Ecco un’altra rivoluzione post sovietica

Quello che abbiamo visto negli ultimi giorni in Ucraina – e quello che dobbiamo ancora vedere – non è solo una manifestazione di massa come fu la Rivoluzione arancione del 2004, che non ebbe in realtà un vero spirito rivoluzionario. Le proteste di Euromaidan, che la scorsa settimana hanno messo Kiev letteralmente a fuoco, fanno capire che l’Ucraina sta solo ora chiudendo il capitolo del Novecento. Quella a cui abbiamo assistito è l’ultima rivoluzione post sovietica in Europa.

 

L’ultima volta che sono stato a Dnipropetrovsk c’erano fiori ai piedi della grande statua di Vladimir Ilich sul viale Karl Marx. Il Lenin di bronzo di una delle città più filorusse dell’Ucraina orientale è stato abbattuto e decapitato nei giorni scorsi, insieme ad altre decine di statue del Padre della Rivoluzione in tutto il paese. E mentre scrivo, altre statue vengono giù. La furia iconoclasta che sta colpendo uno dei simboli più solidi del passato sovietico dell’Ucraina non dovrebbe sorprendere per se stessa. Ciò che è sorprendente è che sta accadendo nell’anno 2014. Non avrei mai immaginato di vedere con i miei occhi folle furiose saltare sulla testa decapitata di Lenin, 23 anni dopo il crollo dell’Unione sovietica. Questo è probabilmente il segno più evidente del fatto che l’Ucraina sta finalmente facendo i conti con l’eredità del suo passato sovietico.

Sembra che gli ucraini abbiano vissuto l’ultimo quarto di secolo in un limbo in cui l’Urss non esisteva più e l’era post sovietica non era ancora cominciata. Nonostante il quadro democratico intorno in cui si muovono le istituzioni (non va dimenticato che Yanukovich era al potere grazie a elezioni giudicate conformi alle norme internazionali dagli osservatori dell’Osce), la concentrazione del potere – insieme a una vecchia economia di stampo sovietico e una corruzione pervasiva – ha lasciato l’Ucraina a metà strada sulla via della desovietizzazione e in una posizione ancora fortemente dipendente da Mosca.

L'aiuto internazionale

Se qualcuno si chiede chi c’è dietro la rivoluzione di Euromaidan e i suoi morti, se gli Stati Uniti o la Russia, la risposta è: nessuno. Almeno non dietro gli eventi che hanno portato decine di migliaia di persone a combattere ferocemente per le strade di Kiev e che hanno lasciato 85 morti sul selciato di Maidan Nezalezhnosti. Nessuno dei paesi occidentali, nessuno dei leader mondiali, nessuno dei mediatori internazionali potrebbe rivendicare alcun merito nella rimozione di Viktor Yanukovich. Durante i giorni della battaglia di Kiev, ho chiaramente percepito nei combattenti di Euromaidan la coscienza di essere stati lasciati soli nella lotta per il cambiamento. Nessuno si aspettava alcun aiuto da altri paesi, e questo ha contribuito a rendere il paese ancora più coeso. Ecco un’altra somiglianza con le rivoluzioni che hanno causato il crollo dell’Urss: Euromaidan è per l'Ucraina quello che Solidarnosc fu per la Polonia o Sajudis per la Lituania. Non è un caso che l’unica voce levatasi in Russia per mettere in guardia sui rischi per l’unità dell’Ucraina, sia stata quella di Mikhail Gorbaciov, in diretta dall’era della perestrojka.

Le reazioni da Mosca confermano questa impressione. Nonostante la Russia non stia inviando i propri carri armati a Kiev, come fece a Vilnius nel 1991, più di qualche indizio suggerisce che il Cremlino non starà a guardare l’Ucraina sbarazzarsi dei lacci che la legano alla Grande madre. Mosca sa che il processo avviato è irreversibile e userà tutti i suoi carri armati metaforici per fermarlo.

Una rivoluzione senza un leader

Esattamente come le prime rivoluzioni nei paesi baltici, non c'è un leader comunemente riconosciuto dal popolo di Euromaidan. La figura più potente è allo stesso tempo la più controversa, e divide gli ucraini più della ghigliottina delle lingue. Yulia Timoshenko – liberata dopo più di 2 anni di reclusione a Kharkiv – ha già fatto un passo indietro e rinunciato a correre per la presidenza alle prossime elezioni del 25 maggio a causa dello scetticismo manifestato da molti. Lei è un’(ex)oligarca, parte dell’establishment che ha espresso figure come Yanukovich ei suoi collaboratori, e ha le sue responsabilità negli ultimi dieci anni di vita politica in Ucraina. Gli altri leader invece – Vitalij Klichko, Arsenij Yatsenyuk e Oleg Tyahnibok – sono troppo deboli per sostenere il processo rivoluzionario fino alla fine e difficilmente potranno tenere testa ai forti oligarchi che ancora governano il paese da dietro le quinte. Gli ucraini hanno imparato la lezione della falita rivoluzione arancione e ripongono scarsa fiducia nei loro leader. Sanno di poter contare solo su se stessi, come in tutte le rivoluzioni degne di questo nome.

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