eastwest challenge banner leaderboard

Ecuador alla ricerca della stabilità fra il caso Assange e le accuse di brogli

Il Sud America aveva il reale bisogno che dalle presidenziali dell’Ecuador uscisse un risultato forte. Un governo capace di riportare la pace, mediando la posizione di Quito nel continente. Le urne, però, hanno fornito uno scenario del tutto differente (seppur prevedibile): una vittoria con un margine ristretto della sinistra, uno sfidante che non ha riconosciuto la sconfitta e alcuni disordini sociali. Oltre a un annunciato ricorso all’Organizzazione degli Stati Americani. In questo scenario politico-sociale, si inserisce la personale vittoria di Julian Assange, che, salvo clamorose sorprese, proseguirà la sua permanenza nell’ambasciata di Londra.

Lenín Moreno, il candidato di Alianza Pais eletto con il 51,16% dei voti. Dal 1998 è costretto all’uso di una sedia a rotelle, essendo stato ferito nel corso di una rapina a mano armata.
Lenín Moreno, il candidato di Alianza Pais eletto con il 51,16% dei voti. Dal 1998 è costretto all’uso di una sedia a rotelle, essendo stato ferito nel corso di una rapina a mano armata.

Secondo il Consiglio Nazionale Elettorale, le elezioni del 2 aprile sono state vinte al ballottaggio da Lenin Moreno, candidato della coalizione di sinistra (Alianza Pais) con il 51,16% delle preferenze. Guillermo Lasso, leader del polo di centro-destra, ha ottenuto il 48,84%, ma ritiene che il processo elettorale sia stato macchiato da irregolarità. «Signor Correa, non giocate con il fuoco. Non giocate con il popolo ecuadoriano», ha detto Lasso rivolgendosi direttamente a Rafael Correa, il Presidente che ha guidato l’Ecuador negli ultimi due mandati e che ha fatto campagna per Lenin Moreno, suo vicepresidente dal 2007 al 2013.

Subito dopo la chiusura delle urne, i due candidati hanno annunciato la rispettiva vittoria sull’onda degli exit pool. Lasso è stato il primo a dichiararsi vincitore, seguito da Moreno, proclamatosi Presidente senza alcun dato ufficiale. Questa corsa all’annuncio ha chiaramente creato dei malumori fra gli elettori di centro destra, che ora ritengono che le accuse di brogli possano essere fondate. «Le prove delle irregolarità sono molte. Per questo non possiamo riconoscere i risultati come legittimi. Bisogna scendere in piazza per dire: “Non rubateci il voto perché vogliamo un cambiamento”», ha scritto su Twitter Guillermo Lasso, leader di Creando Oportunidades, uomo d’affari di successo e già Presidente del Banco Guayaquil. Nelle ultime settimane, il candidato liberale aveva insistito su due punti: i possibili brogli elettorali e la “paura” di fare la fine del Venezuela. Recentemente, Lasso e la sua famiglia sono stati aggrediti allo stadio Atahualpa di Quito, dove erano andati per assistere la partita di calcio fra Ecuador e Colombia. Moreno, da parte sua, non ha dato troppa attenzione alle accuse di irregolarità, ma dovrà farlo se non vuole polarizzare ulteriormente il Paese. Correa, invece, non si è tirato indietro sulle polemiche: «Che pena! Focolai di violenza a Quito, Esmeraldas, Ibarra e Azogues. Vogliono prendersi con la forza ciò che non riescono ad ottenere alle urne», ha twittato il giorno dopo le elezioni.

Qual è dunque lo scenario futuro? Per avere una visione più chiara, Eastwest ha intervistato Juan Fernando Holguín, ambasciatore dell’Ecuador in Italia: «Non esiste la minima possibilità che in Ecuador si torni a votare. Il 25 maggio si insedierà il nuovo presidente eletto e i dati del Consiglio Elettorale indicano che si tratta di Lenín Moreno. Nel paese dev’esserci pace e tranquillità: non vogliamo che lo scontro verbale si trasformi in fisico. Gli osservatori internazionali hanno seguito i procedimenti ed è tutto regolare. Nonostante ciò, il candidato Lasso ha tutto il diritto di chiedere delle verifiche se lo ritiene opportuno», ha affermato la massima autorità ecuadoriana in Italia.

L’Ecuador è una pedina fondamentale nello scacchiere sudamericano. Da una parte c’è il richiamo della sinistra radicale, composta dal boliviano Evo Morales e l’autoritario Nicolas Maduro, autore del cosiddetto autogolpe venezuelano. Dall’altra, l’invito di Brasile, Argentina e Perù che hanno avuto una svolta liberale nei rispettivi esecutivi. Il margine ristretto della vittoria consegna un paese diviso ad Alianza Pais di Moreno, che dovrà garantire la pace sociale, diminuire la pressione fiscale e aiutare le zone colpite dal terremoto del 2016, che causò oltre 650 morti. C’è un punto, però, sul quale sembra essere già stata presa una decisione: Julian Assange continuerà a essere protetto dal paese andino. Moreno aveva confermato il sostegno al co-fondatore di Wikileaks, mentre Lasso aveva promesso che lo avrebbe cacciato 30 giorni dopo l’insediamento. Assange ha esultato via Twitter per la vittoria dei filo-governativi, provocando la destra. «Invito cordialmente il Signor Lasso a ritirarsi dall’Ecuador nei prossimi 30 giorni (con o senza i suoi milioni offshore) #AssangeSILassoNO».

La questione Assange è delicata, come conferma Holguín: «La dichiarazione di Moreno era favorevole all’asilo di Assange. Lasso invece ne aveva chiesto l’uscita in 30 giorni. Bisogna, però, sempre separare il linguaggio elettorale dalla realtà politico-giuridica internazionale. Assange rappresenta un tema piuttosto complesso. Non esiste bianco o nero, bisogna valutare bene gli elementi. Fra questi, la posizione di Regno Unito, Svezia e la presenza astratta di un terzo paese. Non riguarda solo l’Ecuador. È una questione di diritti umani; non dimentichiamo che il gruppo di lavoro dell’ONU ha detto che si tratta di una detenzione arbitraria», ha concluso l’ambasciatore in Italia. 

@AlfredoSpalla

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA