attivato dopo quattro settimane dalla prima iniezione. Messo a punto da NIH e GlaxoSmithKline, sembra non dare al momento effetti collaterali, eccetto una lieve febbre.

Il punto è: una volta messo a punto, si spera in tempi brevi, verrà messo a disposizione a prezzi contenuti per essere utilizzato in Africa Occidentale o rimarrà appannaggio degli Stati, e quindi dei pazienti, occidentali?

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