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Ecco perché nelle Filippine sbanca il populismo in salsa Trump

Che Rodrigo Duterte, il nuovo presidente delle Filippine, usi parole forti e slogan populisti è fuori di ogni dubbio. Come è fuori di dubbio che ha più volte fatto affermazioni molto infelici. Ha insultato il Papa, colpevole, secondo lui, di aver causato ingorghi stradali durante la sua ultima visita nel Paese. «Papa, figlio di p… Vai a casa e non tornare più», aveva detto. Ha persino definito lo stupro di «una bella suora canadese uno spreco», aggiungendo un osservazione agghiacciante: «avrei voluto essere io il primo».

REUTERS/Romeo Ranoco

Anche questo fa parte del curriculum del neoeletto premier, settantuno anni, soprannominato il Trump delle Filippine, che ha promesso di ripulire il Paese dalla criminalità in sei mesi e, per farlo, userà «qualsiasi mezzo». Il leader si è autodefinito «un dittatore» pronto a combattere «contro tutti gli uomini cattivi e malvagi». E ha promesso di non fermarsi, «anche a costo della mia posizione o della mia vita». Ha poi chiesto di essere giudicato alla fine del suo mandato e non prima. «Se ho fatto male – ha detto durante i festeggiamenti per la vittoria delle elezioni – sparatemi».

Al di là dei clamorosi proclami, parlano per lui alcuni precedenti. Rodrigo Duterte, membro del Pdp Laban Party, è stato per più di vent’anni sindaco di Davao, la principale città di Mindanao che prima del suo arrivo deteneva il record nazionale di omicidi e delinquenza. Con il suo pugno di ferro ha sradicato la criminalità in un territorio difficile da controllare. Duterte ha imposto il coprifuoco e ha sostenuto il diritto di sparare ai sospettati. E’ stato accusato anche di aver organizzato le «squadre della morte» responsabili dell’assassinio di quasi duemila persone. «Prima Davao era un luogo arretrato e pieno di criminali, oggi è la città più sicura del sud-est asiatico», aveva affermato rispondendo alle critiche.

Il programma che Duterte ha proposto al popolo filippino è a tutti gli effetti l’allargamento a livello nazionale del «modello Davao». Il nuovo presidente ha promesso un aumento dello stipendio per la polizia e i militari e l’assunzione di oltre tremila uomini delle forze dell’ordine. Nel campo economico, invece, il premier ha ammesso la sua impreparazione. Ma ha assicurato che si affiderà «alle migliori menti economiche del Paese, offrendo loro il doppio dei soldi». Duterte ha avuto molta presa su tutti quei filippini stanchi dell’«occidentalismo». Lo spirito di rivincita, dopo il dominio spagnolo e quello statunitense più recentemente, è molto forte.

La sua vittoria alle ultime consultazioni, che hanno portato alla elezione di senatori e 18 mila funzionari locali, non è arrivata a caso. Le Filippine hanno avuto un’enorme crescita economica negli ultimi anni. Ma questa crescita ha portato ricchezza solo a pochissime famiglie. Le stesse che da anni controllano il Paese. Intanto, più del 26 per cento della popolazione, vive sotto la soglia di povertà. E, nonostante i numerosi investimenti stranieri, la Filippine sono seconde nella classifica dei Paesi più poveri dell’area, solo dopo la Birmania. Per questo molti giovani trovano nella criminalità l’unica via da seguire. Quella via che Duterte vuole eliminare ad ogni costo.

Le incognite sono molteplici. Per molti, la vincita di Duterte viene vista come il male assoluto. Una deriva autoritaria non nuova nel Paese e, più in generale, in tutto il sud-est asiatico. Diversi, invece, pur vedendolo come un uomo pronto a tutto, credono che sarà la persona adatta a cambiarlo. Voci di corridoio riportano che Duterte - il quale vorrebbe trasformare il Paese in federazioni - sarebbe in accordo con i guerriglieri comunisti del New People’s Army (NPA) – in filippino Bagong Hukbong Bayan –, il braccio armato del Communist Party of the Philippines (CPP), ancora attivo in diverse parti del territorio. Secondo alcuni giornali locali, infatti, sembrerebbe che il nuovo presidente abbia offerto ai leader dei ribelli alcuni posti nel governo. Poi, in gioco, c’è anche il processo di pace - al momento bloccato - con i miliziani separatisti musulmani attivi nel Mindanao. Un fattore non secondario, che potrebbe portare molti problemi. E che potrebbe spostarsi dalle regioni meridionali fino a Manila. 

@fabio_polese

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